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Panorama trasloca

Dopo 56 anni Panorama lascia la Mondadori. Il saluto del Direttore ai lettori

Palazzo Mondadori Segrate

Raffaele Leone

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Dunque Panorama cambia casa dopo 56 anni. Che cosa c'è di vero? mi è stato chiesto in queste settimane. Adesso posso rispondere: c'è tutto di vero. La Mondadori cede la testata a Maurizio Belpietro, giornalista più famoso di me che non ha dunque bisogno di presentazioni, diventato anche editore prima con La Verità e adesso con Panorama. A volte sono buffi i corsiei ricorsi delle storie personali, come nel caso di questo mio passaggio di consegne.

Conosco Belpietro praticamente da quando sono arrivato a Milano, nel 1991. Avevo lasciato la Sicilia per imbarcarmi nella nascente avventura de L'Indipendente di Franco Ricardo Levi. Era un giornale con una grafica che somigliava vagamente a quella del Foglio, un quotidiano dai toni sussurrati più che pacati, con i fatti che dovevano essere separati rigorosamente dalle opinioni, con i titoli piccoli piccoli mai strillati. Per certi versi sembrava un raffinato club inglese. Voleva diventare il riferimento di un giornalismo signorile, aveva nelle sue fila colleghi che hanno fatto carriera, a volte risultava ingessato, un po' snob e noiosetto. Ci fu appena il tempo di capire la rotta che si voleva seguire e di dispiegare le vele. Naufragò in quattro mesi.

La Lega nascente cominciava a fare proseliti e da lìa poco scoppiò Tangentopoli. I toni sussurati e i fatti separati dalle opinioni furono travolti. E qui faccio un inciso perché io questa cosa dei fatti separati dalle opinioni, formula che oltretutto fu coniata nel 1965 su Panorama dal direttore Lamberto Sechi, non è che l'abbia mai capita del tutto.

Ognuno di noi ha un'opinione e fa il giornalismo che gli somiglia ovviamente rispettando la cornice editoriale in cui si trova, ha il proprio stile, il proprio approccio. Poi sta a lui - se vuole - non mostrarsi schiavo delle proprie opinioni, essere attento a quelle altrui, far vedere che l'errore non sono le opinioni ma piegare i fatti alle proprie opinioni. L'Indipendente dunque.

Per cavalcare quei cambiamenti epocalie guadagnare copie, gli editori di allora ebbero un'intuizione felice: chiamare Vittorio Feltri, il giornalista più dissacrante, più anticonformista, più provocatore che ci fosse su piazza. Un fuoriclasse detestato dall'intellighenzia "politicamente corretta", uno che se c'è da menare fendenti non lo fermi, un segugio che di fronte all'odore della preda hai voglia a distrarlo. Si portò il suo braccio destro che aveva a L'Europeo: Maurizio Belpietro. Quando fu annunciato il loro arrivo a L'Indipendente ci fu il fuggi fuggi. "Arrivano i barbari", sentivi dire. Io, che non li conoscevo e che ero partito con la mia valigia di cartone per mettermi alla prova, che mi ero sradicato dolorosamente pur di misurarmi col mare aperto, non avevo alcuna intenzione di scappare. E che sarà mai, pensai. Ero curioso di vedere questi famigerati scarponi chiodati fare l'ingresso in redazione. Restare mi portò bene.

Ruvidi erano ruvidi, diciamocelo, ma sono stati la mia palestra di formazione milanese, all' Indipendente e poi a Il Giornale. Non somiglio né a Feltri né a Belpietro ma considero i  tanti anni con loro una gran buona scuola. Ho osservato molto, ho imparato molto.

Feltri spendeva e spandeva un talento naturale, Belpietro accumulava e costruiva il suo talento con l'impegno tenace e meticoloso che lo ha portato dov'è. Anche quando si sono separati ho continuato a lavorare un pò con l'uno, un pò con l'altro. Accomunati dalla passione per questo mestiere, ci siamo conosciuti sempre meglio. Non so se loro la pensino come me, ma direi che abbiamo imparato a rispettare il nostro modo diverso di essere, perfino le opinioni discordanti, e a prendere quel che di buono l'uno poteva dare all'altro. Anche questo fa di una scuola una buona scuola e io dal mio banco in ultima fila sono arrivato fino alla cattedra.

Cattedra che mi è stata assegnata nove mesi fa, dopo un altro lungo sodalizio con Giorgio Mulè che avevo conosciuto al Giornale. Toccava a me dirigere Panorama. Il solo nome Panorama è la storia di questo mestiere. Io non sono uno che nasconde i propri limiti e le proprie debolezze, quindi mi costa niente raccontare che oltre a tanto entusiasmo ho avuto anche paura. "Ce la farò?", mi dissi. Ripensavo ai direttori che avevo avuto e a quelli che ho seguito da lontano, alle loro capacità, alle loro caratteristiche, alle loro tante qualità. Sul momento mi sono risposto: "No che non ce la farò". Questo mio no è però durato soltanto una notte. Dopo otto ore a rigirarmi nel letto, ho capito dove stavo sbagliando. "Io sono io. Non so se riuscirò a fare un buon giornale, ma se voglio provarci mettendocela tutta - e voglio provarci - devo semplicemente essere me stesso. Ho avuto eccellenti professionisti come punti di riferimento, dentro e fuori i giornali dove ho lavorato, da ognuno di essi ho imparato qualcosa, ne faccio continuamente tesoro, ma se mi travesto con i loro panni, vado a sbattere". E così è venuto fuori il Panorama che avete visto in questi mesi.

