Il sermone di Piero Pelù e il senso perduto del 1° maggio
Il sermone di Piero Pelù e il senso perduto del 1° maggio
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Il sermone di Piero Pelù e il senso perduto del 1° maggio

Un rito di massa sempre più stanco. Rocker milionari che si lanciano in improbabili prediche ribelliste. Ha ancora senso il concertone? La base Pd contro Piero Pelù

 

Ma quattro parole in fila, Piero Pelù sarà in grado di pronunciarle senza doverle leggere? Evidentemente no. È questo lo specchio malinconico di un Primo maggio in cui sui palchi delle piazze imbandierate son comparsi, a celebrare un rito di massa promozionale sempre più stanco e distaccato, cantori di un mondo in via d’estinzione. Milionari che si rivolgono a un popolo plaudente di fan dagli sguardi rivolti luminosamente in alto, ai quali dicono, con la prosopopea di vati, “noi non vogliamo elemosine da 80 euro, vogliamo lavoro”. Che non fa neanche rima.

Un artista, Pelù, in canotta, tatuaggi, orecchini e coda di cavallo. Come si conviene al leader storico dei Litfiba. Ciascuno ha la propria uniforme. E quindi non stupisce che il suo pistolotto scocchi dalle guerre. “Basta armi, basta violenza. A proteggerci dai nemici esterni c’è già la Nato, la stiamo pagando carissima dalla fine della guerra passata”. Clap clap. “Quindi non abbiamo bisogno di comprare nuove armi, gli F35 rubano i soldi alla scuola e agli ospedali”. Ma qua gli dev’esser balenata nella testa l’idea, da uomo di spettacolo, che quel foglio tra le mani (scritto da chi?) non fosse esteticamente tollerabile per la sua immagine da “The voice” pensante. “Scusate se leggo, perché…”. Ma il perché non lo esterna (è fuori copione, non può leggerlo). Riprende: “Il non eletto, ovvero il boy scout di Licio Gelli, deve capire che in Italia c’è un grande nemico, ma quel nemico è interno, si chiama disoccupazione”. E dopo la disoccupazione, via con l’elenco: “Corruzione, voto di scambio, mafia, ‘ndrangheta, camorra. La nostra è una guerra interna, il nemico è dentro di noi, forse siamo noi stessi”. Poi, in un’escalation di raffinati argomenti e associazioni d’idee belliche (o prebelliche?): “Io gli unici cannoni che ammetto sono quelli che dovrebbe fumarsi Giovannardi”. Con due “n” i cannoni, e due anche Giovanardi. Datato pure il riferimento al Venerabile Gelli, che i ragazzi non conoscono ma chi ha più di cinquant’anni come Pelù, sì.

Certo un manifesto profondo, poeticamente toccante, non proprio lucido e articolato ma sinteticamente evocativo, scandito a San Giovanni e al quale fa eco l’invettiva di Michele Riondino dalla piazza del Primo Maggio a Taranto. Una epistola indirizzata a premier, ministri, al presidente della Regione, al sindaco e ai sindacalisti. “Non dimenticate che continueremo a maledirvi ogni giorno per tutto ciò che potreste fare e non fate”. Poi, con piglio apocalittico-rivoluzionario: “Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che avrete soffocato”.

Fra cantanti, cantantucoli, attori, attorucoli, comici e comichetti, tutti più o meno fra loro amichetti, nessuno o quasi con problemi di portafoglio, e in tanti che non esattamente si ammazzano di lavoro, animano quel gruppo sempre più vacuo di aficionados del Primo Maggio che si ritrovano ogni anno a celebrare il lavoro… degli altri. E qualcuno poi ci dovrà spiegare, magari con parole proprie e senza doverle compitare su un copione di 8 righe, a che cosa servono i cortei del Primo Maggio, i comizi dei comici, le comiche dei comizianti e le intemperanze degli antagonisti, se nel chiuso delle case e delle botteghe scorrono vero sangue e vere lacrime, e neppure si hanno i soldi per farsi fare un tatuaggio o spararsi un cannone liberatorio che si rispetti.

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