Donald Trump al telefono con Putin
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La presidenza Trump dopo il no del Congresso alla riforma dell'Obamacare

Dopo il ritiro del provvedimento abrogativo della riforma del 2010, il presidente deve cambiare marcia e capire la complessità della politica americana

Nei suoi primi cento giorni dall'insediamento Barack Obama era riuscito a far approvare un imponente pacchetto di stimoli all'economia valutato in 787 miliardi di dollari. Aveva anche dato il via alle prime consultazioni per verificare quanto largo fosse il sostegno al Congresso alla riforma sanitaria che avrebbe visto la luce, dopo una difficile negoziazione, nel marzo 2010.

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Fuochi d'artificio e roboanti ordini esecutivi a parte, è improbabile che  Trump  riesca a incassare risultati altrettanto significativi nei suoi primi cento giorni: dalla bocciatura del suo progetto di abrogazione dell'Obamacare alla difficile ricerca per trovare i fondi per l'ampliamento del muro tra Stati Uniti e Messico fino al suo progetto di legge per rendere sconveniente la delocalizzazione all'estero delle grandi aziende americane, il quarantacinquesimo presidente americano ha un urgente bisogno di costruire un rapporto solido con i deputati della sua maggioranza al Congresso, in larga parte restii, anche dentro il suo partito, a seguire l'avventurisimo presidenziale.


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È questa la sfida che ha davanti Donald Trump: gli ordini esecutivi possono avere un forte contenuto simbolico, ma di per sé necessitano di un passaggio parlamentare.  La domanda che si pongono in molti, in fondo, è semplice: l'ideologo Stephen K. Bannon, il consigliere principe che ha scelto il presidente, ha sufficiente esperienza e moderazione per portare avanti le trattative con quella parte del GOP che considera Trump come un estraneo?

Sarà sufficiente affiancargli, come ha fatto Trump, lo speaker del Congresso Paul Ryan (già sostenitore di Romney nel 2012) per garantirsi che la sua agenda legislativa non subisca ulteriori stop a causa dell'agguerrita opposizione di una parte del Partito repubblicano?

Sono le domande che si pone anche il notista politico del New York Times, Robert Draper, quando avverte che al Senato il vantaggio ipotetico della maggioranza repubblicana è di 52 a 48, troppo poco in un partito diviso come il GOP per assicurare che i progetti di legge presidenziali (dal taglio delle tasse sui profitti fino all'introduzione dei dazi sulle importazioni) possano essere portati a compimento. E al congresso, sui vari temi in agenda, i nomi dei suoi oppositori interni sono noti: Ted Cruz, Rand Paul e Mike Lee sulla riforma fiscale, John McCain, Lindsey Graham e Marco Rubio sulle questioni legate alla politica estera e militare, Susan Collins, Lisa Murkowski e Shelley Moore Capito sui tagli che ha in mente Trump per ridurre il perimetro del welfare americano. Di nuovo: il blogger ultranazionalista bianco Bannon che ha scelto Trump è l'uomo giusto per riportare tutto il GOP sotto il controllo presidenziale? I dubbi, anche in questo caso, sono molti, e trasversali. 

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C'è anche un aspetto che l'elezione di un outsider come Trump ha reso evidente: l'estrema divisione del Gop. Dopo aver passato otto anni a criticare duramente Obamacare, i congressisti al momento della verità non sono stati capaci di formulare una proposta alternativa convincente. Trump, in qualche modo, può consolarsi col fatto di non aver trascinato la discussione e i negoziati sull'Obamacare per mesi, col rischio di logorarsi ulteriormente, e quindi di fatto di avere contenuto i danni. Ma la questione è anche un'alyra: Trump ha dimostrato fiuto in campagna elettorale.

Ma per governare deve dismettere gli abiti del presidente candidato e comprendere quelle complessità del sistema istituzionale americano che ad oggi sembrano sfuggirgli. Agire d'impulso, come poteva fare quando era  amministratore delegato, non è come essere il presidente della più grande democrazia del mondo. Ezra Klein, direttore di Vox, ha scritto che il livello di comprensione della legge sanitaria da parte di Trump era «evidentemente basso». Una fonte di Ryan Lizza, rispettato giornalista politico del New Yorker, aveva aggiunto: «I Repubblicani sono stupefatti da quanto Trump sia in difficoltà: sembra che non capisca né le implicazioni politiche né i dettagli».

È il grande scoglio di Trump perché il suo mandato possa proseguire senza ulteriori sconfitte: comprendere la complessità della politica americana e agire di conseguenza. Il tempo della campagna elettorale, se vuole evitare altri scivoloni, è terminato.




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Redazione Panorama