Esteri

Il dubbio amletico di Abu Mazen

"La fine degli accordi di Oslo", ha tuonato il leader di Al Fatah impegnato a evitare che la Palestina soffochi sotto il peso di poteri esterni

Funerali di Shimon Peres

Luciano Tirinnanzi

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Mentre Hamas scava nuovi tunnel al confine egiziano - sono appena stati scoperti a Rafah e Kerem Shalom - il leader di Al Fatah Abu Mazen lancia anatemi contro il presidente americano Trump, in aperta polemica contro la sua politica estera in Palestina.

Durante una riunione del Comitato centrale palestinese a Ramallah lo scorso fine settimana, Abu Mazen, che presiede anche l’Autorità Nazionale Palestinese, ha arringato la folla asserendo che "questo è il giorno in cui gli accordi di Oslo terminano. Israele li ha uccisi".

Il riferimento - è sempre bene ribadirlo - è alle sole trattative andate a buon fine tra Israele e Palestina quando, nel 1993, il primo ministro israeliano Ytzhak Rabin e il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Yasser Arafat, firmarono nel cortile della Casa Bianca una “dichiarazione dei principi” grazie alla quale per la prima volta gli israeliani riconobbero all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina il diritto di governare su alcuni dei territori occupati in quanto interlocutori dei palestinesi, mentre l’OLP riconobbe il diritto di Israele a esistere, rinunciando formalmente all’uso della violenza.

Ora, tutto questo rischia di essere cancellato, se l’OLP accetterà la richiesta del Comitato centrale palestinese. Il motivo scatenante è stato inquadrato dagli stessi protagonisti nella decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, marginalizzando così il ruolo della popolazione arabo-palestinese, che ha eletto a sua volta Gerusalemme Est come sua capitale morale.

La contesa, come noto, è annosa e la roadmap irta di ostacoli. Ma, al netto di ciò, i recenti anatemi di Abu Mazen somigliano più alla classica propaganda per mero calcolo politico, che non a una vera strategia di lotta.

Va, infatti, ricordato come lo scorso novembre al Cairo le fazioni politiche palestinesi - tredici in tutto, comprese Hamas e Al-Fatah - abbiano stabilito di tenere elezioni generali in Palestina entro il 2018, per dar vita a quell’accordo di riconciliazione nazionale che porterà alla formazione di un nuovo governo di unità nazionale, all’elezione di un nuovo presidente e a una definizione delle politiche di sicurezza per il controllo dei territori sotto il loro controllo.

Il calcolo politico di Abu Mazen

Abu Mazen, che sinora ha giocato un ruolo piuttosto ambiguo nei confronti tanto di Israele quanto degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita - quest’ultimo vero sponsor della riassegnazione di Gerusalemme come capitale unica degli israeliani - teme adesso di perdere potere. E dunque gonfia i muscoli, compiacendo i suoi elettori in vista delle urne.

In realtà, però, appare molto tentato dall’ascoltare le sirene saudite. Alle quali, peraltro, è difficile dire di no. Soprattutto per la leva economica che Riad può usare nei confronti tanto della Striscia di Gaza quanto della West Bank.

Complice la consapevolezza che un ulteriore impoverimento della popolazione palestinese produrrebbe un’implosione interna di Hamas (e forse della stessa Al Fatah) dalle conseguenze imprevedibili, Abu Mazen in questi mesi ha iniziato ad ammorbidire i toni.

Oltre a ciò, teme che l’Amministrazione Trump dia concretezza all’annuncio di tagli per decine di milioni di dollari all'Unrwa, l’agenzia per i profughi palestinesi delle Nazioni Unite.

Una sciagura economica per la Palestina, che peserebbe in maniera determinante su ogni sua futura mossa politica dell’ANP e che potrebbe minare la sua stessa autorità ancor prima del voto.

Inoltre, da quando il principe ereditario Mohammed Bin Salman è salito in cattedra e va disegnando una serie di accordi diplomatici sottobanco allo scopo di riequilibrare il peso di casa Saud in Medio Oriente, molto è cambiato.

La mossa saudita va a scapito soprattutto dell’arcinemico iraniano, le cui mire sulla regione intercettano anche il malcontento dei palestinesi.

Per questo, Bin Salman lo scorso novembre ha convocato in gran segreto in Arabia Saudita proprio Abu Mazen, per renderlo edotto della sua visione per il futuro della Palestina e costringerlo a seguire la sua linea.

Il ruolo saudita

Il leader palestinese a Riad ha ascoltato il principe disegnare la nuova roadmap per la pace israelo-palestinese. Essa prevede che la soluzione dei due Stati resti in piedi, che vengano fatte importanti concessioni economiche e territoriali in favore della Palestina, ma anche che Gerusalemme diventi esclusivamente capitale israeliana.

Inoltre, il territorio di Gaza si potrà estendere in una parte del Sinai mentre gli insediamenti in Cisgiordania rimarranno tali. Si dovrà poi trovare una diversa capitale per la Palestina, anche fosse a tre chilometri da Gerusalemme, ma non dentro il perimetro della città santa.

Secondo le testimonianze, Abu Mazen in quell’occasione sarebbe stato tentato anche da offerte economiche a lui direttamente rivolte. Messo spalle al muro, il presidente dell’ANP avrebbe però rinunciato. Ma è chiaro che la pressione intorno a sé si fa ogni minuto più forte. "Spero che la casa di Donald Trump crolli" ha tuonato durante la riunione di Ramallah, ingiuriando il presidente americano. Una speranza sincera quella di Abu Mazen, che lo metterebbe al riparo dal dover accettare invece una decisione storica - "l’accordo del secolo" definito tra Riad, Gerusalemme e Washington - che lo condannerebbe senz’altro al tramonto politico, poiché le fazioni palestinesi più oltranziste non gli perdonerebbero mai l’aver permesso che si realizzi il piano saudita per come è stato concepito.

Tuttavia, al di là dell’intransigenza dei leader palestinesi, il loro peso negoziale va diminuendo ogni giorno di più e non saranno una nuova Intifada o una nuova guerra a ripristinarlo. Anzi, questo peggiorerebbe decisamente le cose. Ne sia prova la chiusura del valico di Kerem Shalom, importante sbocco commerciale e principale punto di approvvigionamento per i due milioni di abitanti della Striscia di Gaza, in risposta ai tunnel di Hamas appena scoperti.

La Palestina, in definitiva, è ostaggio di poteri esterni che avviluppano la popolazione locale, schiava delle derrate alimentari internazionali, dell’erogazione di acqua ed energia dai Paesi confinanti e dal controllo poliziesco dei partiti Hamas e Fatah.

Se Abu Mazen non troverà una via d’uscita, lui e il suo popolo rischiano di restare schiacciati dal peso della storia che continua a mutare tutto intorno a loro.

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