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Le omissioni del presidente Napolitano

Uno sguardo critico su quello che il capo dello stato non ha detto nel discorso di fine 2014 e che era invece lecito aspettarsi

È riapparso per l’ultima volta a Capodanno a reti unificate il presidente Napolitano e il suo linguaggio è apparso (a me) lontano dagli italiani e dai loro problemi, lontano dalla nostra lingua comune, con troppe espressioni retoriche e ridondanti, troppi vocaboli appartenenti a un lessico antiquato, faticoso da seguire.

Un discorso da monarca esausto, centrato su se stesso, sulla propria stanchezza di capo dello Stato, sul bilancio che altri faranno dei suoi nove anni di mandato che hanno coinciso (lo ammette lui stesso) con “la parentesi di un’eccezionalità costituzionale” che va chiusa, sulla gratitudine per le “straordinarie occasioni” ricevute di “allargamento delle mie (cioè sue) esperienze, anche internazionali”.

Cosa resta nella coscienza del paese
Io non so, al di là dell’orpello visivo dello studio presidenziale, con tutti quegli stucchi, specchi e fiori, quale eco possano avere nella coscienza (e esperienza) delle famiglie italiane i riferimenti al “senso di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un futuro migliore”, o alla necessità di “ritrovare le fonti della coesione, della forza, della volontà collettiva”, o addirittura al “Centocinquantenario dell’Unità” celebrato, dice, “con orgoglio e fiducia”.

O ancora alla “lucida percezione del valore dell’unità nazionale”, agli “intangibili valori morali”, al farsi ciascuno partecipe di un “sentimento di solidarietà e di impegno globale, sconfiggendo l’insidia dell’indifferenza”, o infine alla “consapevolezza e mobilitazione collettiva che animò la ricostruzione post-bellica e che rese possibile, senza soluzione di continuità, la grande trasformazione del paese per più di un decennio” (quando, per inciso, Giorgio Napolitano militava dalla parte sbagliata della trincea, al fianco di Stalin, se proprio dobbiamo ricordalo).

No, non è tempo di bilanci
In realtà, non è tempo di bilanci, anche perché Napolitano non è l’unico responsabile di quanto è avvenuto di bene o di male in questi nove anni.

Certo, sono più di tre anni che gli italiani sono governati da presidenti del Consiglio che non sono stati scelti dagli elettori, ma sono (e sono stati) il distillato di alchimie di palazzo.

Certo, Napolitano ha avuto un peso non indifferente in tutte le scelte cruciali (sono molti lustri, ormai, che i capi dello Stato non eletti dal popolo svolgono funzioni politiche di indirizzo che discendono, spesso, da visioni “di parte”).

La scelta nella guerra in Libia
Vorrei ricordarne una, sul piano internazionale: la partecipazione dell’Italia alla guerra in Libia, con l’offerta dello Stivale come piattaforma dei raid aerei “alleati”.

Da quella tragedia è emersa una Libia spezzata in due o tre, affogata e soffocata da una guerra civile che ha prodotto il crollo della cooperazione economica con l’Italia e l’esplosione dei flussi migratori illegali. Un inferno davanti alle nostre coste. Una fonte costante di instabilità.

L'immigrazione
A proposito, neppure una parola nel “discorso” al traffico di esseri umani nel Mediterraneo, al fenomeno dell’immigrazione clandestina o, in positivo, al formidabile lavoro della nostra Marina Militare.

I militari all'estero
Ecco l’altra omissione che mi ha colpito, perché oltretutto contraddice quella costrizione alla retorica che da sempre concede, nei saluti di fine anno dei presidenti (anche nella qualità di comandanti in capo delle Forze Armate), uno spazio all’omaggio, agli auguri, alle migliaia di militari che operano all’estero. Sono più di 8mila in una trentina di Paesi, oltre 7mila tra Afghanistan, Libano e Balcani. Omaggio, augurio, che per la verità non è mai stato, nelle parole dei presidenti, soltanto formale.

Compare nel testo di Napolitano un solo riferimento, generico, al “magnifico impegno sia delle forze dello Stato sia del volontariato sui fronti di tutte le emergenze”. Nessun riconoscimento specifico e diretto del valore delle nostre “forze armate”, neppure dei militari intervenuti nelle alluvioni in Italia. O dei carabinieri e delle altre “forze di polizia” che ogni giorno lavorano per la nostra sicurezza.

Svariati, invece, i riferimenti alle “forze politiche” e alle prove che le attendono. Il presidente è riuscito a non citare espressamente i nostri militari neppure ricordando “la perizia e generosità” degli “italiani lanciatisi a soccorrere i passeggeri del traghetto in fiamme sulla rotta tra la Grecia e l’Italia”. Sì, italiani, ma elicotteristi, marinai, carabinieri, ufficiali medici… E marò, naturalmente.

I marò
Già, neanche un augurio o una parola dal presidente Napolitano sul destino di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, alla vigilia della data fatidica del 12 gennaio quando Latorre dovrà rientrare in India (e se non lo farà, che ne sarà di Girone?).
Ecco, di fronte a queste omissioni provo “un senso di sgomento”.

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