Io Arfio, stregato da Chiara Gamberale
Io Arfio, stregato da Chiara Gamberale
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Io Arfio, stregato da Chiara Gamberale

Intervista (semiseria) all'autrice di Per dieci minuti

 

Mentre infuria la bufera delle elezioni Primarie, mentre Renzi vince e promette tuoni e fulmini, dall’alto della mia eleganza mi sono rifugiato nel mio salone di modeste proporzioni (tre ettari circa) in compagnia di un libro, “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale.

 Una scrittura intensa, puntale, semplice e precisa mi ha accompagnato tra le pieghe di una storia di riscossa e di bellezza. Alla protagonista capita che la sua vita cambi, ma non in meglio in peggio. Il marito scappa in mistiche ed esegetiche meditazioni che mettono fine ad un amore, il lavoro che riempiva la vita della giovane donna viene affidato ad un altro e la casa di famiglia, tempio e rifugio viene affittata, per migrare verso l’arcigna Roma che a stento riesce a consolare.

 E proprio quando si tocca il punto più basso che un colpo di reni riporta un corpo in superficie e così Chiara, consigliata dalla sua psicanalista fa un gioco: farà per dieci minuti al giorno, tutti i giorni per un mese, una cosa nuova mai fatta prima. Dalla cucina allo smalto, dalla camminata di spalle alla città all’hip pop ballato senza pretese. Così Chiara lentamente si libera e mentre lei conquista un pezzetto di libertà, il lettore acquisisce una porzione di consapevolezza, di quanto l’incastro misterioso del nostro creato quotidiano possa essere modificato dalla bellezza, dalla semplicità, dal carattere rivoluzionario della novità. Sarebbe così semplice amare, ho pensato mentre leggevo, così semplice da chiedersi: perché molti altri non amano?

 La scrittura della Gamberale poi è un assioma che si regge sul postulato dell’evocativa, dello stile libero e lineare, senza preconcetti. Una scrittura che scava e per un attimo tramortisce, come il piacere intenso che ti scombussola per gli istanti sufficienti a chiederti perché non lo hai fatto prima. Non avevo mai intervistato Chiara Gamberale e l’ho fatto, ci abbiamo messo più di dieci minuti, ma è stato molto bello. Lei si è fatta una foto in cui ha scritto “Roma ti amo” ed io porterò a spasso i suoi cani a Poggio Ameno. Vi farò sapere, intanto buona lettura.

 

Partiamo dalla Roma matrigna del tuo libro, meta quasi di esilio sentimentale, che non sembra mai rassicurare. Che rapporto hai con la città?
Dipende molto dall'umore, mio e suo. Quando una delle due è nervosa, vorrei solo partire per lontanissimo, cosa che faccio regolarmente, soprattutto nella prima fase di scrittura dei miei libri. Poi ci sono però quei momenti fatali in cui tutte e due ci svegliamo di buon umore, e allora sì: non c'è altra città nel mondo dove potrei vivere. Nel libro la protagonista è sbattuta all'improvviso da un paese di campagna al centro di Roma: nella realtà io sono stata sbattuta al centro di Roma da Poggio Ameno, a Roma Sud. So che tu non ti spingi volentieri oltre le colonne d'Ercole delle Mura Aureliane: ma per me quel quartiere è l'unico posto in cui mi sia mai sentita davvero a casa. Conto gli anni perché la casa d'infanzia che ho fatto l'errore di affittare, torni a mia disposizione. 

 

Nelle prime pagine scrivi del "rumore inutile che può fare Roma se non sai più chi sei", che suono ha questo rumore?
Quello di un coltello e una forchetta che tagliano a vuoto su un piatto di vetro. 

 

"Per dieci minuti" è la storia di una rinascita che passa per il sovvertimento delle proprie convinzioni, delle proprie abitudini, quanto è difficile narrare la risalita, la spaesamento, la paura di non farcela?
A me viene istintivo: tutto quello che racconto mi nasce da un'urgenza che arriva in pancia e poi fa quasi tutto da sola. Tempo anzi di avere più facilità con la narrazione del malessere che con quella del benessere...Ma in questo libro, per la prima volta, quantomeno un'aspirazione a una specie di felicità c'è e muove, senza che lei ne sia consapevole, la protagonista.  

 Secondo te, la nostra, è una società per infallibili?
Credo che più che altro sia una società che ha male interpretato il concetto di infallibilità. Insomma, io credo che un vero fico, un vero eroe, sia quello che cade, condivide l'imbarazzo per la caduta, e si rialza. Non ho nessuna attrazione per chi non fallisce perché, di fatto, non si confronta mai davvero con la realtà, non prova a fare sul serio qualcosa di nuovo, di matto, di originale. Chi ci prova, va da se, sbaglia. Ma almeno dà uno spunto al mondo, anziché subirlo e basta. 

 

La protagonista del tuo libro cerca di ritrovarsi, finalmente di affermare il proprio "io", di separarlo da "Mio marito" e cercando se stessa ritrova anche la bellezza. Chiara Gamberale quanto sta attenta alla bellezza nell'arco della sua vita?
Se la bellezza è personalità (e per me lo è) è qualcosa che cerco incessantemente. Ho proprio bisogno di trovare bello, perché ai miei occhi unico, a cominciare dai lineamenti del viso, l'uomo che amo, un panorama che guardo, un film...Il più delle volte, soprattutto quando indico qualcuno per strada ai miei amici urlando:- Hai visto che bello? Hai visto che bella?-, mi rispondono sguardi sbigottiti, imbarazzati. Ma insomma, la bellezza è una consolazione privata, ognuno la trova, misteriosamente, dove sa, dove può, dove crede. Io sono molto attratta da tutto ciò che somiglia solo a se stesso. 

 

 Facciamo lo stesso gioco, consigliamoci una cosa da fare per i prossimi dieci minuti ok?
Vieni a Poggio Ameno e porta con me fuori i miei cani Tolep e Cookie nel parco vicino alla piazzetta, con i miei amici canari, Claudia detta Patacca e Federico detto Fazzoletto. 

 

 

“Per dieci minuti”
 di Chiara Gamberale
 Feltrinelli, 2013
 Euro 16.00

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