Esteri

Il ritorno di Al Qaeda e il suo guanto di sfida all'Isis

L'Afghanistan, dov'è in atto una lotta per il controllo del territorio e del traffico di droga, sta diventando il loro nuovo terreno di scontro

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Luciano Tirinnanzi

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Nella sua lunga e sanguinosa carriera terroristica, Al Qaeda - l’organizzazione sunnita salafita creata dal principe saudita Osama Bin Laden ed esaltata dal clamoroso attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 - ha avuto i suoi natali in Afghanistan all’epoca della resistenza contro i sovietici, prima di diffondersi come un cancro in Medio Oriente e infine nel resto del mondo.

Anche lo Stato Islamico, pur essendo un parto della guerra civile siro-irachena, discende dalla stessa Al Qaeda sin dalla insurgence contro l’invasione americana dell’Iraq (2003), epoca in cui il giordano Abu Musab Al Zarqawi si mise alla testa della costola irachena del network terroristico, allora noto come AQI (Al Qaeda in Iraq). Sigla poi mutata nell’attuale Isis intorno al 2010, quando il futuro Califfo Abu Bakr Al Baghdadi ne divenne leader, in seguito alla morte di Al Zarqawi (giugno 2006) e del suo successore, Abu Ayyub Al Masri (aprile 2010), entrambi eliminati per mano degli Stati Uniti.

Molte cose sono state dette in relazione a queste due organizzazioni terroristiche, che si sono allontanate sempre più l’una dall’altra sino a diventare dirette antagoniste.

Le differenze tra loro non sono infatti trascurabili, segno dei tempi e della mentalità delle generazioni di jihadisti che si sono succedute al comando, ma le distanze che separano Al Qaeda da Isis sono comunque relative e le loro strategie trovano talvolta più d’un punto di convergenza e contatto.

Le differenze tra Al Qaeda e Stato Islamico

Al Qaeda ha sempre puntato alla conquista "dei cuori e delle menti" ancor prima che al controllo di un territorio e pertanto si è quasi sempre guardata dal colpire i fedeli sciiti, nel giustificato timore d’innescare una deflagrazione all’interno del mondo musulmano, nociva ai suoi interessi egemonici.

Fino alla guerra in Siria, infatti, Al Qaeda aveva colpito essenzialmente i "crociati", e cioè gli occidentali, e solo dopo ha mirato anche ai musulmani ritenuti loro complici.

Lo Stato Islamico, al contrario, sin dalla sua nascita ha avuto come primo obiettivo gli eretici, e cioè anzitutto gli sciiti in Iraq e in Siria, attraverso una sistematica pulizia etnica di "infedeli" che ha avuto come oggetto anche i curdi, gli yazidi e altre minoranze.

Anche le vittime occidentali o non musulmane dell’Isis sono state trucidate quasi esclusivamente all’interno del perimetro del loro teatro di operazioni, per ragioni di propaganda e intimidazione. Mentre i terroristi che hanno agito in suo nome in Europa, spesso hanno rilasciato dichiarazioni confuse o farneticanti, asserendo di aver agito anche per conto di Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP).

Del resto, il Nordeuropa è da tempo un importante hub per i filo-qaedisti, mentre la presenza di Isis è molto recente e comunque successiva al 2014.

Nonostante la sconfitta militare e la perdita del territorio conquistato durante la campagna lanciata nel giugno 2014, i seguaci del Califfato Islamico sono ancora oggi impegnati a recuperare le posizioni perse in Siria e in Iraq, e a resistere alla controffensiva della coalizione internazionale grazie alla guerriglia.

Pur avendo perso le proprie basi operative di Raqqa e Mosul, l’Isis fa ancora molta propaganda - si veda in proposito il nuovo discorso del Califfo Al Baghdadi - e diffonde continuamente sul web appelli e video sulle uccisioni degli ostaggi e dei prigionieri, anche se la censura occidentale ne ha vietato la diffusione (a differenza di quanto accadeva sino a pochi anni fa).

Il primo obiettivo dell’Isis, ieri come oggi, è infatti istituire un Califfato islamico retto dalla loro interpretazione della Sharia, la severa legge islamica. Ma per farlo deve sopravvivere sul piano militare e amministrativo, dunque i suoi sforzi sono volti soprattutto a questo.

In ragione di ciò, gli uomini dell’Isis non si considerano affatto terroristi o clandestini, ma "soldati" di un esercito spudorato e sfrontato, che non si nasconde e non intende operare in clandestinità se non quando necessario o inevitabile.

Al Qaeda, al contrario, non condivide affatto la strategia di Isis, non fa pubblicità di sé e organizza le proprie cellule in totale clandestinità, sfruttando nuclei locali "dormienti", annidati all’interno delle fiorenti comunità musulmane che talvolta - come nel caso dell’Europa - seguono logiche proprie e non ubbidiscono a una strategia coordinata e gerarchizzata.

Essendo meno strutturata territorialmente, Al Qaeda è però assai più ideologicizzata, e ha sempre puntato sulla conversione al proprio credo delle masse di musulmani attraverso la persuasione di nuovi adepti e la spettacolarizzazione delle proprie azioni terroristiche.

L’attuale capo supremo di Al Qaeda, l’egiziano Ayman Al Zawahiri, lo ha detto esplicitamente in più di un’occasione: il suo recente appello ai musulmani in Asia, in questo senso, non è soltanto il sintomo della debolezza che il brand qaedista vive oggi in Medio Oriente, Europa e Africa (complice l’attrazione per l’Isis da parte di molti giovani estremisti islamici), ma discende dalla impostazione purista e visionaria che è alla base del suo credo.

