Esteri

Regno Unito: perché il paese reale vuole la Brexit

Appena si lascia Londra c'è una realtà impaurita, in crisi e spaventata dall'immigrazione. Persone che ancora oggi rivoterebbero per il "leave"

Brexit-leave

Il volo Ryanair da Malpensa per Londra ha un’ora di ritardo. È l’ultimo volo della sera da Milano, è un giorno di metà settimana di marzo e l’aereo è strapieno. A bordo, una ragazza russa, sposata con un italiano che lavora per Cipriani, la catena veneziana di ristoranti di lusso, passa tutto il tempo a maledire la Brexit. Lei e suo marito, spiega, hanno comprato una casa a Finsbury Park, zona residenziale di pregio; e ora, per colpa dello scellerato addio della Gran Bretagna alla Ue, i prezzi degli immobili a Londra stanno calando. Siccome hanno fatto un mutuo esagerato, rischiano di finire in «equity negativo», col valore dell’immobile che non copre l’ammontare del mutuo.

Quando si prova a replicare che in realtà lei spera di trarre beneficio da una speculazione immobiliare e che non c’entra la Brexit ma il fatto che uno si sia indebitato al di sopra delle proprie possibilità, rimane perplessa. Non si rende conto che lei e suo marito sono degli stranieri privilegiati in Inghilterra: un inglese, infatti, non ce la farebbe a comprarsi casa a Londra.

Per vivere lo psicodramma della Gran Bretagna di oggi, un Paese che si è incartato nella Brexit e non sa come uscirne, bisogna salire su uno delle decine di voli Ryanair che ogni giorno scaricano migliaia di stranieri a Stansted: la maggior parte sono europei che vivono e lavorano a Londra. All’ingresso dell’aeroporto c’è un cartello che orgogliosamente rivendica il numero di passeggeri: 28 milioni l’anno scorso. Ryanair fa festa. La casalinga di Liverpool un po’ meno: ai suoi occhi è un’invasione che porta problemi, ruba lavoro e abbassa lo stipendio.

La Brexit vista dall’Europa (e dalla stampa inglese) è la scelta scellerata di un Paese ignorante che ha deciso di suicidarsi. Vista da dentro il Paese, invece, la Brexit è uno spauracchio solo per chi non è inglese: i due milioni di persone scese in piazza per chiedere di rimanere nella Ue erano per lo più stranieri che temono di doversene andare. Sono tre milioni i cittadini europei che  risiedono nel Regno Unito e il grosso vive a Londra. E Londra è l’unica grande città a favore del remain; il resto del Regno Unito vuole uscire, con l’eccezione della Scozia che sceglie la Ue solo perché è in guerra con la Gran Bretagna (anni fa tentò una secessione).

«L’idea che gli inglesi abbiano votato male, non sapendo nulla della Ue, è totalmente fuorviante. La Brexit ha precise ragioni storiche: gli inglesi hanno sempre osteggiato l’egemonia franco-tedesca e per questo hanno combattuto tre guerre, due contro Francia e una contro la Germania» osserva Bepi Pezzulli, direttore di Italia Atlantica e autore del libro controcorrente L’altra Brexit.

Un secondo referendum non solo sarebbe un tradimento della democrazia per un popolo che nel Seicento ha fatto la Glorious Revolution, ossia ha deposto la monarchia senza spargere una goccia di sangue, ma il risultato non cambierebbe. La Corona e l’amata Regina Elisabetta II restano un faro. Se la Brexit è diventata un pasticciaccio ingestibile, è per l’italianizzazione della politica inglese, un tempo nota per il suo pragmatismo: 625 parlamentari che da tre anni non riescono a mettersi d’accordo. Il Gabinetto di Theresa May sembra un italico «governo balneare» degli anni Settanta: galleggia da mesi senza andare da nessuna parte. E il cosiddetto populismo, nuovo nome per il malcontento della gente comune, fa breccia: alle prossime elezioni europee, se il Regno Unito voterà, è atteso un exploit di Nigel Farage, il Beppe Grillo inglese che vuole una «Hard Brexit»: uscire subito, senza accordi, e togliersi il dente. E dopo tre anni di inutile stillicidio, sarebbe forse la soluzione migliore.

