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ANSA/ CLAUDIO PERI
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Fitto e il leone-simbolo di Conservatori e Riformisti

L'animale blu dovrebbe rappresentare un partito che sfida tutto e tutti. In realtà sembra solo un po' mogio e perplesso

Talvolta i social network – con buona pace di Umberto Eco che li disprezza – contengono perle di insperata saggezza. Ieri, per esempio, Raffaele Fitto ha presentato su Facebook il simbolo del suo movimento, “Conservatori e Riformisti”, con toni solenni e gravidi di minacce: “Noi sfidiamo Matteo Renzi. Noi sfidiamo i sindacati. Noi sfidiamo Silvio Berlusconi. Noi sfidiamo Matteo Salvini”.

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Fra i numerosi commenti dei lettori, tutti in verità poco lusinghieri, ne spicca uno lapidario: “noi chi?”. Se lo chiede un utente Facebook, prontamente cancellato da chi cura la pagina del Cameron di Maglie.

Già, la domanda è interessante: Fitto ha notoriamente un’alta opinione di sé, ma forse non fino al punto di parlare in prima persona al plurale: il “plurale maiestatis” è prerogativa dei Re e dei Papi, ed anche questi ultimi lo hanno progressivamente dismesso negli ultimi decenni. Dunque, quando parla di “noi”, presumibilmente si riferisce anche al fido Capezzone, vera mente politica della scelta di campo di Fitto, colui che ha deciso di trasformare il giovane leader Pugliese nell’erede italiano di Winston Churchill e di Margaret Thatcher.

Il duo Fitto-Capezzone parte quindi alla conquista del mondo, contro tutto e contro tutti. Nessuno osi evocare un’assonanza con la celebre coppia Don Chiscotte - Sancio Panza: per quanto le assolate pianure del Salento abbiano qualche somiglianza con quelle della Mancia, e la differenza di statura fra i due sia notevole, sarebbe arbitrario sia attribuire a Fitto nobili ideali da hidalgo d’altri tempi, sia al contrario cercare in Capezzone il rustico ma concreto buonsenso del suo contadino-scudiero.

Eppure i due lanciano il guanto di sfida al mondo intero: dalla Camusso e Renzi, da Berlusconi a Salvini, non risparmiano nessuno fra i mulini a vento della politica italiana.

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Sembra domandarselo anche il povero leone, un po’ mogio e un po’ perplesso, preso a simbolo della nuova avventura politica. Non un leone rampante e orgoglioso, non un leone che ruggisce in tutta la sua maestà di re della foresta: piuttosto un paffuto leone di profilo, che passeggia tranquillo, che sembra anzi provare a defilarsi, ad allontanarsi facendo finta di nulla, all’inglese (appunto) come se fosse capitato lì per caso, e non avesse gran voglia di recitare la parte in commedia che gli è stata affidata.

In realtà, i creativi assoldati da Fitto non devono essersi spremuti molto le meningi: il leone è lo stesso che simboleggia il gruppo parlamentare europeo egemonizzato dai Conservatori britannici, con aggiunto il simpatico ossimoro “Conservatori e Riformisti” che dà il nome al movimento di Fitto. Ad evitare il “tutto blu” che stanca un po’ l’occhio, e a dare un tocco nazionalistico che non guasta mai, provvedono due strisce sottili, una verde e una rossa, poste in orizzontale sullo sfondo bianco (l’effetto sembra una bandiera ungherese sbagliata – quella del paese danubiano ha il rosso in alto -  ma invece si vuole alludere al tricolore italiano).

Per presentare il suo leone, il suo ossimoro e le sue sfide, Fitto ha scelto un caldo e pigro pomeriggio di luglio, uno di quei giorni nel quali a Roma l’aria è immobile, il sole arroventa le pietre, e la città sembra addormentarsi sfinita nella calura soffocante. La Città Eterna in giornate come queste non si scuoterebbe neppure ad eventi più drammatici e solenni, nulla riuscirebbe a scuoterla dallo stremato torpore che la pervade.

Forse è per questo che la Roma politica ha reagito così alle tonanti parole di Fitto: con un distratto, languido sbadiglio.

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