Italicum: come e perché Renzi vincerà ancora
Italicum: come e perché Renzi vincerà ancora
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Italicum: come e perché Renzi vincerà ancora

Gli attacchi delle opposizioni e dei dissidenti dem non preoccupano il premier. Oggi seconda e terza fiducia

Tutto quello che si è visto ieri alla Camera (lanci di crisantemi, insulti alla Boldrini, urla e fischi) nel momento in cui il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha annunciato che sull'Italicum ci sarebbero stati tre voti di fiducia su altrettanti articoli del testo, è stata la preannunciata coreografia (i crisantemi mica spuntano all'improvviso) di un copione già scritto che aspettava solo di essere messo in scena.

L'Italicum in cerca di fiducia


Anche il finale è noto: Matteo Renzi ha ottenuto la fiducia all'articolo 1 oggi si voterà sugli articoli 2 e 4) e lunedì o martedì prossimo il sì nel voto finale a scrutinio segreto. Il suo governo andrà avanti finché lui non avrà deciso che è arrivato il momento di tornare alle urne. Se ciò dovesse avvenire prima dell'entrata in vigore dell'Italicum nel luglio 2016, ci sarà un decreto legge per anticipare la data. Nel Pd non si consumeranno scissioni. Al massimo se ne andrà qualcuno. Quelli che sono certi di non ricandidarsi (Rosy Bindi lo ha detto esplicitamente) o che escludono di essere ricandidati (“se non vado via io – è il pensiero di Pippo Civati – mi cacceranno loro”).

Ma se il premier si sente così forte, perché allora avrebbe deciso di forzare tanto la mano fino a imporre ben tre voti di fiducia? Teme di non avere i numeri o non si fida dei suoi? La risposta giusta è che non si fida dei suoi, che è cosa ben diversa dall'averne paura. Mettendo la fiducia li ha costretti di fatto a venire allo scoperto, a contarsi tra quanti davvero vogliono la caduta del governo sapendo già che alla fine dei giochi saranno ben pochi. Quello che a molti osservatori appare oggi un segno di debolezza, non è altro che tattica.

Italicum: così il voto di fiducia spacca il Pd


D'altra parte, dopo aver già abbandonato il campo sul Jobs Act, quella contro l'Italicum è diventata l'ultima battaglia utile per poter buttare giù l'inviso "dittatore". Ma chi si potrà permettere di portarla fino alle estreme conseguenze,? Probabilmente solo chi ha già deciso di non ricandidarsi con il Pd o esclude di essere ricandidato. Tutti gli altri ci penseranno bene e al momento del voto finale, quello segreto, anche i più critici faranno sapere a Palazzo Chigi come hanno votato. Qualcuno ha già cominciato, Francesco Boccia: “la mia base vuole che dica sì”.

Le sicurezze del premier

Renzi non ha paure. Meno che mai verso la sinistra del suo partito. Ne conosce perfettamente i limiti: mancanza di prospettiva, divisioni e invidie reciproche, assenza di leadership (ma davvero Bersani si ritiene ancora credibile come capo della “Ditta” dopo aver dimostrato di non averne più il controllo già dai tempi dei 101 di Prodi? E davvero quello di Letta jr è un nome spendibile a sinistra?). Insomma, Renzi sa che a oggi – e ancora per un po' di tempo – i “gufi” non rappresentano per lui un vero pericolo, anzi lo rafforzano davanti all'elettorato al netto di qualche punto in meno nei sondaggi.

Renzi non teme nemmeno la scissione. Semplicemente perché gli farebbe comodo. Intanto perché si ritroverebbe le mani libere per trasformare definitivamente i connotati al Pd tagliando tutti gli ultimi lacci che lo legano alla vecchia tradizione comunista e post comunista. Poi perché fuori dal Pd, o quel che ne sarà, i suoi detrattori rischiano di trovare a sinistra uno spazio troppo esiguo o già occupato.

Chi si immolerà per "salvare la democrazia"?

Quello del premier è, come denunciano le opposizioni e gli esponenti “della minoranza della minoranza” (come la chiama lui), “uno strappo fortissimo” (Roberto Speranza, Pd), “prevaricazione e violenza” (Nico Stumpo, Pd), “una macchia indelebile” (Alfredo D'Attorre, Pd), “fascismo” (Renato Brunetta, Fi e Umberto Bossi, Lega), “squadrismo istituzionale” (Nichi Vendola, Sel), “uno scempio” (Beppe Grillo, M5S), “un attentato alla democrazia”? Può pure darsi.

Ma davvero da ieri il vento è cambiato e la scelta di Renzi di imporre la fiducia (gesto per altro scontato e previsto dal giorni) ha improvvisamente convinto i più a immolarsi nel nome della Costituzione violentata a costo di passare, agli occhi degli elettori, per coloro che – secondo la narrazione del premier - vogliono lasciare il Paese nella palude e, soprattutto, di nuovo dalle urne? Probabilmente no.

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