Monti non si candida. Si nomina
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Monti non si candida. Si nomina

Per tutta la vita è stato un nominato, lo è di natura, di  carattere, per vocazione, o per interesse. Un’astuzia, la sua: il popolo non lo può sfiduciare

Mario Monti non si candida. Si nomina. Per definizione. Anche la sua biografia ufficiale, quella che compare da un anno sul sito del governo, riduce la sua vita professionale e istituzionale a due righe due: “Nato il 19 marzo 1943 a Varese. Il 9 novembre 2011 è nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica”. Stop. Monti stesso si è presentato così agli italiani dopo la fiducia in Parlamento, il 19 novembre dello scorso anno, dieci giorni dopo la nomina a senatore a vita. “In passato non mi sono mai candidato a qualcosa. Zero”. Idem lo scorso 25 settembre, a margine della Conferenza economica a Aix-en-Provence prima di volare a Bruxelles per la riunione dell’Eurogruppo: “Sono un senatore a vita, non mi candiderò alle prossime elezioni, non ne ho bisogno. Penso che sia importante che la vita politica riprenda in Italia, mi auguro con maggiore responsabilità e maturità. Faciliterò il più possibile questa evoluzione”. E il presidente Napolitano ha detto chiaro (22 novembre 2012) che Monti “non si può candidare al Parlamento perché è già parlamentare”, particolare “non da poco, anche se qualche volta lo si dimentica, comunque ha un suo studio a Palazzo Giustiniani dove potrà ricevere chiunque dopo le elezioni volesse chiedergli un parere, un contributo, o un impegno”. La parolina magica è “impegno”. O contributo. Di solidarietà. Al centro. Sinistra.

La domanda è: davvero i nominati non si candidano? Forse non lo fanno in modo aperto e trasparente. Monti per tutta la vita è stato un nominato, lo è di natura, di carattere, per vocazione, o per interesse. Un’astuzia “non da poco”, per usare diversamente le parole di Napolitano, “anche se qualche volta lo si dimentica”. È comoda la vita del nominato. La rete di relazioni, le promesse (e premesse) nell’ombra, il prestigio che sembra fiorire dal nulla, il manto di cilicio in pubblico senza il fastidio di sottoporsi al vaglio della trasparenza, alla battaglia fumante, al pericolo del voto, al confronto, alla durezza della vita (e politica) vera. I tecnici nominati sono in fondo i più politici tra i tecnici, sono politici senza voti e spesso senza volti  (se non nel Palazzo), potenti che non hanno rapporti col territorio o con gli elettori, ma soltanto coi loro “nominatori”. Ai quali soltanto sono tenuti a rispondere (oltre che a se stessi, è ovvio). I nominati fanno, tecnicamente, l’interesse proprio e di chi li nomina. Non portano nelle istituzioni e nelle pubbliche assemblee gli interessi di quelli che li hanno scelti e votati. I nominati possono essere persone validissime, tecnici sopraffini (anche se spesso poi le sbagliano, donne e uomini di rigore e specchiata moralità, oneste, sinceramente impegnate per il bene del loro paese. Ma non sono campioni della democrazia.

È nel carattere del Professore la nomina incorporata, l’idiosincrasia per i bagni di folla, l’incapacità di rivolgersi con calore alla gente, la distanza dal popolo. Sarà un bene, forse, per chi freddamente deve delineare i passi di una politica economica efficiente. Certo lo è per essere bravi consulenti, manager e soprattutto banchieri. Ma si è mai visto, in una qualsiasi matura democrazia occidentale, il caso di un tecnico che dopo aver guidato in una fase di emergenza un esecutivo (politico) torni in campo prima del voto come candidato virtuale (che nessuno potrà votare) e leader nominale di una parte politica o di nessuna (o di tutte, se non ci sarà una maggioranza politica)? Papabile successore di se stesso che però non accetta le regole del confronto elettorale? Libero e con le mani libere, ma non liberale.

Nominato a vita. Eletto mai.    

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