Siria fra guerra e tregua: il racconto della nostra inviata

Il viaggio è finito. Ci siamo lasciati alle spalle un paese bellissimo ma distrutto. Il ricordo del ragazzino in mimetica con in spalla il spalla il kalashnikov

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Soldati russi in Siria - 4 marzo 2016 – Credits: Cristina Giuliano

Cristina Giuliano

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6 marzo

Ore 12:00 (Moscow Time=GMT+3) - L'ultima sorpresa di questo viaggio ce l'ha offerta il brutto tempo a Mosca.

A causa del nevischio e delle temperature superiori alla norma abbiamo dovuto rimandare la ripartenza perché l'aerodromo nella notte tra venerdì e sabato era chiuso. Siamo tornati sabato mattina su un volo militare tutto per noi.

In quelle cinque ore di volo l'eccitazione per le tante emozioni e impressioni ricevute ha ceduto il passo alla stanchezza e al sonno. E poi, dopo l'atterraggio, la routine e il traffico della capitale russa ha avuto il sopravvento di nuovo. Come sempre.

A guardarsi indietro, ci siamo lasciati un Paese bellissimo ma distrutto. La ferite inferte da anni di crisi alla Siria, si potranno rimarginare soltanto con grande lentezza.

Negli occhi di tutti c'è una gran voglia di pace, ma l'abitudine alla guerra è dura da stanare. Un ricordo per tutti che mi resta impresso: un ragazzino vestito in mimetica, sulla spalla il kalashnikov, si avvicina chiedendo di farsi una foto con noi.

Gli occhi chiari del colore della sabbia. Un principio di barba che inizia a spuntare sul volto glabro.

Il generale Konashenkov che era vicino a me, mi dice: "Ma lo guardi, quanti anni potrà avere: 15 e già gira armato fino ai denti.

Si rende conto quanto è difficile questo processo di pace? Come faremo a cambiare la testa a chi è cresciuto in mezzo a tutto questo?".

Mi avvicino, cerco di farmi capire chiedendogli quanti anni abbia. Ne ha 12.

Il viaggio si è concluso.

5 marzo

ore 4:53 (Syria Time=GMT+2) - Da Al Suria siamo tornati alla base militare di Latakia dove ci hanno mostrato come funziona il centro di coordinamento russo per la tregua, collegandosi anche con quello gemello degli americani ad Ammam in Giordania.

Faceva un certo effetto assistere alla telefonata dell'ufficiale russo: dall'altra parte risponde una voce femminile in inglese. Il lavoro tra Usa e Russia procede, secondo quanto ci racconta il generale Sergei Kuralenko, responsabile del centro di coordinamento di Hmeymim (Latakia). Ma evidentemente il lavoro è solo all'inizio e restano infrazioni della tregua da parte dei miliziani.

Alle pareti i ritratti di Vladimir Putin e del ministro della difesa russo Sergey Shoigu, oltre a una carta della Siria e a un monitor.

 

Come tutto il resto della base, anche il centro è stato messo su in un baleno. Per arrivarci superiamo l'aerodromo, con i jet e i bombardieri russi tutti in schiera, nell'enorme spazio circostante. Superiamo anche la palestra all'aperto dove molti effettivi si stanno allenando: alcuni con i pesi, altri stanno giocando a basket.

Evidentemente, da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco e le aquile di metallo russe hanno smesso di prendere il volo, è aumentato il tempo libero. Quando eravamo stati qua a dicembre invece, la palestra era praticamente sempre vuota.

4 marzo

Ore 10 - (Syria Time=GMT+2) La giornata è iniziata di nuovo nelle "capsule" russe, i blindati per il trasporto in sicurezza di persone. In genere dei militari, in questo caso dei giornalisti.
Di nuovo giubbotti antiproiettile e caschi. Destinazione, Al Suria, un villaggio in montagna abitato dai turcomanni.

La zona non è distante da dove è stato abbattuto il jet russo da Ankara, a dicembre, ossia uno degli episodi più rischiosi nella crisi siriana.

Il sostegno a Bashar Assad qui sembra meno gridato, ma il sindaco e uno degli anziani ci dicono che, loro, quello che vuole Raceip T. Erdogan, non lo faranno mai.

