Esteri

Russia default

Come la crisi per i mutui per le case farà remare l'economia del paese di Putin

Giornata della Vittoria Mosca

Maurizio Tortorella

-

Ricordate la crisi dei subprime, i mutui erogati a clienti ad alto rischio d’insolvenza la cui «bolla» a partire dalla fine del 2006 devastò gli Stati Uniti e poi contagiò la finanza globale, scatenando la peggiore recessione nella storia dell’economia contemporanea, i cui effetti stiamo ancora scontando? Bene, la Russia rischia un nuovo incubo da mutui subprime.

È strano che in Occidente nessun giornale ne parli, perché a dichiararlo è stato lo stesso governo russo, attraverso il ministro lo Sviluppo economico, Maxim Oreshkin: un tecnico autorevole, e ovviamente non un disfattista anti-regime, visto che a sceglierlo per quell’incarico nel novembre 2016 è stato Vladimir Putin di persona. A radio Ekho Moskvy e poi sul Moskow Times, poche settimane fa Oreshkin ha dichiarato che l’economia russa «entrerà nella fase finale e ribassista del suo ciclo nel secondo semestre di quest’anno», e che questo accadrà «a causa dell’atteso crollo delle spese per consumi personali a livello interno». Oreshkin ha previsto che nel 2021 il Prodotto interno russo «possa cadere del 3 per cento», e ha aggiunto che il Paese a quel punto «dovrà fare i conti con una crisi economica strutturale, dalla quale non si potrà uscire in maniera indolore».

A far balenare una congiuntura così dalle prospettive tanto preoccupanti sono, secondo Oreshkin, «default massivi sugli stock di debiti contratti dalle banche attraverso prestiti fuori controllo». Insomma: sofferenze bancarie prodotte da mutui e prestiti subprime.

Prestiti per 130 miliardi di dollari

L’Obedinila kreditny ofis (Ufficio del credito unito), un istituto di Mosca che analizza i dati bancari, calcola che nel 2018 i prestiti personali siano cresciuti del 46 per cento rispetto al 2017: sarebbero 8,6 trilioni di rubli, l’equivalente di 130 miliardi di dollari. Il balzo è stato favorito dalla Banca centrale di Russia, che per tentare di stimolare la ripresa economica, in stallo dal 2014, ha abbassato i tassi d’interesse. Per molti russi in difficoltà si è aperta così la corsa all’indebitamento presso le banche. Il problema è che l’economia dal 2014, l’anno dell’invasione della Crimea e delle sanzioni internazionali contro Mosca, ha avuto una crescita problematica. Nel 2019, le ultime previsioni del Fmi indicano un Pil in rialzo dell’1,2 per cento, ma il governo di Mosca è già meno ottimista e si ferma allo 0,8 per cento.

L’export dimezzato dalle sanzioni

Le sanzioni hanno quasi dimezzato le esportazioni della Russia verso l’Unione europea: da 160 miliardi di euro nel 2013 a 79 miliardi nel 2015. Da allora, il valore è rimasto stabile. Per via delle altre sanzioni internazionali (Usa, Canada, Australia), in cinque anni l’export totale di Mosca si è ridotto quasi del 30 per cento: valeva 480 miliardi di dollari nel 2014, e nel 2018 è stato di 342 miliardi. Oggi la Cina è diventata il primo mercato per le merci russe, e da sola vale 39,1 miliardi di dollari, l’11 per cento del totale.

Altro problema è che l’export russo dipende al 55 per cento da prodotti petroliferi, con quel che ciò comporta in termini d’instabilità di prezzo: nel 2018, la Russia ha esportato 96,6 miliardi di dollari di greggio; 58,5 miliardi di petrolio raffinato; 19,8 miliardi di gas; 16,1 miliardi di carbone. Ma l’export non aumenta di valore da cinque anni proprio perché i prezzi sono bassi: nel maggio 2014 un barile di petrolio valeva 100 dollari, ma alla fine di quello stesso anno era crollato a 55 dollari, per poi restare stabile sotto i 60 fino al dicembre 2017. Nel 2018 il prezzo è risalito a 69,4 dollari, ma nel gennaio-luglio 2019 si è ribassato del 5,9 per cento, a 65,3 dollari.

