La tesi è suggestiva e vanta parecchi sostenitori: la guerra in Iran sarebbe solo un tassello del Grande gioco di questo millennio, il confronto tra Stati Uniti e Cina. Il conflitto farebbe parte infatti di un preciso piano strategico di Washington teso ad indebolire Pechino. Prima la caduta di Bashar al-Assad in Siria, che ha reciso un nodo importante lungo la nuova Via della seta verso il Mediterraneo, poi il cambio di regime in Venezuela e infine l’attacco all’Iran, due Paesi fornitori di greggio alla Cina. Il tutto condito da dazi e minacce di sanzioni. Obiettivo: strangolare il Dragone. Ma se davvero è questo l’intento degli americani, la loro strategia sta avendo successo? O è invece il loro nemico a usare questa crisi per spostare gli equilibri a proprio favore, dall’energia alla diplomazia, fino alle tecnologie del futuro?
Partiamo dal petrolio. La Cina è il primo importatore mondiale di greggio e dipende in modo strutturale dai barili che arrivano dall’estero. Teheran e Caracas nel 2025 le hanno garantito circa il 17% degli acquisti totali di oro nero di, una bella fetta. Quello che però la Casa Bianca tende a dimenticare è che il Paese non arriva a questa crisi a mani vuote. Negli stessi anni in cui Washington costruiva la propria strategia di sanzioni e blocchi, dall’altra parte del Pacifico si realizzava qualcosa di meno visibile ma altrettanto strategico: un muro di barili. Nel biennio 2025‑26 la capacità di stoccaggio è stata potenziata e sono entrati in funzione o sono in costruzione undici nuovi hub che aggiungono quasi 170 milioni di fusti di riserve. Tra gennaio e agosto 2025, il Paese ne ha accumulati circa 900 mila al giorno in scorte, trasformando quasi un milione di bidoni quotidiani destinati sulla carta al mercato globale in petrolio “congelato” nei propri serbatoi, mentre i prezzi salivano. E poi l’aumento delle forniture da Russia, Indonesia e Malesia ha in parte compensato il deficit provocato dal blocco di Hormuz, limitando il calo delle importazioni complessive di greggio al 2,24%. Certo, l’incremento del prezzo degli idrocarburi fa male anche all’economia cinese, ma non la mette in ginocchio.
Soprattutto, la crisi iraniana offre alla Repubblica Popolare l’occasione di presentarsi come attore razionale che resiste, gestisce lo choc e tesse una rete diplomatica mentre gli altri sparano. Due mesi fa, il ministro degli Esteri Wang Yi aveva promesso che il 2026 sarebbe stato «un anno importante» per le relazioni tra le due superpotenze. Aveva ragione, ma non nel modo sperato. Dopo l’attacco di Donald Trump ai Pasdaran e il blocco dello stretto, Pechino ha accusato gli Stati Uniti di comportarsi in modo «pericoloso e irresponsabile». Sul calendario c’è una data simbolica: la visita di Stato del Tycoon, rinviata da marzo a maggio. Doveva essere il viaggio della distensione, la prima trasferta del presidente americano in Cina dal 2017, con l’obiettivo di chiudere un accordo commerciale «mutuamente vantaggioso» dopo anni di dazi e schermaglie. Ora il tour rischia di essere risucchiato da sospetti di aiuti militari cinesi a Teheran e dalle accuse di aver scatenato un conflitto inutile in Medio Oriente.
Nel frattempo, il Dragone si muove su un altro piano. Mentre The Donald attacca la Nato e perfino il Vaticano, insulta gli alleati e minaccia nuovi dazi, Xi Jinping organizza una staffetta diplomatica senza precedenti: in pochi giorni riceve il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed. Con il Cremlino, il messaggio è immediato: Mosca è pronta ad aumentare le forniture di idrocarburi, contribuendo a cementare una nuova geografia energetica fuori dal controllo occidentale. Con il principe emiratino, Xi presenta un piano di pace in quattro punti per il cessate il fuoco in Medio Oriente, fondato su sovranità, cooperazione, sicurezza condivisa e rispetto del diritto internazionale: esattamente il contrario del «non mi importa delle regole» rivendicato apertamente da Trump. «In effetti, la Cina sembra voler fare di tutto per accreditarsi come potenza equilibrata e responsabile, impegnata in una paziente tessitura di rapporti diplomatici anziché in azioni di forza», osserva l’ambasciatore Michele Valensise, presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). «Il paradosso è quindi che qualcuno inizia vedere nel Paese un fattore di stabilizzazione e di difesa del multilateralismo, lasciando in secondo piano le ambiziose politiche di espansione della sua influenza su scala globale».
Gli europei, nonostante i tentativi di sganciarsi dalla dipendenza dalla Cina, fanno la fila davanti alla Grande Muraglia. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Antonio Tajani è passato da Pechino e Shanghai per rilanciare il canale economico: colloqui con Wang Yi, con il ministro del Commercio Wang Wentao, co‑presidenza della Commissione economica mista, forum imprenditoriale su export, hi‑tech, filiere strategiche. Difficile fare a meno della collaborazione con le imprese della Repubblica Popolare. Caso interessante è quello del settore automobilistico, industria chiave in Europa, dove le aziende cinesi si muovono come concorrenti ma anche come possibili partner, per esempio offrendosi di usare stabilimenti sotto-utilizzati in Italia (si parla di Dongfeng) o chiusi in Spagna (Chery). L’ex Celeste impero appare come la grande potenza che propone delle soluzioni, magari in modo interessato, ma con una narrativa di calma e prevedibilità.