La povertà qui è palpabile. La gente vive in case costruite a con poco. La scuola sorge vicino alla moschea e rappresenta il centro del villaggio. Aule spoglie, banchi vecchissimi. In una stanza ci sono quaderni e altro materiale per lo studio della biologia: portano il simbolo dell'Unicef.

I ragazzi si avvicinano e ci chiedono di fare una foto con noi. Ci regalano dei fiori di plastica, taralli, arance che qua crescono un po' ovunque. La consegna degli aiuti umanitari diventa una bazar affollato.

mappa Libia --> clic sulla mappa per ingrandire

3 marzo

Ore 23 - (Syria Time= GMT+2) Siamo arrivati a Damasco questa mattina. La capitale è oggi un mosaico complesso che mette in bilico il cessate il fuoco. La tregua qui mostra tutte le difficoltà di un Paese sconvolto per anni dalla guerra. Il territorio è controllato prevalentemente da Assad, i cui ritratti si incontrano lungo le strade insieme con le bandiere siriane dipinte lungo i muri. Ma ancora un 20% del territorio rimane nelle mani del Fronte al Nusra, soprattutto nelle zone periferiche della città.

Intanto il lavoro per realizzare il cessate il fuoco procede tra Latakia e Ammam, ossia tra il centro di contatto per la tregua dei russi e quello degli americani: fra loro, secondo fonti russe, continua lo scambio di informazioni sulle posizioni dei terroristi.

Sono ormai un centinaio gli insediamenti che hanno aderito alla tregua. "Non è una finzione, ci sono provocazioni continue soprattutto nel Nord del Paese" ci racconta il portavoce della Difesa russa, Igor Konashenkov. "Ad esempio circa 1000 militanti sono filtrati nelle ultime due settimane attraverso il confine, diretti ad Aleppo. Abbiamo le riprese: lasciano le loro automobili lungo il confine e vanno a combattere".

Sempre secondo l'alto ufficiale "più 700 insediamenti sono stati liberati dall'esercito siriano e dalla cosiddetta opposizione patriottica. Là stanno tornando i civili e ricomincia una vita normale, pacifica. E questo processo è iniziato da ottobre", ossia subito dopo l'intervento deciso da Vladimir Putin. In sostanza il 40% del territorio che era stato preso dai terroristi è stato liberato.

A Damasco dall'aeroporto ci hanno portato al ministero della Riconciliazione Nazionale, un organismo creato apposta subito dopo l'inizio del conflitto ma già con una storia complicata. Ora in sella è Ali Haidar dalle fila della cosiddetta opposizione patriottica.

Successivamente ci siamo spostati ad Attal, un sobborgo di Damasco. Ci ha accolto una folla di donne e bambini che scandivano "Siria, Siria, Bashar Assad". Ma anche qui la situazione non è semplice: Attal è finita sotto controllo per un breve periodo dell'Isis, poi al Nusra, poi l'Esercito Siriano Libero. Da quando è entrata in funzione la tregua 3500 persone sono state graziate; 400 persone osservano la tregua ma restano armate. Non a caso si girava con i giubbotti antiproiettile e i caschi.

Da lì abbiamo preso la strada che portava verso le montagne, sino a Maalula (a 55 chilometri da Damasco) detta anche la capitale dell'aramaico. Qui la lingua di Cristo viene ancora studiata a scuola. Siamo arrivati al Monastero di Santa Tecla. I segni della guerra tra le forze governative e Al Nursa sono ancora evidenti. E anche lo scempio compiuto in questo tempio della cristianità.

Ore 6:52 - (Syria Time= GMT+2) Anche oggi ci si muove da Latakia e di nuovo la destinazione non ci viene rivelata, ma ci viene chiesto di portarci caschi e giubbotti antiproiettile. I militari russi ci spiegano che è per la nostra sicurezza. Piove. C'è caldo e odore di tropici.

foto.cristina-giuliano-kinsibba

Kinsibba, Siria, 1 marzo 2016 – Credits: Cristina Giuliano

2 marzo

Ore 21:00 - (Syria Time= GMT+2) Sono anche i primi giorni di consegna degli aiuti umanitari in Siria, dopo l’entrata in vigore della tregua sostenuta da Russia e Usa.

