Mafia Capitale, intercettati gli avvocati
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Mafia Capitale, intercettati gli avvocati
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Mafia Capitale, intercettati gli avvocati

Il legale di Carminati: "Abbiamo subito cimici e pedinamenti, con finalità intimidatoria". I penalisti della Capitale dichiarano lo stato di agitazione

Gli avvocati penalisti di Roma sono in rivolta perché sostengono che la Procura ha intercettato le conversazioni tra alcuni di loro  e irispettivi clienti coinvolti nell’inchiesta "Mafia Capitale". Per questo hanno proclamato lo stato di agitazione, lamentando la grave violazione dei principi essenziali del diritto. Gli avvocati mettono sotto accusa anche la spettacolarizzazione dell’inchiesta, la diffusione di atti d'indagine e il tentativo di usare i processi per ”moralizzare” la società e non per accertare le responsabilità individuali.

A denunciare l'accaduto è stato, per primo, Giosuè Bruno Naso, il difensore di Massimo Carminati (l’uomo considerato uno dei capi della presunta cupola mafiosa romana dagli investigatori). Naso ha dichiarato di essersi scoperto vittima d'intercettazioni telefoniche e ambientali, e addirittura di pedinamenti. E ha dichiarato: “Le intercettazioni delle conversazioni telefoniche e ambientali negli studi legali attraverso l'uso delle cimici, e addirittura i pedinamenti degli avvocati, al solo fine di conoscere preventivamente e illegittimamente le conversazioni che avvenivano con i clienti, mortificano il diritto alla difesa con finalità chiaramente intimidatorie. È questo intendimento intimidatorio finale quello che allarma più di qualsiasi altra cosa: un messaggio per il presente e per il futuro su come esercitare la professione”.

Le intercettazioni dei contatti tra inquisiti e i propri legali sono rigidamente vietate dal quinto comma dell’articolo 103 del Codice di procedura penale: “Non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni deli difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e loro ausiliari, né a quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite". Una sentenza della Corte di cassazione del 18 giugno 2014, però, ha stabilito che le intercettazioni siano ammissibili nel caso in cui le conversazioni non siano di natura strettamente professionale.

In base a una ricerca condotta dall'Università di Bologna nel 2013, e basata su un grande sondaggio che ha coinvolto 1.265 penalisti italiani, risulta che questo tipo di pratica illecita sia diventata peraltro un'abitudine delle procure. Alla domanda "nella sua esperienza accade che siano effettuate e trascritte intercettazioni di colloqui tra l'indagato e il suo difensore?", la risposta degli intervistati è sconfortante: il 3,6% dice che accade sempre; il 25,3% dichiara che accade di frequente; il 43,2% sostiene che accade poche volte. Soltanto il 27,9% degli avvocati è certo che non accada mai.

“È un problema grave" commenta Alessandro Diddi, il legale di Salvatore Buzzi, un altro tra i principali indagati "perché incide sulla libertà della difesa”. L'agitazione, comunque, è il primo passo: "È il minimo che potessimo fare" dice Naso "quando ci si rende conto che i diritti e le prerogative della difesa vengono così ignobilmente violati”.



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