21 dopo il Raphael, i nuovi tiratori di «monetine» contro Berlusconi
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21 dopo il Raphael, i nuovi tiratori di «monetine» contro Berlusconi
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21 dopo il Raphael, i nuovi tiratori di «monetine» contro Berlusconi

Nell'anniversario dell'aggressione a Bettino Craxi il 30 aprile 1993, piovono accuse sulla decisione di affidare Silvio Berlusconi ai servizi sociali. Da Scalfari a Rangeri: decisione troppo blanda

Aprile, è sempre tempo di tirar monetine. Eugenio Scalfari, Norma Rangeri, Gad Lerner, e tanti altri professionisti del processo politico e mediatico, che dette il via a quello di piazza, non c’erano nel 1993, ventuno anni fa, alle cinque delle sera dello stesso giorno di oggi, 30 Aprile 2014, nell’arena di largo Febo, davanti all’Hotel Raphael, a inscenare la selvaggia caccia a uno statista di nome Bettino Craxi. Un vera e propria aggressione, che Craxi definì di «stampo squadristico», anche perché avvenne «sotto quella che era casa sua», come denunciò Giuliano Ferrara. Quel giorno del disonore per l’Italia, sul quale sono scesi rimozione e silenzio, decretò l’inzio della fine per l’ex premier e leader socialista. Quel giorno, in cui tirarono «di tutto», come gridava la giornalista della celebre telecronaca Rai, «Craxi fu mandato a morire», «al rogo». Parole di Nicolò Amato, l’avvocato di Craxi, ex magistrato ed ex direttore del Dap, il dipartimento di amministrazione penitenziaria, non esattamente un pasdaran antitoghe, nel libro «Bettino Craxi dunque colpevole» (Rubettino). Amato ancora si chiede perché fosse stata autorizzata una manifestazione del Pds di Achille Occhetto proprio a due passi dal Raphael. Monetine, pacchetti di sigarette, accendini, qualcuno ricorda anche ombrelli contro il leader del Psi già sepolto da una valanga di avvisi di garanzia. Ma già mandato al rogo dal «processo di piazza», secondo Amato che confessa di non dormirci ancora la notte.

Ecco, a 21 anni di distanza da quella tribale caccia «al cinghialone», mandato a morire in esilio, si scatenano ad Aprile altri tiratori di monetine. Metaforiche, ovviamente. Ma non per questo meno feroci. Si scagliano contro una sentenza, giudicata troppo blanda per Berlusconi, proprio loro che predicano da sempre che le sentenze non si discutono, ma vanno rispettate. Scalfari si vergogna di vivere in un paese dove «il pregiudicato» potrà fare campagna elettorale dal momento che dovrà andare solo 4 ore a settimana al centro di Cesano Buscone, Magistratura democratica, il tempio delle toghe rosse, parla addirittura di «presa in giro».

Ma la verità la dice Rangeri, direttore del «Manifesto». E cioè che avevano sperato nella scomparsa di Berlusconi, nella sua cacciata definitiva dalla politica, ma hanno perso. Dice Rangeri in tv a «La 7»: «Ma come? È stato condannato per 4 anni (dimentica che tre sono stati indultati ndr) e fa solo 4 ore a settimana? E che è una passeggiata?». Ma soprattutto esclama: «Non è tollerabile che noi stiamo ancora qui a parlare delle sparate che lui fa».

Sì, perché «lui», il Cav, è ancora qui. Ad Aprile sarà tempo di tirare ancora monetine, ma non più quello di mandare i leader al rogo, con i processi di piazza. O con aggressioni «sotto la protezione della moltitudine e dell’anonimato che copre sempre l’audacia degli infami» (Nicolò Amato in “Bettino Craxi dunque colpevole”). Chissà che alcune facce vere delle monetine non stiano oggi anche nei Palazzi della politica. Sarebbe interessante sapere chi c’era veramente quel giorno di 21 anni fa al Raphael. Ma non per un processo di piazza, solo perché non accada mai più.  

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