Povertà per 21 milioni di persone

Il risultato di questi conti in rosso è un impoverimento generalizzato. In Russia, il reddito medio da lavoro dipendente è molto basso e continua a calare: da 440 euro mensili nel 2017 a 420 nel 2018, mentre l’assegno pensionistico medio l’anno scorso era 200 euro. A garantire un «benessere minimo» in Russia oggi servono 1.400 euro al mese. Intanto cala anche il potere d’acquisto dei russi, quasi 146 milioni di abitanti: nel 2018 l’Ispi stimava che ripagare un mutuo per l’acquisto di un trilocale in una zona popolare di Mosca richiedesse l’equivalente di 20-30 anni dello stipendio medio di una famiglia, cioè circa il doppio di quanto serve a Milano.

È per tutto questo che, nel primo trimestre 2018, il 13,9 per cento della popolazione russa, cioè 20,4 milioni di abitanti, viveva sotto la soglia di povertà. E nel primo trimestre del 2019 la quota è salita ancora, al 14,3 per cento, per oltre 500 mila persone in più. L’anno scorso la soglia dell’indigenza era stata fissata a un reddito di 10.038 rubli al mese (158 dollari), mentre quest’anno è stata alzata a 10.753 rubli (169 dollari).

I bassi redditi, inevitabilmente, comprimono i consumi. Secondo il Servizio federale russo di statistica, il 53 per cento delle famiglie non è in grado di affrontare spese impreviste, una condizione che nel 2016 riguardava soltanto il 44 per cento dei russi. Più di un abitante su dieci non può permettersi di mangiare carne o pesce due volte a settimana, mentre il 13 per cento non può acquistare i farmaci necessari e il 49 per cento non può concedersi una settimana di vacanza l’anno.

Riforme impopolari: Iva e pensioni

La crisi economica non mette ancora in forse il potere di Putin, e anche le proteste politiche di questa estate non sono riuscite a sfruttarne gli effetti. A 66 anni, del resto, la storia personale dello «Zar» è una garanzia. Tra il 1998 e il 1999 Putin è stato a capo dei servizi segreti della Federazione, e fino al 2008 è stato sempre alla guida del governo. Nel maggio 2008, per aggirare il divieto di un terzo mandato, ha fatto nominare primo ministro Dmitrij Anatol’evicˇ Medvedev. Putin, insomma, incarna il potere e tiene saldamente in pugno esercito, polizia, magistratura e servizi segreti. Per di più, leggi su misura dovrebbero consentirgli di restare al vertice della Federazione fino al marzo 2024: nel dicembre 2008, infatti, la durata del suo mandato è stata prolungata a sei anni.

Per compensare le preoccupazioni sulla crescita e per favorire i consumi, nel dicembre 2018 Putin ha promesso un poderoso piano quinquennale d’investimenti pubblici: 400 miliardi di euro da qui al 2024. Per garantire una simile spesa, però, nel 2018 il governo ha dovuto varare due riforme impopolari. La prima è stata un incremento dell’Iva dal 18 al 20 per cento, in vigore dal 1° gennaio 2019, che sta provocando una nuova contrazione dei consumi, anche se al momento non ci sono dati precisi sul fenomeno.

La seconda è stata la riforma previdenziale. Nel 2005 Putin aveva giurato: con lui al potere, nessuno avrebbe mai toccato le pensioni. Per 90 anni, queste erano state regolate dalle leggi staliniane, che garantivano ai russi l’età pensionabile più bassa nei Paesi dell’Ocse. Dal gennaio 2019, la riforma ha introdotto un aumento graduale: entro il 2028 l’età minima salirà da 60 a 65 anni per gli uomini e, da qui al 2034, salirà da 55 a 60 anni per le donne.

Putin ha evitato effetti sulla sua popolarità garantendo aumenti degli assegni previdenziali. Ha poi strategicamente escluso dalla riforma le forze dell’ordine e i servizi segreti, che continueranno ad andare in pensione dopo 20 anni di lavoro.

Ora si vedrà se riuscirà a superare la crisi dei subprime.  

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata

Commenti