Per quattro anni — dal 2007 al 2011 — Daniela Montesi, oggi 65 anni, è stata sottoposta a cicli di chemioterapia, cortisone e steroidi per un linfoma intestinale che non esisteva. La vicenda inizia quando la donna si rivolge a un ospedale in provicna di Pisa per un intervento ortopedico: gli esami del pre-ricovero rivelano una difformità nella conta dei globuli bianchi e l’operazione viene rinviata. Dopo una biopsia midollare e intestinale le viene diagnosticato un linfoma non Hodgkin indolente, a prevalente localizzazione intestinale. Anni di cure chemioterapiche pesanti e debilitanti, finché un nuovo accertamento istologico, eseguito in una struttura sanitaria di Genova, ha escluso in modo definitivo la presenza della patologia oncologica ipotizzata. Fallito un primo tentativo di risolvere la vicenda in via extragiudiziale, la paziente ha deciso di rivolgersi al tribunale civile di Pisa, chiamando in causa l’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. L’ente sanitario, dal canto suo, ha sostenuto che il caso presentasse caratteristiche cliniche particolarmente complesse e difficili da interpretare, difendendo la correttezza dell’iter terapeutico adottato. Una posizione però smentita dalla consulenza tecnica disposta dal giudice, secondo la quale non vi erano elementi sufficienti per giustificare quel tipo di trattamento: l’ipotesi di linfoma non risultava infatti supportata né dagli esami diagnostici, né dal quadro sintomatologico riferito dalla paziente.
In sede di appello, i giudici hanno infine rivisto al rialzo il grado di invalidità permanente, portandolo dal 40 al 60 per cento, e hanno riconosciuto una specifica “personalizzazione del danno”, legata al profondo sconvolgimento subito dalla donna non solo sul piano psicologico, ma anche nella sua vita di tutti i giorni. All’epoca quarantasettenne e impiegata come assicuratrice, la paziente fu costretta a ridimensionare drasticamente l’attività lavorativa e arrivò persino a perdere la patente di guida, con pesanti ripercussioni sulla sua autonomia personale. La Corte d’Appello di Firenze ha quindi confermato il grave danno, aumentando il risarcimento a Montesi da parte dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana (Aoup) a circa 500.000 euro (in primo grado aveva ottenuto un risarcimento di 300mila euro). Tuttavia, il denaro non restituisce salute né tempo sprecato e questo caso drammatico non è solo un errore giudiziario o una cattiva pratica clinica: tocca nel profondo le conseguenze biologiche di una chemioterapia ricevuta senza motivo, un trattamento potente che può lasciare segni molto duraturi sul corpo di chi lo riceve.
Chemioterapia: come funziona e quali effetti collaterali può causare
La chemioterapia agisce sulle cellule che si moltiplicano rapidamente e, per questo motivo, oltre a colpire quelle tumorali può interessare anche tessuti sani. Tra gli effetti collaterali più comuni vi è il coinvolgimento del midollo osseo, con una riduzione dei globuli bianchi, che espone a un maggiore rischio di infezioni, dei globuli rossi, con la comparsa di anemia, e delle piastrine, aumentando la possibilità di sanguinamenti. Molti pazienti riferiscono una stanchezza intensa e persistente, che può durare anche dopo la conclusione delle cure. Sono frequenti anche i disturbi gastrointestinali, come nausea, vomito, diarrea e perdita dell’appetito, legati all’azione dei farmaci sulle mucose. La terapia può causare infiammazioni della bocca, alterazioni del gusto e difficoltà nella deglutizione, rendendo più complicata l’alimentazione. Un effetto noto e spesso temuto è la caduta dei capelli, conseguenza del danneggiamento dei follicoli piliferi, così come i cambiamenti della pelle e delle unghie, che possono diventare più fragili o sensibili. In alcuni casi compaiono anche disturbi neurologici, come formicolii a mani e piedi o difficoltà di memoria e concentrazione. L’intensità e la durata di questi effetti variano da persona a persona e dipendono dal tipo di farmaco, dalle dosi e dalla durata del trattamento, ma rappresentano comunque un impatto fisico e psicologico significativo per chi si sottopone a una terapia chemioterapica.
Perché è importante una diagnosi accurata
In oncologia, la decisione di intraprendere una terapia aggressiva come la chemioterapia si basa su diagnosi rigorose e sull’evidenza di una neoplasia che giustifichi tali rischi. Le linee guida cliniche internazionali prevedono protocolli, studi clinici validati e approvazioni da enti regolatori prima che un trattamento venga considerato “standard”. Affidarsi a cure antitumorali senza una diagnosi certa non solo espone la persona agli effetti collaterali delle terapie, ma priva del beneficio clinico che tali terapie possono offrire, vanificando la ragione stessa del trattamento. Nel caso di Montesi, la terapia ha solo prodotto danni e complicanze, senza alcuna possibilità di beneficio terapeutico, proprio perché non c’era alcuna malattia da combattere.
