Immigrazione: le porte chiuse di Obama
Barack Obama @ Flickr
Immigrazione: le porte chiuse di Obama
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Immigrazione: le porte chiuse di Obama

Al di là degli slogan e dei propositi di riforma, il presidente ha ordinato più respingimenti al confine di qualunque altro inquilino della Casa Bianca nella storia recente

La Svizzera chiude le porte agli immigrati con un referendum, l’America di Obama le apre con una legge. Questa è la rappresentazione teorica. La realtà dice invece che la legge sull’immigrazione in America, grande totem attorno al quale un po’ tutti i politici hanno danzato negli ultimi anni, non sarà sul tavolo del Congresso americano almeno fino al 2015. Questa volta il presidente non c’entra: sono i repubblicani a voler rimandare una riforma internamente alquanto divisiva – a destra c’è chi invoca un cambio di rotta deciso con frontiere più aperte e regole flessibili, anche per cercare di attrarre un elettorato altrimenti perduto – a dopo le elezioni di medio termine a Novembre, e così prendono tempo. Nemmeno Obama, per la verità, è inconsolabile per questo eterno rimandare che inquadra bene il modus operandi generale di Washington, ma per onorare le promesse di usare il potere esecutivo laddove il Congresso non riesce a trovare un accordo (“ho una penna e un telefono, e li userò!” va dicendo Obama da settimane) ha approvato un regolamento il cui impatto è simile a quello dell’aspirina su un malato terminale, ma l’ha presentato con l’enfasi che si dà alle svolte storiche.

La miniriforma di Obama permette agli stranieri che hanno avuto contatti “limitati” con organizzazioni terroristiche di non essere automaticamente scartati se presentano domanda per l’asilo politico in America. Questo non significa che vengano automaticamente accettati se chiedono accoglienza, naturalmente, ma tanto basta per scatenare le proteste di chi lo giudica un rischio troppo grande per la sicurezza nazionale. In ogni caso, si parla di un bacino di tremila persone in tutto, non proprio una massa in grado di cambiare il vento migratorio dell’America. E certo non è da Obama che è lecito attendersi una rivoluzione copernicana delle politiche d’immigrazione. Al di là degli slogan e dei propositi di riforma, il presidente ha ordinato più respingimenti al confine di qualunque altro inquilino della Casa Bianca nella storia recente. Ha già superato i due milioni di George W. Bush e ha più che doppiato il milione di Bill Clinton. Da notare, fra l’altro, che la depressione economica ha raffreddato drasticamente la voglia di immigrare clandestinamente in un paese in cui l’economia cresce ma l’occupazione non ha preso ad ingranare. Meglio lasciare tutto com’è ancora per un po’, dicono sottovoce a Washington.

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