Sul fronte asiatico, il quadro è ancora più netto. Nel suo lungo saggio Asia After America: How U.S. Strategy Failed and Ceded the Advantage to China, Zack Cooper, senior fellow all’American Enterprise Institute e docente a Princeton, racconta su Foreign Affairs la lenta erosione della centralità americana nella regione. L’idea di Barack Obama era chiara: investire in sicurezza, commercio e governance per rafforzare partner e alleati, in modo da rendere più difficile al rivale ribaltare l’ordine regionale. La pratica è stata diversa: il pilastro militare è stato alimentato, quelli economico e politico si sono sbriciolati tra protezionismo, uscita dal Partenariato Trans-Pacifico (Tpp), disinteresse per le istituzioni multilaterali. Cooper parla apertamente di un divario crescente tra obiettivi e mezzi, che ha eroso la credibilità di Washington.
Oggi la strategia americana si riduce, di fatto, a mantenere la deterrenza intorno a Taiwan mentre ampie fette del Sud‑Est asiatico e dell’Asia meridionale si integrano economicamente con l’attore locale più grande: commercio, investimenti, infrastrutture, debito.
Del resto la volatilità politica americana alimenta la sensazione, a Tokyo come a Nuova Delhi, che gli Usa siano un alleato sempre meno prevedibile. La Cina, al contrario, viene percepita come potenza che può essere temuta, ma che difficilmente cambia rotta di colpo: centralizza il potere, pianifica a dieci‑quindici anni, aggiorna piani industriali e di sicurezza senza ribaltare il tavolo. Persino sul dossier più sensibile, Taiwan, il Dragone lavora a costruirsi un’immagine di attore «responsabile». Ad aprile, mentre i caccia cinesi continuavano a oltrepassare la linea mediana dello Stretto e le esercitazioni navali attorno all’isola si moltiplicavano, Xi Jinping riceveva Cheng Li‑wun, leader del Kuomintang, principale partito di opposizione taiwanese. È la prima visita di un capo del Kmt in Cina dopo un decennio, battezzata «Journey of Peace»: tre tappe – Nanchino, Shanghai, Pechino – con Xi che parla di «sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde» e di «futuro luminoso» se Taiwan accetterà la formula «una sola Cina». Pochi giorni dopo, il gigante ha annunciato misure per «rafforzare i legami» con l’isola: più voli diretti, opportunità per studenti e imprese, aperture mirate su commercio e servizi. Nessuno a Taipei si fa illusioni sulle intenzioni di fondo – la Repubblica Popolare non ha mai escluso l’uso della forza – ma agli occhi del resto del mondo l’immagine che resta è quella di una superpotenza che «offre il dialogo» mentre gli Stati Uniti spediscono portaerei e violano il diritto internazionale, regalandole tra l’altro un assist se volesse invadere Taiwan.
Il quadro si completa se si guarda alle risorse critiche e alle tecnologie. Qui, la morsa sembra stringersi più sul lato occidentale che su quello cinese. Pechino sta rispondendo ai blocchi americani con restrizioni all’export di gallio e germanio (fondamentali per i radar e l’hi-tech), creando un collo di bottiglia che colpisce direttamente l’industria della difesa statunitense
Il Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs) certifica da anni il primato cinese nelle terre rare: la Repubblica Popolare controlla circa il 70% dell’estrazione globale, e una quota ancora maggiore delle fasi di raffinazione e trasformazione.
Non solo. I dati di Ceic – una piattaforma di statistica economica e industriale – indicano che la Cina gestisce fino al 90‑92% della catena dei magneti permanenti, componenti indispensabili per auto elettriche, turbine eoliche, elettronica avanzata, sistemi d’arma. Se Washington prova a usare il petrolio iraniano e venezuelano come leva, Xi Jinping ha la possibilità, anche solo teorica, ma sufficiente a influenzare mercati e decisioni politiche, di usare come contro-leva materiali senza i quali la transizione energetica occidentale semplicemente si ferma.
A questo si aggiunge l’Intelligenza artificiale. La Cina guida ormai per numero di brevetti internazionali in diversi segmenti dell’Ia, ha costruito un ecosistema di grandi gruppi (Huawei, Alibaba, Baidu, Tencent, SenseTime) che competono con le big tech americane in Asia, Africa e America Latina, e sta imponendo propri standard in campi come il 5G e il 6G, le smart city, la sorveglianza digitale. In sintesi: se il petrolio è ancora uno dei pochi terreni in cui gli Stati Uniti possono provare a colpirla, le terre rare e le filiere hi‑tech sono già oggi campi in cui è lei a poter esercitare un potere di condizionamento sugli altri attori mondiali.
Negli anni Sessanta, lo sbarco sulla Luna aveva sancito l’egemonia americana: il mondo aveva capito che chi portava un uomo sul nostro satellite avrebbe dettato le regole anche sulla Terra. Ma se il prossimo piede a imprimersi sulla polvere del Mare della Tranquillità dovesse essere quello di un taikonauta, forse la risposta alla domanda su «chi stia davvero strangolando chi» sarà più chiara guardando il cielo che non le carte dei diplomatici.
