Il caso Cir e i sospetti su Napolitano
Il caso Cir e i sospetti su Napolitano
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Il caso Cir e i sospetti su Napolitano

Intercettazioni in tv, chicchiericci, atti pregiudiziali della magistratura: il presunto intervento di Napolitano sul Lodo Mondadori, poi smentito, è al centro di una frattura istituzionale

Che cosa risulta dalla telefonata di Berlusconi intercettata e mandata in onda a Piazzapulita (La7)?

Il Cavaliere sospetta, perché qualcuno gliel’ha riferito, che il presidente Napolitano sia intervenuto sulla Corte di Cassazione per far riaprire la camera di consiglio del caso Cir. Col risultato-obiettivo di far crescere di 200 milioni (fino a 494) il tesoretto che i giudici avevano (sempre stando alle confidenze raccolte) già definito il 27 giugno come risarcimento a De Benedetti, ultimo atto della “guerra di Segrate”.

Sin qui i fatti, subito smentiti dal Quirinale in termini perentori e indignati.

Purtroppo, questa è la situazione in cui si è ficcato il paese. Una situazione nella quale il leader del Pdl può credere di essere a tal punto osteggiato dal capo dello Stato, da non escludere la possibilità di un suo intervento diretto per modificare la sentenza Cir, con enormi risvolti economici per aziende private.

Questo è purtroppo il risultato di una politica fondata ormai sulla sfiducia reciproca, sul sospetto, sui veleni, sulle intercettazioni (ancora una volta), sulla pretesa di una trasparenza fasulla dietro la quale si possono immaginare gli scenari della peggior dietrologia e nessuno scenario appare immediatamente infondato.

Dietro questo disorientante grande gioco di potere catalizzato e aggravato da una magistratura irresponsabile per legge (cioè che non risponde dei propri eventuali errori e soprattutto dei propri pregiudizi), c’è un paese che soffre, che continua a pagare tasse eccessive, che non vede realizzata una riforma strutturale che sia una, un taglio alla spesa pubblica che sia uno (e invece assiste alla lievitazione degli sprechi).

Colpisce, davvero, il confronto con gli Stati Uniti in queste ore.    

A Washington, è scontro aperto tra il presidente Obama, democratico, e la maggioranza repubblicana del Congresso, un braccio di ferro che porta nientemeno che alla chiusura delle agenzie federali, con l’eccezione dei servizi considerati essenziali per la sicurezza nazionale (e pochi altri). Si è arrivati allo shut down dello Stato Federale. Obama non cede al rinvio di un anno della riforma sanitaria. I repubblicani non concedono il via libera al budget. E col primo ottobre, chiusura dell’anno fiscale, la “company USA” chiude i battenti e mette sulla strada (non si sa per quanto) qualcosa come 800mila dipendenti pubblici.

Lo scontro, negli States, si svolge sotto gli occhi di tutti, nel Congresso e in Senato. Riguarda provvedimenti reali, investe con assoluta trasparenza responsabilità individuali e collettive. Non ci sono telefonate intercettate, atti della magistratura gravati da sospetti pregiudizi politici. Non ci sono chiacchiericcio e veleni personali, diffidenze da backstage. La guerra è pesante, ma pubblica. E tocca la realtà, la carne viva delle persone. E gli elettori americani sapranno giudicare (e votare).

Da noi, una telefonata carpita e mandata in onda in tv genera (o è generata da) una frattura istituzionale che attecchisce solo in un humus di sfiducia e dispetti da vecchia Repubblica dei cetrioli, neanche delle banane. C’è poco da ridere.

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