Oggi siamo stati anche in un piccolo insediamento nella provincia di Hama, nella parte centrale del Paese. Questa zona, in passato sotto controllo dell’Isis, è tristemente balzata agli onori della cronaca di guerra pochi giorni fa, quando i jihadisti di al Nusra hanno fatto incursione nella notte e hanno trucidato 47 uomini.

Molte le vedove, in fila per ricevere gli aiuti umanitari che distribuiscono i militari russi, dei quali siamo al seguito. Le guardie armate fino ai denti fanno capo non direttamente al regime di Assad ma ai capi locali. Gli abitanti hanno accolto i blindati dei russi e i furgoni con gli aiuti con molto calore contenti che la Russia li stia aiutando: li definiscono " nostri amici”. Oggi nell'altro villaggio c'era un fuoristrada con l'immagine di Vladimir Putin e Bashar Assad disegnata sul cofano.

A poca distanza c'è la città di Hama. Nei primi anni 80 era diventato teatro dell'omonimo massacro di Hama, frutto della repressione. Il regime era intervenuto in modo sanguinario contro un'insurrezione organizzata dai Fratelli Musulmani che avevano dato il via già negli anni precedenti a una lotta armata contro il regime.

All'epoca era in sella il padre di Assad, Hafiz. Prima dagli insorti vennero uccisi circa 300 militanti baathisti e i militari di un'unità di paracadutisti inviata dall'esercito. Poi Assad padre replicò con un durissimo assedio e lo spietato bombardamento.

Questa terra sembra non essere destinata alla pace. Sui volti di questa gente c'è tanto dolore.

Ore 17:00 - (Syria Time= GMT+2) Siamo arrivati a Maarzaf, un villaggio siriano nella provincia di Hama.
Prima di entrare, ancora una volta i militari russi ci hanno distribuito i caschi e i giubbotti antiproiettile, ma la sensazione qui è molto diversa da quella di ieri.

La gente non ha paura di avvicinarsi ed è pronta per quella che è quasi una festa: la firma dell’impegno al cessate il fuoco. E per la prima volta ai media internazionali viene data la possibilità di assistere.

I locali si sono riuniti sotto una tenda in base all'uso musulmano, per il grande evento: gli uomini da una parte, le donne dall'altra. Molti sperano nella pace, oltre ad augurarsi la liberazione dei prigionieri arrestati dal regime.

Lo sceicco Akhmed Mubarak è l'anziano del villaggio: è lui a prendere l'impegno e ad apporre la firma. La tregua è un processo molto importante, e non è la prima sigla in questa provincia, che si trova a pochi chilometri dai territori controllati dall'Isis.

Già 37 insediamenti dell'area di Hama hanno firmato. Mubarak parlando con noi ha sottolineato il ruolo della Russia e dell'Iran, oltre a ringraziare per l'aiuto umanitario.

I locali hanno anche espresso la speranza che questo accordo metta fine alle incursioni dei ribelli. In particolare quelle notturne nelle quali i terroristi rapiscono le persone dal villaggio, con lo scopo di chiedere successivamente un riscatto: in sostanza una macchina della paura che funziona solo per fare soldi.

Mubarak, oltre ad essere considerato autorità di riferimento, è un uomo molto ricco e ha potuto permettere una autodifesa al villaggio, sinora. Qualcuno la chiama opposizione patriottica, ma è in realtà semplicemente il pilota automatico che è scattato non appena il Paese è finito nel caos.

Ore 6:40 (Syria Time= GMT+2) - Questa mattina si riparte per un altro giro sulle strade siriane. Non sappiamo dove stiamo andando. Nonostante quanto accaduto ieri, i militari russi hanno deciso di farci vedere un altro pezzo del Paese, ma per motivi di sicurezza non ci dicono la destinazione.

Sappiamo però che dobbiamo anche oggi avere con noi caschi e giubbotti anti proiettile. Latakia si è svegliata di nuovo sotto il sole. Con tutta probabilità, la temperatura arriverà a 25 gradi. La città è molto più tranquilla di quanto l'avessi vista a dicembre. Ci si può muovere con una certa sicurezza e la sera non si è sprangati in albergo. Ma Latakia non è la Siria.

La tregua è un complicato mosaico dove i tasselli scappano da tutte le parti e sembra quasi impossibile metterli tutti insieme. I russi sono in continuo contatto con gli americani: in base agli accordi il personale Usa lavora del centro di contatto ad Ammam in Giordania, mentre i militari di Mosca sono attivi qui a Latakia. Il generale Konashenkov ci assicura che gli scambi di informazioni sono continui.

