Jobs act: Renzi alla prova del Senato
Il premier Matteo Renzi
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Jobs act: Renzi alla prova del Senato

Verso il voto di fiducia per dare l'ultima spallata alla minoranza interna

Voto di fiducia per dare l'ultima spallata alla minoranza del Pd. Sul Jobs act stavolta Matteo Renzi la partita la gioca al Senato. Partita "fuori casa", ad alto rischio, visto che la maggioranza di governo a Palazzo Madama viaggia sul filo di sette voti. Se alla direzione pd, a Largo del Nazareno, una settimana fa, il segretario-premier se la era cavata spaccando l’opposizione interna, tra 11 astenuti e 20 contrari, stavolta il rischio è che gli ultras dell’area di Pippo Civati, tra cui Corradino Mineo, gli rendano la pariglia.


Sull'articolo 18 torna lo psicodramma Pd


Se Renzi sarà costretto a mettere il voto di fiducia lo si saprà con certezza questa mattina quando inizierà la discussione in aula per la votazione finale che si prevede ci sarà in serata o al massimo mercoledì. Ma l’obiettivo del premier è quello di presentarsi proprio mercoledì a Milano con la riforma in mano al vertice Ue, con lo scalpo, insomma, della vittoria sui suoi avversari interni da esibire ad Angela Merkel. Ma un conto è vincere a Largo del Nazareno, un conto è la partita "fuori casa", a Palazzo Madama dove fino a sera non erano stati ritirati i 7 emendamenti (di cui quello più insidioso è contro la soppressione dell’articolo 18), con una trentina di firmatari, presentati dai suoi dissidenti interni. L’area è composita: il grosso è formata dai bersaniani, che però dovrebbero votare a favore come lo stesso Pier Luigi Bersani aveva già annunciato in nome della sua appartenenza “alla ditta”.

Ma ci sono i cinque o sei senatori civatiani ed alcuni esponenti della sinistra dem di Gianni Cuperlo, che, seppur con toni e sfumature diverse, hanno tuonato contro la fiducia perché "sarebbe un gesto di rottura". Cuperlo fa un appello a Renzi invitandolo al "dialogo". Civati invece va giù duro e con una nota sul suo blog accusa il suo ex amico Renzi di “slealtà”. Il succo del ragionamento di “Pippo” è questo: non ci può invitare a essere leali proprio lui che "non è stato leale con Enrico Letta". "Sarebbe bello essere leali con le persone" attacca Civati con l'ironico hashtag #staisereno. Duro anche il bersaniano Stefano Fassina, stavolta però in dissenso con il suo leader: "La delega così, in bianco, non si può votare".

Fassina, Civati e Cuperlo sono tutti e tre deputati. Bisogna vedere ora se i senatori a loro vicini li seguiranno. Prevede il senatore pd Stefano Esposito, vicino ai giovani turchi che in direzione hanno votato a favore: "Alla fine potrebbero essere in cinque o in sei a votare contro. Del resto Civati alla Camera non ha dato la fiducia né al governo di Enrico Letta né a quello di Renzi. Ma" tuona Esposito "stavolta chi vota no o esce dall’aula deve anche uscire dal partito. Solo che noi non siamo un partito normale".

Sullo sfondo ci sono le prove tecniche di nuove alleanze a sinistra già viste nel fine settimana a Roma dove sul palco di piazza SS.Apostoli alla manifestazione di Sel accanto a Nichi Vendola c’era anche Civati. Ed era presente anche il segretario della Fiom Maurizio Landini, "con il quale Cuperlo – attacca Esposito – sta a pranzo un giorno sì e l’altro no". Prove tecniche di un nuovo partito a sinistra, mentre il segretario della Cgil Susanna Camusso paragona Renzi alla Thatcher? Si vedrà. 

Susanna Camusso: confronto e conflitto con Renzi


Ma la partita "fuori casa" di Renzi potrebbe avere rispercussioni anche sull’opposizione. Se Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, in un intervista a La Repubblica ha detto sì a un eventuale "soccorso azzurro" ma solo "se si tratta di voti aggiuntivi", il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (FI) invita a "non aiutare un governo confuso e incerto". Sostiene il senatore pd Francesco Russo: "Che interesse avrebbe Forza Italia ad avere un ruolo aggiuntivo? L’interesse è chiaro: sarebbe quello di andare in soccorso di Renzi ma solo se i voti azzurri fossero decisivi. Ma a quel punto cambierebbe il quadro politico".

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