L'Aquila: la condanna degli scienziati? Indecente
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L'Aquila: la condanna degli scienziati? Indecente

E adesso, dopo la sentenza, quale sismologo firmerà più un documento sulla probabilità del rischio sismico o idrogeologico?

E adesso quale scienziato firmerà più un documento sulla probabilità del rischio sismico o idrogeologico? Che si tratti di Abruzzo, Friuli o regione vesuviana. Quale scienziato avrà più il coraggio di mettere nero su bianco le proprie asettiche valutazione di eventi che sfuggono per definizione alla assoluta prevedibilità scientifica? Le scienze esatte non necessariamente sono perfette. Non lo è neppure medicina, o la meccanica, perché dovrebbe esserlo la sismologia. L’esperto di terremoti non è come l’ingegnere dei ponti. I suoi calcoli non sono e probabilmente non saranno mai in grado di prevedere un terremoto. Allora com’è possibile che vengano condannati a 6 anni di carcere (addirittura più dei 4 anni chiesti dall’accusa) scienziati di fama internazionale come il vulcanologo Franco Barberi e il sismologo Enzo Boschi, per aver sottovalutato alla fine di marzo 2009 il pericolo del terremoto che avrebbe colpito l’Aquila alle 3.32 del 6 aprile, provocando 309 morti?

Già la notizia del fascicolo aperto sui 7 membri della Commissione Grandi Rischi rei di non aver previsto (ma neppure escluso) un grande sisma, era stata subito accolta da perplessità e qualche ironia. Mille scienziati di tutto il mondo scrissero al presidente Napolitano per sottolineare l’abnormità del processo. Quando mai si è potuto ragionevolmente sostenere, dalla California al Giappone, che un sisma è prevedibile? Ancora una volta, la magistratura è andata sopra le righe, almeno di quella lettera, e ergendosi al di sopra della scienza ha stabilito che i massimi esperti di sismologia e vulcanologia fecero male a rassicurare la popolazione. E qui si apre un altro enorme problema. Quello della comunicazione del rischio. Quello dell’allarme o, al contrario, della rassicurazione. Gli scienziati, infatti, non comunicano. Gli scienziati analizzano gli eventi, naturalmente possono sbagliare ma non è l’effettivo verificarsi del terremoto a confutare le loro “previsioni”. Primo, perché queste discipline si fondano sulla probabilità, non sulla certezza. Poi, perché sarebbe da indagare quanta parte abbiano avuto i giornalisti nell’indirizzare con le loro domande la comunicazione dei componenti della Grandi Rischi verso un messaggio che erroneamente poté apparire del tutto rassicurante. C’è piuttosto da chiedersi quanto pesi nella decisione di perseguire gli scienziati la comprensibile disperazione dei parenti che naturalmente cercano e pretendono una spiegazione per una tragedia che purtroppo non ne ha (se non nella insufficienza dell’unica prevenzione possibile e reale, ossia impastare bene il cemento delle case, fare bene collaudi e manutenzione, gestire nel modo migliore l’emergenza quando si verifica). Un terremoto non è un’alluvione. La scossa sismica non è come la pioggia. Sembra una banalità, invece sono concetti che vanno ripetuti.

Quella tragedia e i suoi 309 morti furono colpa degli scienziati che non dissero agli amministratori e ai politici di far evacuare l’Aquila? Ma per favore! Sembra di essere ripiombati in un clima oscurantista nel quale lo sciamano segna come colpevole il medico, nel villaggio decimato da una epidemia. O addirittura nella notte del mito greco, giù fino alla storiella di Edipo e della Sfinge, o all’humus dei flagelli biblici, o alle punizioni delle Mille e una Notte e delle altre fole non solo orientali, in cui gli scienziati alla corte dei sovrani rischiavano la testa se non riuscivano con le loro arti a salvare chi non avrebbe mai potuto salvarsi. Almeno, non grazie a loro e non senza un miracolo.
Vogliamo davvero credere che Barberi, Boschi e gli altri componenti della Commissione siano stati così irresponsabili da non voler leggere i segni del Cielo nella successione a sciame delle scosse e colpevolmente abbiano rimboccato con le loro relazioni e coi verbali di quella sfortunata riunione del 30 marzo le coperte agli studenti seppelliti qualche giorno dopo dalle macerie?
Se c’è una previsione facile, è quella di una profonda modifica di questa sentenza in appello. Nel frattempo, però, il danno sarà stato fatto. Nessuno scienziato sottoscriverà più una valutazione del rischio. E se lo farà, sarà per una forma di gratuito eroismo. Poveri noi.

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