Ieri, oltre a complicato momento a Kinsibba, sotto gli spari di artiglieria, poco prima, avevamo visitato un altro villaggio liberato. Si tratta di Khan al jouze: è un piccolo insediamento con una chiesa cristiana. La chiesa è stata fortemente danneggiata, dal passaggio del Fronte al Nusra, ma l'impianto è rimasto integro. Alcuni abitanti hanno intonato canti e detto una preghiera. Abbiamo assistito anche alla distribuzione di aiuti umanitari: sono principalmente pacchi blu con le bandiere russa e siriana. La popolazione almeno là sta tornando a casa.

1 marzo

Ore 18:30 (Syria Time= GMT+2) - La jihad ha ucciso tre persone a Kinsibba oggi.

Ce lo ha riferito il portavoce del ministero della Difesa della Federazione russa, il generale Igor Konashenkov, appena rientrati in albergo. Ha riunito tutti i colleghi intorno a lui.

Eravamo tutti in piedi.
E ci ha parlato francamente. Non ha nascosto il pericolo che tutti noi abbiamo corso. E poi ci ha annunciato i 3 morti, causati da altri colpi di artiglieria, sparati dopo che noi avevamo lasciato il centro abitato. Sono state inoltre ferite 8 persone, di cui 3 versano in gravi condizioni.

Non posso pensare che quei tre morti potrebbero essere tra i volti che ho visto questa mattina. Ora rimane un grosso punto di domanda sul programma di domani.

Era previsto un ampio giro per il Paese, ma l'episodio di questa mattina potrebbe cambiare significativamente la giornata.

Ore 12:00 - E la chiamano tregua.

In Siria il cessate il fuoco, entrato in vigore il 27 febbraio, rispettato sinora dai russi, sembra un castello di carte, dopo 5 anni di conflitto.

A Kinsibba ci siamo trovati sotto i colpi di artiglieria.

Eravamo arrivati stanotte alla base di Latakia (Khmeimim) per riprendere la pacificazione. Siamo in tutto una ventina di giornalisti stranieri, più i russi e i locali. Io sono l’unica donna e l’unica italiana.

Kinsibba è una roccaforte a uno sputo dalla Turchia e a pochi chilometri da Bdama, da dove venivano i colpi. 
Quest’ultima è ancora controllata dai jihadisti del Fronte al Nusra, ossia “Fronte del soccorso al popolo di Siria”, gruppo affiliato ad Al Qaeda, nonché una delle due organizzazioni terroristiche — assieme all’Isis — che non rientrano nella tregua e che restano nel mirino dei raid russi.

Stavo riprendendo una scritta dei jihadisti stampata sul muro, quando sono inziati i colpi. 

Due a poca distanza l’uno dall’altro. poi di nuovo, più e più volte. I colleghi ne hanno contati 7 o 8. Con noi c’erano i militari russi che ci hanno portato in salvo.

Io mi sono messa dietro a un muro, con altri due colleghi, aspettando che passasse il blindato che ci facesse da scudo. Ho ancora le orecchie ovattate per il frastuono dei colpi.

Ci siamo messi in salvo fiondandoci sui blindati, mentre i terroristi dall’altra parte della montagna continuavano a sferrare colpi. I militari russi sono stati molto operativi, e nonostante la situazione improvvisa e inattesa, hanno dimostrato una buona dose di sangue freddo. Parlano di colpi di artiglieria. Erano fortissimi. Evidentemente qualcuno non vuole questa tregua. 

Lasciata Kinsibba, appena aggirata la montagna, i colpi non si sentivano più. La strada era piena di polvere. Si procedeva a forte velocità. 

Quando abbiamo ripreso la via principale, quella che collega Aleppo a Latakia, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Siamo stati portati in salvo tutti. Nessuno è stato colpito dagli spari, ma quattro persone si sono ferite nella fuga, cadendo o strisciando. Io mi sono fatta solo qualche graffio, mentre ero pancia a terra dietro al muro di cinta che mi proteggeva. 

Un collega canadese è stato soccorso dal medico, ha profonde escoriazioni a entrambe le braccia. Un collega bulgaro ha ampie escoriazioni all’avambraccio: è caduto nella fuga.

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