Per non perdere la propria capacità di attrazione e reclutamento in favore del Califfato, Al Qaeda negli ultimi tempi ha esortato i propri seguaci a far sentire la loro presenza "in qualsiasi modo", al fine di risvegliare i musulmani radicali e riaffermare la visione di un jihadismo competitivo nei confronti dell’Isis, ma in ultima analisi non alternativo. Una propaganda dal basso impatto mediatico e una strategia dal costo contenuto, frutto di una condizione non favorevole.

Da quando si sono chiuse le casse di denaro della famiglia Bin Laden, infatti, Al Qaeda ha bisogno di continui fondi per sopravvivere e stipendiare i propri adepti. Perciò, per autofinanziarsi ricorre sovente a metodi inusuali quali il contrabbando di droga (vedi soprattutto Afghanistan), rapimenti (Medio Oriente ma non soltanto), razzie e scorribande (Africa).

Lo Stato Islamico, invece, sin dall’inizio ha lavorato per poter disporre di ingenti risorse economiche funzionali alle aspirazioni di governo di un territorio. Finché ha potuto, Isis ha rapito solo per instillare terrore nel nemico e ha bruciato campi di droga perché contrari alla Sharia, mentre ha rivolto tutti i suoi sforzi sul commercio del petrolio requisito durante le conquiste così come sulla riscossione della tasse dalle popolazioni assoggettate.

Tuttavia, oggi i tempi sono cambiati e lo sfaldamento del Califfato ha imposto loro di rivedere questi imperativi, tali per cui oggi ogni fonte di guadagno è lecita, compreso il traffico di droga da cui discende la competizione con Al Qaeda in Afghanistan, dove si trova il 90% dell’oppio del mondo, fonte di guadagni immensi per chi controlla il traffico internazionale di eroina.

Punti di contatto tra Isis e Al Qaeda

Quando l'Isis cominciò la propria marcia per la conquista di una larga parte dei territori di Siria e Iraq, la Siria era già uno spettro e la guerra tra i governativi di Damasco e i numerosi ribelli infuriava sia nel sud del Paese che nel nord, intorno ad Aleppo.

All’epoca, il presidente Bashar Al Assad aveva ancora saldo il controllo di buona parte del Paese, mentre gli uomini di Al Baghdadi erano concentrati soprattutto sull’Iraq, nelle campagne militari volte a dominare le aree sunnite del Paese per sottrarle al controllo del governo sciita, al fine di inglobarle nel Califfato.

Per non restare scoperti e non perdere terreno sul lato siriano, in vista di un comune obiettivo i miliziani dell'Isis decisero perciò di siglare un tacito accordo di non belligeranza proprio con Al Qaeda, che in Siria era ed è tuttora rappresentata dalle milizie di quella che all’epoca era conosciuta come Jabhat Al Nusra (oggi Tahrir Al Sham) e il cui leader è Abu Muhammad Al Julani.

Al Nusra, complice una fatwa di Al Zawahiri, inizialmente osteggiava lo Stato Islamico per via della diretta concorrenza nel primato del Jihad e per la differente visione circa la corretta applicazione della Sharia nel mondo islamico. Ma in seguito, con la concretezza e la convenienza tipiche dei tempi di guerra, il gruppo di Al Julani decise di soprassedere temporaneamente alla filosofia del braccio destro di Bin Laden, e iniziò a collaborare apertamente con Isis per convergenza d’interessi. Gli stessi interessi che oggi permettono ai ribelli siriani di mantenere il controllo sulla provincia di Idlib, ultima roccaforte degli oppositori al regime di Damasco.

Da notare che tanto Abu Muhammad Al Julani quanto il primo leader dello Stato Islamico Abu Musab Al Zarqawi erano entrambi membri di Al Qaeda in Iraq (AQI), e che nell’ultimo appello audio il Califfo Al Baghdadi fa esplicitamente riferimento a Idlib come base per la riconquista militare della Siria.

In questo modo, Stato Islamico e Jabhat Al Nusra hanno potuto crescere e proliferare in parallelo nelle rispettive aree d’influenza, inglobando giorno dopo giorno le numerosissime sigle minori del jihadismo salafita che imperversavano su un territorio vastissimo, alimentando il caos e l’anarchia. Un territorio che, peraltro, non è limitato solo a Siria e Iraq ma che comprende, ad esempio, anche lo Yemen.

A un certo punto della guerra, nella primavera del 2015, giunse persino un annuncio sibillino in cui Al Zawahiri dichiarava Al Qaeda sciolta e i suoi combattenti liberi di confluire nello Stato Islamico. A diffondere la notizia fu Al-Hayat, quotidiano panarabo (ma stampato a Londra) proprietà di Ayman Dean, un principe saudita che, secondo lo stesso giornale, era stato tra i fondatori di Al Qaeda alla fine degli anni Ottanta, prima di entrare a far parte dei servizi segreti britannici.

Secondo Al-Hayat, i miliziani di Jabhat al-Nusra si sarebbero congiunti con lo Stato Islamico in modo "ordinato e secondo piani stabiliti" e "la stessa Al Qaeda è destinata allo scioglimento entro la fine dell’anno". Voci che i fatti hanno poi smentito con ogni evidenza, in particolare nel teatro afghano, dove ancora nel 2018 infuria una sfida a colpi di attentati terroristici tra le due organizzazioni, ciascuna operando secondo il proprio “stile”: Al Qaeda ha messo nel mirino militari, governativi e diplomatici, mentre l’Isis terrorizza soprattutto la popolazione civile.

Resta chiaro, però, che un’alleanza strategica sia pur intermittente e mai definitiva, è una prospettiva ricorrente nel tempo che le due organizzazioni accarezzano laddove e allorquando si richiede.

Questo è oggi più che mai vero in Siria, dove la battaglia per Idlib sarà decisiva per le sorti del Paese e della sopravvivenza dello Stato Islamico.

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