Mentre l’Ue parla di aumentare le importazioni di olio d’oliva tunisino a dazio zero, sugli scaffali dei supermercati italiani potrebbe finire olio mai controllato. Lo rivela un rapporto della Corte dei conti europea che ha acceso l’allarme su importazioni sempre più massicce e verifiche praticamente inesistenti.
I numeri parlano chiaro: nel biennio 2023-2024, nei principali porti italiani, nessun carico di olio tunisino è stato sottoposto a verifica. Zero controlli. Nel frattempo, l’olio prodotto in Europa subisce ispezioni rigorose in oltre il 90% dei casi. Una disparità che Coldiretti Puglia definisce inaccettabile, soprattutto ora che Bruxelles discute di raddoppiare il contingente agevolato portandolo a 100mila tonnellate annue.
Il prezzo del libero mercato
Le conseguenze di questa politica si vedono già. Nei primi nove mesi del 2025 le importazioni tunisine sono aumentate del 38%, mentre i prezzi dell’extravergine italiano sono crollati di oltre il 20%. L’olio straniero viaggia sotto i 4 euro al litro, comprimendo le quotazioni nazionali e costringendo molti olivicoltori a vendere in perdita.
David Granieri, vicepresidente nazionale di Coldiretti e presidente di Unaprol (Consorzio olivicolo italiano), pone una domanda scomoda: «Con una produzione di 300mila tonnellate, un consumo interno di 400mila e un export di altre 300mila, come è possibile che il prezzo agli agricoltori sia crollato del 30%?». La risposta, secondo lui, risiede nelle speculazioni di chi importa a basso costo e rivende come italiano. Per questo «servono controlli immediati per tutelare produttori e qualità».
La truffa al vero made in Italy
C’è un meccanismo che aggrava la situazione: il perfezionamento attivo. Permette di importare olio, lavorarlo in Italia e poi etichettarlo come prodotto nazionale. Una pratica segnalata anche dal Financial Times come criticità del sistema. Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia, non usa mezzi termini: «Si consente di dichiarare italiano al 100% un olio che non lo è. Alcuni industriali approfittano delle falle per immettere sul mercato prodotto che di extravergine ha solo il nome».
Il danno maggiore ricade sulla Puglia, cuore dell’olivicoltura italiana con oltre 370mila ettari coltivati, 148mila aziende e 60 milioni di piante. Un patrimonio da un miliardo di euro che comprende cinque Dop e una Igp, ma che rischia di essere schiacciato dalla concorrenza sleale.
Perché è importante tutelarsi
Alfonso Cavallo, presidente di Coldiretti Puglia, è categorico: «Aumentare le importazioni a dazio zero significa aprire le porte a olio a basso costo e spesso di qualità discutibile, con un impatto devastante sul patrimonio agroalimentare italiano. Non possiamo accettare una concorrenza sleale che mette a rischio la sostenibilità delle nostre aziende». Per questo l’organizzazione chiede controlli immediati alle frontiere e nelle industrie olearie, per tutelare sia i produttori che i consumatori.
La partita, avvertono da Coldiretti, non riguarda solo l’economia ma la credibilità del made in Italy. Senza regole chiare, l’extravergine italiano rischia di diventare l’anello debole di un mercato sempre più opaco.
