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Trump e "il grande bottone" dei diritti umani

Nel silenzio mediatico, il presidente Usa ha firmato un decreto che congela gli asset finanziari degli individui stranieri che violano i diritti umani

Poco prima di Natale, mentre la rivolta iraniana covava sotto la brace, Donald Trump ha firmato un decreto per congelare gli asset finanziari di individui stranieri (e associazioni a loro collegate) all’interno degli Stati Uniti, colpevoli di sistematica corruzione e violazione dei diritti umani.

La decisione offre diversi spunti di interesse.

Cos'è

Il suo nome è Executive Order Blocking the Property of Persons Involved in Serious Human Rights Abuse or Corruption e porta la data del 21 dicembre 2017. E’ molto vasto nel concetto ma anche molto concreto nel bersaglio, perché colpisce tredici nomi specifici.

Dal punto di vista giuridico l’Executive Order, oltre ad accrescere il numero di decreti emanati da Trump nella sua gara per battere il record di Harry Truman nel primo anno di presidenza, è incardinato sul Global Magnitsky Act.

Magnitsky Act

Ci siamo già imbattuti nel Magnitsky Act. E’ una legge voluta da Obama nel 2012 per sanzionare la Russia e successivamente estesa nell’attuale formulazione, global appunto, nel 2016. E’ forse il brodo primordiale del Russiagate, ma qui dimostra almeno altre quattro cose: 

1. Eredità obamiana

Dimostra che le leggi di Obama, quando Trump le ritiene valide, possono tornare utili. Quindi è indubbio che nella dottrina Trump, molto pragmatica, non c’è solo la tabula rasa rispetto al doppio mandato del predecessore, ma anche continuità.

2. Colpita la Russia

Scorrendo i tredici nomi colpiti dalla misura voluta da Trump, si finisce col coprire tutto l’atlante geografico. Si va infatti dall’America Latina all’Asia, dall’Europa all’Africa. Ma il nome più importante della lista è quello di Artem Chaika, il figlio di Yury Chaika, potentissimo Procuratore generale della Russia. Già vittima della satira delle Pussy Riot e delle inchieste di Alexei Navalny, Chaika è la massima autorità giuridica della Federazione Russa.

3. Pace fatta con Sessions

L’omologo di Jeff Sessions è un pezzo grosso del Cremlino, vicino per forza di cose a Vladimir Putin. Ma il dato essenziale, leggendo l’impianto del decreto di Trump, è la stretta collaborazione con l’ufficio di Sessions appunto, che proprio il Russiagate sembrava aver irrimediabilmente compromesso.

4. Politica e comunicazione

Infine ci dice come Trump, quando crede, può mettersi a fare politica e amministrazione, lasciando la schermaglia su chi abbia più grande (sic) il bottone nucleare ai dozzinali caratteri dei social media.

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