Adozione
(Ansa)
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I giudici (italiani ed europei) ci ricordano la differenza tra adozione e madre surrogata

Sono giorni di aspre polemiche per vicende legali e giudiziarie legate alla maternità surrogata e ai figli che ne scaturiscono. E, guardando oltre le norme, i giudici sono concordi su una cosa: si scelga l'adozione

«Disincentivare il ricorso alla pratica della maternità surrogata che offende la dignità della donna...». «Il desiderio delle coppie di veder riconosciuto un legame tra bambini ed i loro genitori intenzionali non si è scontrato con un'impossibilità generale e assoluta, dal momento che avevano a disposizione l'opzione dell'adozione e non l'avevano utilizzata».

Le due dichiarazioni, virgolettate, appena lette appartengono nell'ordine la prima ai giudici del Tribunale Civile di Milano che hanno annullato l'atto di nascita di un bambino, figlio di una coppia di uomini avuto grazie all'uso della maternità surrogata e la seconda ai giudici della Corte Europea dei diritti dell'uomo. Frasi, quindi, non figlie di questo o quel movimento o dell'idea di un «talebano» o oltranzista vecchio stampo. Sono le convinzioni di giudici da sempre impegnati sul fronte dei diritti, delle libertà, insomma delle persone.

Lasciamo ad altri il dibattito sulla legalità delle norme e le loro attuazioni. La legge infatti purtroppo concede sempre una diversa ed opposta chiave di lettura a seconda di quella che è la propria idea.

Quello che non si può non considerare è la differenza tra adozione e surrogata che porta con se una domanda, ovvia, ma forse troppo poco dibattuta: perché non adottare? Perché preferire pagare una donna per farla partorire a nome di un altro (o un'altra) che non può, invece che scegliere di dare una vita felice ed una famiglia a chi una vita (complicata e senza genitori) ce l'ha già?

Sentiamo spesso discorsi di chi ci spiega che un bambino non ha bisogno per forza di una mamma e di un papà. Ci spiegano che due uomini o due donne posso essere genitori migliori, posso amare tanto quanto una coppia etero. Quello che conta - è lo slogan - è l'amore e l'affetto. Non ci sono quindi differenze.

Le differenze invece cominciano, e sono decisive, se si parla del proprio figlio. Se è da adottare, se non ha nulla del mio patrimonio genetico, allora non va bene. È un bambino o una bambina diversa, soprattutto diversa da quella che «voglio».

Voglio che il bambino mi somigli, Voglio che cresca nella pancia di una ragazza magari scelta da un catalogo, con le caratteristiche che piacciono a me. E fa niente se tutto questo mi costa caro. Compro, pago, pretendo.

Ognuno è libero di fare la propria scelta, ma tutto questo puzza terribilmente di egoismo.

I giudici di Milano e Bruxelles oggi ci ricordano una semplice cosa: adottare significa amare e fare del bene due volte. La prima dando amore ed una famiglia ad un bambino che non avevano ne uno ne l'altra. La seconda evitando a questo bambino l'unica alternativa: un esistenza terribile in un orfanotrofio. E che in questo c'è molto più amore che nell'affittare un utero.

Ps. Detto questo, cari giudici, fate qualcosa anche per agevolare le pratiche di adozione, troppo spesso dei veri e propri calvari personali e familiari.


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Andrea Soglio