Dalla stessa Londra, la Brexit appare tutto tranne che quell’Apocalisse profetizzata dai media: per esempio, a conferma del disastro imminente i giornali inglesi titolano che il mercato dell’auto è in calo per colpa dell’uscita dalla Ue. Ma l’auto è in crisi in tutta Europa, e non c’entra l’uscita del Paese dall’Unione. Londra, poi, non se la passa così male: l’economia cresce dell’1,3 per cento, c’è piena occupazione (i disoccupati sono sotto al 4 per cento) e i salari crescono; il tutto nonostante il ciclone Brexit.

Certo, dovesse Inghilterra uscire alla cieca, ci sarebbe un contraccolpo immediato. Già negli ultimi tre anni si sono persi 66 miliardi di sterline, ma la narrazione che il Regno Unito  finisca come la Grecia è solo propaganda di chi teme un effetto contagio; che dopo Londra, altre capitali vogliano seguirne l’esempio.

Da Ryness, uno dei pochi negozi indipendenti rimasti nella elegante (e costosa) High Street Kensington, la via dello shopping «bene» della capitale, i due commessi sono divisi: il vecchio è per il leave. Il giovane tifa remain, perché così può girare liberamente per l’Europa e volare un weekend a Ibiza d’estate oppure andare a sciare a Cervinia d’inverno, grazie proprio a Ryanair, ma non è andato a votare. Una banale lampada da comodino costa 25 sterline. Di fronte hanno aperto un Wilko, una catena simil Ikea a prezzi stracciati: qui, una lampada simile di sterline ne costa 5.

Il commesso anziano andrà in pensione a breve, il giovane avrà ancora un lavoro da Ryness tra tre anni? I ventenni sono cresciuti con la mistica dell’Europa, credendo che non esista altro Dio all’infuori di Maastricht. Ma se sei la generazione della gig economy, dell’Europa senza barriere te ne fai poco. Solo che a Londra le distorsioni del sistema non si vedono.

Dagli uffici di Apax partners, uno dei tanti fondi di private equity dove lavorano anche molti italiani, si contano decine di gru disseminate lungo lo skyline. La città è in pieno boom immobiliare: a comprare gli appartamenti nei condomini super lusso, però, sono gli stranieri. Londra è la metropoli con il più alto numero di miliardari al mondo, ma pochissimi di loro sono inglesi. Dentro Selfridges, il grande magazzino che rivaleggia con Harrod’s, la sola griffe Chanel riesce a incassare 2 milioni di sterline in un fine settimana. Sono tutti i Paperoni stranieri che fanno shopping di lusso: arabi, russi, cinesi.

Ma Londra non è l’Inghilterra. Così come Milano non è l’Italia. Londra ha votato per il remain, il resto del Paese ha votato leave. Londra vuole rimanere perché sono quasi tutti cittadini stranieri, e perché è una metropoli ricca: i soli turisti portano 3 miliardi di sterline al mese. La finanza ne regala alla City oltre 58 miliardi ogni anno. Ma questo immenso fiume di denaro non va più lontano del Tamigi.

Non arriva, se non in minima parte, a insegnanti, operai e infermieri, quella working class esaltata da John Lennon (che però era milionario), e che negli ultimi 20 anni s’è impoverita. La mattina quando leggono il Sun o la «free press» sui mezzi pubblici, vedono le foto di magnati stranieri paparazzati nei locali più esclusivi di Londra intenti a stappare bottiglie di champagne che costano quanto il loro stipendio di un mese. Gli stranieri fanno la bella vita; loro pagano le tasse.