Un giornale che mi somiglia, dunque. Moderato, polemico ma non aggressivo, che ha ospitato punti di vista anche diversi purché stimolanti, che ha raccontato i fatti perché gli piace raccontare, capire, scoprire. Che si diverte a farlo, aggiungo. E che quell'entusiasmo ha voluto trasmettere al lettore. Nulla avrei potuto senza gran parte di questa redazione che si è rimboccata le maniche e ha remato con me fianco a fianco. Grazie. Il mercoledì mattina, quando arrivavano in anteprima le copie appena uscite dalla rotativa ci rigiravamo il numero tra le mani. "È venuto bene?". Dopo una settimana di travaglio, mi sembrava di essere ogni volta in sala parto a guardare il pupo. Accade così ovunque, credo, ma la nostra trepidazione era maggiore perché stavamo su una strada in salitae volevamo vendere cara la pelle.

La stampa soffre, i settimanali ancor di più. Calano le copie, cala la pubblicità, calano i guadagni, cala la scure dei tagli, cala inevitabilmente l'entusiasmo anche in chi fai giornali. Noi abbiamo puntato a farcelo tornare quell'entusiasmo, per quanto non sia sempre sufficiente. Io ce l'ho messa tutta, dalla prima all'ultima riga, dalla prima all'ultima idea. Dopo la riflessione di quella prima notte, ho provato a onorare il prestigio di questa testata e il mestiere che amo. E visto che volevo essere me stesso, anche i miei editoriali sono venuti con quello stile basico e un pò confidenziale che fa parte di me. Sul momento ho patito la sindrome del foglio bianco (non scrivevo una riga da oltre vent'anni). Poi, picchettando sulla tastiera, gli articoli sono venuti fuori. E mi calzavano come la scarpa di Cenerentola.

Una mia zia, Leda, all'inizio era rimasta perplessa. "Raffaelluzzu- mi chiama così da quando sono nato 58 anni fa- sei sicuro cheè il caso di metterci tutti questi dettagli personali, sei sicuro di mostrarti così come sei?". Recentemente mi ha detto: "Ci ho pensato. Hai fatto bene, è un modo che avvicina chi legge, sei tu".

È lo stesso complimento che tanti lettori mi hanno fatto. Il più bello. Al di là delle critiche o degli apprezzamenti alle mie opinioni, al di là dei riconoscimenti professionali, al di là dei contributi acuti, quei lettori lì mi hanno colpito di più. Perchè al mio tono confidenziale rispondevano con confidenza e addirittura con affetto. Mi hanno dato spesso del tu perché dicevano di sentirmi come uno di famiglia, sostenevano che leggermi era come avermi con loro seduto sul divano, come parlare con l'amico al bar, come avermi conosciuto da sempre. Ovviamente non ho mai pubblicato quelle lettere maa tutti ho risposto e anchea me sembra di conoscerli, uno per uno, senza averli mai visti. Oggi lo racconto per dire che mi sento fortunato. Di solito gli amici diventano nostri lettori, io ho avuto tanti lettori che sono diventati miei amici. Sono stati nove mesi intensi ed esaltanti, dunque. L'emorragia di copie si è fermata ma il tempo è stato quel che è stato e oggi recuperare lettori è come raccogliere il grano nei campi chicco per chicco. Si sarebbe potuto fare un giornale migliore? Sicuramente sì. Avrei io potuto fare un giornale migliore. Direi di no. Alle condizioni date credo di aver fatto il giornale migliore che potessi.A qualcunoè piaciutoa qualcun altro no, alcuni mi hanno scritto che non avrebbero più letto Panorama, altri che erano tornatia leggerlo. È la stampa, bellezza.

Adesso non passo soltanto il testimone a quel Belpietro che incontrai 27 anni fa e che poi mi volle come suo vice nel 2007 qui a Panorama, ma è la testata tutta a passare a lui. Maurizio farà il giornale che vorrà, sicuramente dalla personalità forte. Ne ha tutti gli strumenti e le capacità. E mentre io rimango in Mondadori, mentre ringrazio l'azienda per essersi fidata di me e di fidarsi ancora dandomi un nuovo incarico, mi viene spontaneo salutare con un abbraccio quei compagni di viaggio che traslocano e che hanno condiviso con me questi nove mesi intensi in un giornale glorioso. Forza Panorama.

raffaele.leone@mondadori.it © RIPRODUZIONE RISERVATA

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