Cronaca

Un libro in difesa delle forze dell’ordine

Esce (con prefazione di Matteo Salvini) “Sbirri, maledetti eroi”: testimonianze e statistiche sul duro lavoro di agenti di polizia e carabinieri, che nel 2017 hanno subito quasi 2.700 aggressioni

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Maurizio Tortorella

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“Abbiamo ritenuto necessario raccogliere in un libro le testimonianze su un lavoro nobile e antichissimo, quello dei tutori dell’ordine. Anche perché siamo passati dal considerare il poliziotto come un amico che protegge il nostro Paese, i nostri anziani e i nostri bambini, allo “sbirro di merda” che merita soltanto d’esser coperto di sputi e al quale sovente vengono riservate uova e sassi”.

Hanno ragione da vendere, Stefano Piazza e Federica Bosso, i due autori di "Sbirri, maledetti eroi", il saggio che è in libreria da sabato 2 febbraio (Paesi edizioni, 144 pagine, 15 euro). “Troppo spesso” scrivono i due autori (Bosco è giornalista, Piazza è un imprenditore svizzero della sicurezza e presidente dell’Associazione amici delle forze di polizia svizzere) “le forze dell’ordine sono percepite come uomini e donne da cui guardarsi in una società incattivita, schizofrenica e spietata, dove tutto passa alla velocità di un tweet e poi si dimentica”.

Il libro serve proprio a fare luce sui tanti atti di eroismo e sulle ingiustizie che gli agenti subiscono nel loro lavoro a tutela dello Stato e dei cittadini. La speranza è che le testimonianze dirette possano generare anticorpi capaci di arginare un male sempre più diffuso nella nostra società, come la violenza indiscriminata, e rendano merito a quanti operano con sacrificio personale per tutelare ciascuno di noi senza distinzione.

Preceduto da un’introduzione scritta dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini (“Il libro che state per leggere riesce a coniugare tutti questi aspetti, senza mai perdere di vista il filo che lega ogni pagina alla successiva: la profonda gratitudine che ci unisce ai nostri angeli custodi”), Sbirri, maledetti eroi racconta molte storie importanti, a partire da quella dei due agenti che due anni fa si opposero allo jihadista Anis Amri, l’attentatore di Berlino che iniziò a sparare contro di loro a Sesto San Giovanni.

Accanto alle storie, le statistiche. Sconfortanti: nel solo 2017 sono state 2.695 le aggressioni nei confronti di operatori delle forze di polizia. Escludendo quanti tra loro si occupano della gestione dell’ordine pubblico (stadi, manifestazioni, No-Tav...), le aggressioni sono state 482, con un incremento del 21,8% rispetto al 2016. In 447 episodi, il 16,6% del totale, gli aggressori hanno utilizzato armi improprie come bastoni, coltelli, cric, o addirittura hanno travolto l’agente con un’automobile (nei 12 mesi precedenti si erano registrati 412 casi di quel tipo).

I più colpiti dalla violenza sono i carabinieri, che hanno subìto il 46,5% delle aggressioni, 1.252. Un dato in aumento rispetto alle 1.091 aggressioni del 2016. Al secondo posto si trova la polizia di Stato, con 1.016 aggressioni (pari al 37,7%) subite. In questo caso, si è registrato però un netto incremento rispetto al passato: erano state 799 nel 2016 e 212 nel 2015.

Le lesioni riportate vanno dalla frattura degli arti e del setto nasale, fino a danni più gravi: come accaduto all’ispettore della polizia locale di Catania, Luigi Licari, finito in coma farmacologico in seguito a un’aggressione. Il fattore scatenante della violenza è dovuto principalmente all’uso di alcol e di sostanze stupefacenti: è così nel 26,5% delle analisi fatte sui responsabili di aggressione (212 casi su 537 sono riferibili alle sole droghe). Il libro racconta anche che, sempre nel 2017, 925 attacchi sono stati opera di stranieri, il 45,6%. La quota è rimasta costante negli anni, mantenendosi sempre superiore al 40%.

E infine, le proposte per aiutare agenti e carabinieri nel loro lavoro. Un’idea fondamentale per tutelarli (anche da accuse strumentali) è quella di installare videocamere sulle loro divise, sulle auto e nelle celle di sicurezza: presentata la prima volta nell’ottobre 2016 dal Sindacato autonomo di polizia, oggi è in via di sperimentazione in quattro città italiane. Ma la sua adozione va accelerata e diffusa.

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