Più che la settimana delle svolte, è stata la settimana dei dubbi. Il delitto di Garlasco non smette di stare al centro dei programmi televisivi, delle ricostruzioni giornalistiche e del confronto tra consulenti, avvocati ed ex magistrati. Sono riemersi passaggi di verbali rimasti finora ai margini, sono state rimesse in discussione alcune delle valutazioni tecniche che contribuirono alla condanna di Alberto Stasi e si è riacceso lo scontro sullo scontrino del parcheggio di Vigevano prodotto da Andrea Sempio.
Tutto significativo. Niente, però, che possa essere definito una nuova prova decisiva.
Il quadro giudiziario, infatti, non è cambiato durante questa settimana. Alberto Stasi resta l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di famiglia il 13 agosto 2007. Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, è invece l’unico indagato nella nuova inchiesta della Procura di Pavia e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
La Procura pavese ha chiuso le indagini nei suoi confronti nel maggio scorso, contestandogli di essere l’autore dell’omicidio. Gli atti raccolti dovrebbero essere valutati anche dalla Procura generale di Milano in relazione a un’eventuale revisione del processo Stasi. Ma, fino al 17 luglio, non è emersa una nuova decisione giudiziaria: nessuna richiesta di rinvio a giudizio resa nota, nessuna revisione formalmente avviata e nessuna perizia appena depositata capace di riscrivere da sola la storia processuale.
Il racconto di Stefania Cappa mai entrato nei verbali
La novità più concreta della settimana riguarda la videoaudizione di Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi, sentita il 5 maggio scorso dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
In un passaggio reso pubblico il 13 luglio, Stefania Cappa ha ricordato un episodio avvenuto prima dell’omicidio. Mentre si trovava nella villetta insieme a Chiara, le due avrebbero sentito suonare un allarme all’esterno. Chiara sarebbe quindi corsa in strada, in via Pascoli, indossando ciabatte e un pigiamino bianco. Secondo la cugina, appariva molto spaventata.
Il particolare assume interesse soprattutto perché Stefania sostiene di averlo già raccontato durante le indagini del 2007. Nei verbali dell’epoca, tuttavia, non sarebbe stato riportato.
Il racconto è stato immediatamente presentato come un elemento in grado di demolire uno dei pilastri della condanna di Stasi: l’idea che Chiara, particolarmente riservata, non avrebbe aperto la porta o si sarebbe mostrata in abiti da casa davanti a una persona con la quale non aveva grande confidenza.
La portata del nuovo passaggio deve però essere ridimensionata. L’episodio raccontato da Stefania Cappa dimostrerebbe, al massimo, che in una precedente occasione Chiara era uscita precipitosamente dalla villetta in pigiama. Non dimostra che la mattina del 13 agosto abbia aperto la porta a uno sconosciuto. Non chiarisce chi sia entrato in casa e non identifica l’assassino.
Resta semmai un’altra domanda: perché un particolare ritenuto così vivido dalla testimone non fu messo nero su bianco nel 2007? È proprio nella distanza tra quanto le persone sostengono di aver raccontato e ciò che compare negli atti che la nuova inchiesta sta facendo emergere alcune delle maggiori fragilità delle indagini originarie.
Lo scontrino di Vigevano: alibi o semplice pezzo di carta?
L’altro grande protagonista della settimana è stato lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Andrea Sempio lo consegnò agli investigatori nel 2008, circa un anno dopo l’omicidio, per documentare di essere stato nella città lombarda la mattina del 13 agosto 2007.
Il ticket non contiene il nome di chi lo ha ritirato. Dimostra soltanto che, a una determinata ora, qualcuno ha utilizzato quel parchimetro.
Proprio per questo l’avvocato Liborio Cataliotti, uno dei difensori di Sempio, ha precisato che lo scontrino non avrebbe mai costituito un vero alibi: non essendo nominativo, da solo non può dimostrare dove si trovasse l’indagato. Acquisterebbe valore soltanto se inserito nella ricostruzione complessiva dei suoi movimenti e delle sue dichiarazioni.
Cataliotti ha inoltre sostenuto che il cellulare di Sempio avrebbe agganciato Vigevano alle 9.58, nell’unica occasione in cui il telefono sarebbe stato utilizzato in quella fascia oraria. Il tragitto di circa sedici chilometri tra Garlasco e Vigevano, secondo la difesa, sarebbe percorribile in una ventina di minuti e quindi compatibile con la versione fornita da Sempio. La conservazione del ticket per un anno sarebbe stata invece suggerita dalla madre, Daniela Ferrari.
La difesa afferma anche di aver raccolto la testimonianza di un tecnico che lavorava per la società incaricata della gestione dei parchimetri. L’uomo avrebbe confermato la genuinità materiale dello scontrino, escludendo che sia stato contraffatto o prodotto attraverso un’alterazione della macchina.