Se si vuole capire perché un popolo abbia deciso, secondo la vulgata, di fare harakiri occorre uscire da Londra, per addentrarsi nella pancia del Paese, e andare anche indietro nel tempo, almeno di 20 anni. E si arriva nella cittadina di Hastings. Sul finire degli anni Novanta, quando tutta l’Europa era in boom economico,  godeva di una florida economia fondata sulle scuole d’inglese e l’indotto collegato. Grazie al mare, alla fama e alla tranquillità del piccolo paese, migliaia di famiglie straniere spedivano i loro figli a studiare lì (e in molte altre città della costa), lontano dall’insidiosa Londra.

I signori Ford, senza figli, avevano una grande villa con giardino: erano una delle tante famiglie che ad Hastings arrotondavano affittando le camere libere della loro grande abitazione. AirBnB era una parola ancora sconosciuta. Ma già allora, mister Ford ogni sera a cena coi suoi «inquilini» lanciava strali contro i bloody burocrats, i «maledetti burocrati» di Bruxelles. La Brexit è un malcontento verso la tecnocrazia che cova da decenni in provincia. Oggi con Netflix e internet, i corsi di lingua sono in crisi, Hastings non brilla più come un tempo e l’indotto delle vacanze-studio è calato. Il voto è segreto ma ci sono pochi dubbi che a giugno di tre anni fa, mister Ford e la sua famiglia abbiano fatto la croce su leave. «Ai britannici fa impazzire che la Ue decida pure il diametro delle zucchine» commenta un finanziere italiano della city. «Il problema è che sono un popolo scrupoloso e ligio alle leggi: hanno seguito alla lettera ogni direttiva Ue, come quelle sul diametro delle zucchine».

In treno, direzione Birmingham, nel mezzo delle Midlands, vero ombelico del Paese, l’Inghilterra fa innamorare: dal finestrino scorre un paesaggio incantevole di prati verdissimi, cottage, dolci colline, pascoli con mucche e cavalli, laghi e fiumi. Non si vedono i capannoni né il cemento che hanno devastato la Pianura Padana; sono ancora le campagne che dipingeva William Turner. Eppure questa è la culla dell’industrializzazione.

Nel Settecento Birmingham era quello che oggi è Londra: arrivavano masse da tutto il Paese per lavorare nelle fabbriche tessili. Nessuna città è più paradigmatica per capire cosa era e cosa è diventata l’Inghilterra. Da Paese manifatturiero, a movida e shopping: una folla di 400 persone si è messa in fila alle 6 di mattina per essere i primi a entrare nel nuovo mega-negozio di Primark (il più grande di tutta l’Inghilterra), una catena di abbigliamento a basso costo che produce tutto tra India e Bangladesh.

La storica zona dei canali, che ha valso alla città il soprannome di «Venezia della Gran Bretagna», è ormai compressa da anonimi edifici moderni e affollata da locali «gentrificati»: bistrot francesi, bar che reclamizzano prosecco italiano e birra messicana (un’eresia, nel Paese che ha inventato la birra, ma se persino il caffè di Starbucks è sbarcato in Italia allora vale tutto) e catene di ristoranti stranieri (dal finto italiano Zizzi, al messicano Nando’s, alla francese Patisserie Valerie).

La statua di James Watt, che inventò il motore a vapore, ricorda il passato glorioso, snobbata dalle frotte di turisti, molti col velo, che affollano invece Legoland, ennesimo parco divertimenti in franchising. Nel pub Purecraft, la birra è tedesca; la cameriera che la serve viene dalla Polonia. Qualcosa non funziona, nella globalizzazione. O funziona troppo bene. Negli anni Ottanta, con le liberalizzazioni e le privatizzazioni, Margareth Thatcher ha iniziato uno smantellamento della manifattura. Dopo 30 anni, il Regno Unito è oggi quasi totalmente deindustrializzato (unico presidio che rimane è il traballante polo dell’auto a Sunderland, la Pomigliano d’Arco d’Inghilterra) che vive solo di finanza e hi-tech. Ancora: 85 inglesi su 100 lavorano nell’industria dei servizi finanziari che il Regno Unito vende all’Europa.

