Il no di Goro e di Gorino: l'ennesimo fallimento di uno Stato. E di una società
ANSA/ FILIPPO RUBIN
Il no di Goro e di Gorino: l'ennesimo fallimento di uno Stato. E di una società
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Il no di Goro e di Gorino: l'ennesimo fallimento di uno Stato. E di una società

Un potere incapace, da un lato, una società civile a brandelli, dall'altro. Risultato: la vergogna di quelle barricate contro i 20 disperati

Tra i vongolari di Gorino, frazione di Goro, nel Ferrarese, Italia profonda ancorché nordica, antica vocazione di fatica quotidiana e forse non troppa confidenza col potere, Italia del Delta (del Po), fredda umida e non ricca.

Tra quei trecento vongolari parenti e amici, si respirava forse un’atmosfera da difesa ultima, da barricata contro l’invasore.

Eppure, l’invasore aveva sembianze umili, quasi innocue: 12 donne (una incinta) e 8 bambini. Venti disperati che a sentirli in Tv pietire sconsolati un aiuto sarebbe venuto il desiderio a chiunque, perfino, son sicuro, a ciascuno di quei 300 vongolari barricaderi, di fare qualcosa per aiutare. E invece. Barricate. Altolà. Sul Po non passeranno.

Ora son donne, pupi, e son 18, e poi? E prima dovevano chiedercelo. E prima dovevano spiegarcelo. E anche il Sindaco di Gorino, buon cristiano dalla grammatica incerta, là davanti alla telecamera, questa sconosciuta, a lamentarsi d’aver saputo del sequestro dell’ostello-bar solo all’ultimo, il pomeriggio-sera, senza neppure il tempo di parlare con la sua gente. Gente che non ama parlare. Che lavora. Che mette insieme il pranzo e la cena. Gente di mare e di pianura.

Chi ha ragione? Chi ha torto? Banale ogni commento: i vongolari razzisti e xenofobi sono un’Italia che non sa essere solidale, che non vuol noie e fine lì? Oppure: a Gorino son poveracci anche loro, lo Stato non può per ordine del prefetto e sotto la minaccia del manganello del questore imporre a un paese di sovvertire l’ordine della vita che scorre uguale giorno dopo giorno ovunque nella provincia di questa Italia ignorante della globalizzazione e degli esodi epocali.

Dopo tanti errori nella gestione dei flussi migratori, dopo aver lasciato - direbbe qualcuno - che da noi entrasse “di tutto”, spacciatori e jihadisti, i senza nome e senza volto, protettori di prostitute e malati contagiosi, ecco, dopo tanti anni di questa emergenza che si è fatta cronica, prefetti questori e governo dovrebbero aver imparato che l’integrazione non è per miracolo, si prepara con la competenza e efficienza, la serietà, i mezzi e la sensibilità di uno Stato che c’è. Del quale ti puoi fidare.

Quindi, chi ha torto? I vongolari che a muso duro fanno i forti con i più deboli (anche di loro), e dirottano il bus dei piccoli e delle mamme, della profuga di mare incinta che ha rischiato la pelle per approdare in Italia e vede dal finestrino un paese in rivolta per non cedere alla carità di qualche notte di pace. Dopo tanta guerra.

Oppure chi prende le decisioni sempre sull’onda dei fatti che spingono, impattano, nell’impenitente incapacità di governarli, guidarli, forse addirittura comprenderli?

Hanno tutti torto, e hanno tutti ragione. Eppure, prima ancora di ragionare e di dare torto o ragione agli uni o agli altri, prima dei commenti, e prima ancora di stabilire fino in fondo la catena delle responsabilità, gli errori dello Stato nelle sue diverse incarnazioni, prima delle chiacchiere e dei distintivi, va detto chiaro e tondo che impedire l’ingresso in città a dodici donne di cui una incinta e a otto bambini sopravvissuti alla morte in mare, e prima ancora a guerre miseria e malattie, è una vergogna e basta.

Da un lato uno Stato incapace, dall’altro un tessuto civile sbrindellato e la fine del senso morale e della semplice obbedienza a una regola che è sacra per ogni popolo in ogni cultura (o ignoranza), dall’Amazzonia all’Albania, dagli Stati Uniti all’Islanda.

L’ospitalità è un dovere che precede anche i precetti religiosi. Il dovere di dare aiuto a chi ha bisogno. Di non chiudere la porta a un bambino, a una donna, a una donna incinta, a un anziano… a un uomo. Semplicemente, un uomo.

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