Ma autenticità e provenienza non sono la stessa cosa. Anche qualora il ticket fosse perfettamente autentico, resterebbe da stabilire chi lo abbia materialmente ritirato.
L’ipotesi investigativa discussa in questi mesi è che possa essere stata la madre di Sempio, che quel giorno avrebbe potuto trovarsi a Vigevano. La donna intratteneva allora un rapporto con un vigile del fuoco in servizio nella zona. Quest’ultimo, sentito dagli inquirenti, ha però negato di averla incontrata a Vigevano quella mattina e avrebbe spiegato di non avere la possibilità di allontanarsi liberamente dalla caserma. La difesa considera queste dichiarazioni incompatibili con l’ipotesi accusatoria.
Il risultato è che lo scontrino continua a essere interpretato in due modi opposti. Per l’accusa potrebbe essere la costruzione postuma di una versione familiare. Per la difesa è un elemento coerente con i movimenti di Sempio, conservato su consiglio della madre e materialmente autentico.
Nessuna delle notizie emerse questa settimana stabilisce definitivamente chi lo abbia ritirato.
Le scarpe Frau e il piede di Andrea Sempio
Il terzo terreno di scontro riguarda le impronte di scarpe rilevate all’interno della villetta. Nei processi contro Stasi, alcune tracce a pallini furono ricondotte a una calzatura compatibile con un modello Frau numero 42. Le scarpe utilizzate dall’assassino, tuttavia, non sono mai state trovate.
La difesa di Sempio ha acquistato calzature Frau ritenute simili a quelle indicate nelle vecchie consulenze, facendo provare all’indagato un numero 42 e un numero 43. Sempio, che oggi calzerebbe il 44, non sarebbe riuscito a indossarle. Per i suoi legali, l’incompatibilità tra il piede e la scarpa potrebbe far cadere uno degli elementi utilizzati per collocarlo sulla scena del delitto.
Il problema è che l’esperimento difensivo non ha il valore di una perizia disposta da un giudice. Esiste inoltre una difficoltà difficilmente eliminabile: stabilire con precisione quale fosse la conformazione del piede di Sempio nell’agosto del 2007, quando aveva diciannove anni.
A complicare ulteriormente la questione è intervenuto Paolo Poloniato, professionista con una lunga esperienza nella progettazione delle calzature. Secondo Poloniato, sarebbe tecnicamente sbagliato ricavare il numero di una scarpa concentrandosi soprattutto sulla larghezza del piede o dell’impronta. La taglia dipenderebbe innanzitutto dalla lunghezza, mentre la larghezza potrebbe variare in base alla forma, alla tomaia, ai materiali e al volume interno della calzatura.
Per questa ragione, il fatto che oggi Sempio non riesca a infilare un determinato paio di scarpe non dimostrerebbe automaticamente che non potesse utilizzare una calzatura dello stesso numero ma costruita con materiali o forme differenti.
Cataliotti ha confermato che la difesa sta lavorando a ulteriori approfondimenti tecnici. Anche in questo caso, dunque, non esiste ancora una conclusione condivisa: ci sono esperimenti difensivi, opinioni di esperti e valutazioni contrapposte, ma non una nuova perizia super partes che escluda o confermi definitivamente la compatibilità.
Soprattutto, non bisogna confondere le diverse tracce. Le impronte delle scarpe sono un elemento distinto dalla cosiddetta impronta 33, la traccia repertata sulla parete delle scale e attribuita dalla nuova indagine a Sempio. Nella narrazione televisiva, elementi tecnicamente diversi finiscono spesso per sovrapporsi, alimentando una confusione che rende il caso ancora più difficile da leggere.
L’ex procuratore Cedrangolo contro la condanna di Stasi
La presa di posizione più forte della settimana è arrivata da Oscar Cedrangolo, l’ex sostituto procuratore generale che nel 2015, rappresentando l’accusa davanti alla Cassazione, chiese l’annullamento della condanna di Alberto Stasi.
Nella seconda parte dell’intervista trasmessa il 16 luglio da “Zona Bianca”, Cedrangolo è tornato sugli elementi che, a suo giudizio, rendevano fragile la sentenza. In particolare, ha definito una «bufala» la ricostruzione secondo cui Stasi avrebbe cercato di presentare la morte di Chiara come il risultato di un incidente domestico.
Secondo l’ex magistrato, quell’interpretazione non sarebbe stata sostenuta correttamente dagli atti: l’ipotesi della caduta accidentale sarebbe nata inizialmente dagli stessi investigatori e non da un tentativo di Stasi di depistare le indagini.