L’Inghilterra nasce come un popolo di pirati, poi diventati sovrani a capo di un impero marittimo coloniale. Oggi, per paradosso, si ritrovano colonizzati a casa propria, dove le élite straniere si sono installate nei quartieri più esclusivi, sloggiando gli inglesi, mentre dal basso spingono avanguardie di lavoratori a basso costo dell’Europa dell’Est, ma anche di Italia, Spagna e Grecia, e dei Paesi del Terzo mondo.

Nel Regno Unito vivono sei milioni di stranieri, ovvero il 10 per cento della popolazione: tra loro c’è un milione di polacchi, i più invisi agli inglesi, perché hanno monopolizzato l’edilizia. Londra sarà pure in piena esplosione economica e il Paese una potenza finanziaria, ma nemmeno una nazione così ce la fa ad assorbire un esodo biblico (105 mila clandestini entrano ogni anno) che trascina il Paese verso il degrado.

Nel fine settimana alcune vie di Kensington sembrano Forcella: marciapiedi invasi dall’immondizia. I netturbini passano il lunedì mattina e i sacchi vanno lasciati non prima delle 6. Ma la gente, che non ha voglia della levataccia, li lascia fuori fin dalla sera prima o addirittura dal venerdì. Gli inglesi sono diventati improvvisamente incivili? «No, è che qui non ci sono più inglesi; in zona vivono ormai perlopiù stranieri (tra cui moltissimi italiani, ndr) che non rispettano le nostre regole» ammettono sconsolati dagli uffici del RBKC, il municipio di zona.

Londra è una metropoli che rasenta la perfezione: parchi curatissimi, strade immacolate, zero buche, nessuna auto in seconda fila, niente cacche di cane sui marciapiedi, tutte cose che a Milano e Roma sono la normalità. Eppure il virus del degrado sta attecchendo anche qui: gli zingari entrano nei bar a chiedere soldi; dentro i vagoni della metro, i mendicanti si esibiscono in mini-concerti sotto gli occhi sbigottiti degli inglesi, che quelle scene non erano abituati a vederle. «La città e il Paese non hanno gli anticorpi per reagire a questi virus esterni» osserva un anziano edicolante di Old Brompton Road. Schifata dall’inciviltà dilagante, e un po’ per quello snobismo insito nel proprio Dna, la upper class inglese sta scappando dalla capitale per andare a vivere nelle campagne dove spera di ritrovare l’Inghilterra autentica. Meta preferita sono le colline delle Cotswolds, a due ore d’auto da Londra. A dar retta alla Lonely Planet, la regione è un paradiso terrestre: paesaggi bucolici, villaggi da fiaba, la quintessenza della campagna britannica. Quello che però la Bibbia del turismo non sa è che le Cotswolds sono ormai una colonia di Pechino, che sta facendo incetta di terreni.

L’invasione straniera ha creato un’inedita saldatura tra l’aristocrazia inglese, nauseata dall’eccessiva immigrazione che snatura il Paese, e la prima ondata di immigrati che vuole le frontiere chiuse per paura di perdere il seppur piccolo status che si è conquistata a fatica.

Grazie alla Ue, l’Inghilterra ha avuto una bacino di talenti gratis dicono i fautori del remain. «Londra ha potuto attrarre i migliori cervelli dal continente senza spendere una sterlina» commenta Nicola, un giovane startupper italiano sbarcato a Londra per sfuggire al Belpaese con l’ascensore sociale bloccato. Quello che sfugge è il rovescio della medaglia: per un talento importato, ci sono altri 99 immigrati che sono solo un problema.