Cedrangolo ha inoltre richiamato la vicenda del testimone Marco Demontis Muschitta, che nel 2007 disse inizialmente di aver visto una bicicletta davanti alla villetta per poi ritrattare. L’ex procuratore ha definito insolita la sospensione intercorsa tra la prima dichiarazione e la successiva ritrattazione, sostenendo che quel passaggio non sarebbe mai stato chiarito completamente.
Le dichiarazioni di Cedrangolo hanno un peso particolare per il ruolo che ricoprì nel processo, ma non costituiscono una prova nuova. L’ex magistrato aveva già espresso le proprie riserve nel 2015. L’intervista rilancia e rende più accessibili le sue critiche, senza modificare la validità della sentenza definitiva.
La “camminata” di Stasi nuovamente sotto accusa
A “Zona Bianca” è stata rimessa in discussione anche la perizia sulla cosiddetta camminata di Alberto Stasi nella villetta. L’accertamento servì a valutare quanto fosse probabile attraversare le zone interessate dalle tracce ematiche senza sporcare visibilmente le suole delle scarpe.
Il criminologo Marco Strano ha contestato il modello utilizzato, sostenendo che non avrebbe considerato adeguatamente il comportamento istintivo di una persona davanti al sangue e ai resti biologici. Chi entra in una scena del genere, secondo Strano, tende naturalmente a evitare ciò che vede sul pavimento, modificando passi, direzione e postura.
Il dibattito si è esteso anche ai tempi di essiccazione del sangue e alle ore trascorse prima del sequestro delle calzature di Stasi. La difesa dell’ex studente considera questi aspetti importanti per mettere in discussione una delle valutazioni che pesarono nel processo. Altri esperti ricordano però che la perizia non aveva lo scopo di identificare direttamente l’assassino, ma di verificare la credibilità del percorso descritto da Stasi.
Ancora una volta, siamo davanti a una critica tecnica formulata in televisione, non a una nuova consulenza giudiziaria già acquisita in un procedimento di revisione.
Le notizie vecchie tornate a sembrare nuove
Nella grande quantità di contenuti pubblicati durante la settimana, diversi elementi presentati come nuovi erano in realtà già conosciuti.
È il caso dell’indagine per false dichiarazioni che coinvolge Gennaro Cassese, l’ex comandante dei carabinieri di Vigevano che partecipò alle prime attività investigative. La notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati era emersa prima del 13 luglio. Durante la settimana è stata soprattutto commentata e analizzata nuovamente nei programmi televisivi.
Lo stesso vale per gli appunti personali di Sempio, per alcune intercettazioni familiari, per i dubbi sulla conservazione dello scontrino e per numerosi passaggi delle audizioni raccolte nei mesi precedenti.
La differenza tra una notizia nuova e un vecchio elemento rilanciato non è secondaria. Nel caso Garlasco il materiale è talmente vasto che ogni frase isolata può essere trasformata in un colpo di scena, soprattutto quando viene sottratta al contesto nel quale era stata pronunciata.
Una settimana mediatica, non ancora giudiziaria
Il bilancio del periodo compreso tra il 13 e il 17 luglio è quindi più limitato di quanto suggeriscano alcuni titoli.
Il racconto di Stefania Cappa è un particolare effettivamente riemerso e pone nuove domande sul modo in cui furono verbalizzate le testimonianze nel 2007. Non dimostra però a chi Chiara abbia aperto la porta il giorno del delitto.
Lo scontrino di Vigevano resta un documento autentico nella sua materialità, almeno secondo il tecnico consultato dalla difesa, ma non è nominativo e non permette di identificare chi lo ritirò.
Le scarpe Frau dividono gli esperti, perché un test di calzata effettuato oggi non può ricostruire automaticamente la situazione del 2007 e perché la corrispondenza tra piede, numero e impronta dipende da numerose variabili.
Le parole di Cedrangolo e le critiche alla perizia sulla camminata rafforzano la battaglia della difesa di Stasi, ma non cancellano la sentenza definitiva. Allo stesso modo, le ipotesi formulate dalla Procura su Sempio non equivalgono a una condanna e dovranno essere sottoposte al controllo di un giudice.
La settimana dei dubbi non ha dunque consegnato la pistola fumante. Ha mostrato, ancora una volta, quanto il delitto di Garlasco sia diventato una battaglia tra interpretazioni opposte degli stessi elementi.
Ogni particolare sembra capace di sostenere contemporaneamente due verità: quella di chi considera ingiusta la condanna di Stasi e quella di chi ritiene fragile la nuova accusa contro Sempio. In mezzo resta Chiara Poggi e una domanda che, dopo quasi diciannove anni, nessuna delle rivelazioni emerse questa settimana è ancora riuscita a chiudere definitivamente: chi l’ha uccisa?