C’è anche chi ci guadagna: nei supermercati di Londra abbondano le giunchiglie, fiori che gli inglesi amano regalare. Vengono coltivate nelle serre della Cornovaglia. A Truro, Jeremy Hoskins possiede 90 ettari di piantagioni di giunchiglie e maledice la Brexit: quest’anno non ha trovato abbastanza immigrati, per lo più rumeni, per raccogliere i suoi fiori e gli affari sono andati male. I floricoltori tifano remain, perché la Ue significa manodopera a bassissimo costo: pur di lavorare, gli immigrati accettano stipendi da fame. Niente di nuovo sotto il sole. Che il capitale sfrutti il lavoro mettendo in competizione i proletari lo aveva già scritto nel 1800, proprio da Londra, Karl Marx. C’è però di peggio di questo feroce dumping salariale: il fondamentalismo religioso, che si porta dietro il terrorismo. L’integrazione sociale è una chimera, il melting pot di cui l’Inghilterra (per via delle colonie) è stata pioniera, non funziona più. E la criminalità è dilagante: nell’ultimo anno sono state accoltellate 40 mila persone. Le pistole sono costose e difficili da reperire; i coltelli invece si trovano in ogni casa.

L’islamizzazione del Paese è un dato di fatto: Londra ha il primo sindaco musulmano di tutta Europa. «La diffusione dell’Islam fa paura, ma non lo si può dire apertamente» commenta un banchiere che vuol restare anonimo. Dalla tragica notte di Borough market, fino alla strage di cristiani a Pasqua in Sri Lanka, dove uno degli attentatori è un ragazzo che ha studiato in Inghilterra, il terrorismo islamico è il lato oscuro dell’immigrazione: nel Regno Unito ci sono 3 mila persone monitorate costantemente dalla polizia inglese perché «sospetti terroristi». Nessuno ne parla. Dilaga invece il politically correct che ormai rasenta forme di psicosi collettiva: prima di Pasqua i negozi Waitrose hanno dovuto ritirare dagli scaffali di Londra una confezione di tre paperelle di cioccolata perché quella fondente era chiamata ugly («brutto»), in omaggio al celebre film di Sergio Leone. Sulla catena di supermercati sono piovute feroci critiche di «razzismo accidentale».

La Brexit è la protesta di un popolo che vuole riprendersi il suo Paese, perché si sente sott’assedio. Un popolo che ha difetti e colpe, ma che vede pure i barbari alle porte, anzi già entrati.

La Gran Bretagna vive una profonda contraddizione: non vede di buon occhio gli stranieri, ma da loro e dagli altri Paesi dipende. Importa quasi tutto e ha bisogno di immigrati per i lavori manuali. Il reddito pro capite è di 40 mila dollari, più alto di quello degli italiani (fermi a 35 mila). Anche se non hanno mai sentito parlare di Trilussa, la media del pollo gli inglesi la capiscono benissimo. C’è una città, Londra, che straborda opulenza; e c’è una grossa fetta di Paese che arranca. «La casalinga sbaglia: i suoi problemi nascono dalla globalizzazione mica da Bruxelles» argomentano i filo-europei.

Ma agli occhi della medesima casalinga, tra Bruxelles e globalizzazione non ci sono differenze. Il Paese reale non sono i ricercatori che vivono in giro per l’Europa, gli studenti Erasmus, gli startupper italiani, gli arabi tamarri che sgasano in Ferrari o Porsche a Knightsbridge o i radical chic che si infuriano per il nome di una papera di cioccolata. Il Paese reale è altro e ha ben altri problemi.

Hayley è una mamma inglese single con due figli di 14 e 18 anni da mantenere. Lavora come cameriera sui treni della Virgin train. Non sa chi sia Richard Branson, il miliardario patron della compagnia ferroviaria (e di mille altre cose, tra cui le palestre ormai «marchio globale»), ma sa di avere un problema: «Mio figlio vuole andare a Londra a fare l’università: vuole studiare aeronautica. Non so proprio come potrò mantenerlo».

Per non finire a fare i camerieri su un treno bisogna studiare, ma farlo nel Regno Unito è costosissimo, così come curarsi. Unico modo per arrivare a fine mese è indebitarsi: le statistiche dicono che ci sono 8 milioni di persone strangolate dai debiti. E ogni famiglia inglese ha in media un’esposizione di 15 mila sterline con la propria carta di credito. Il 30 per cento dei debiti sono gli student loan, i prestiti contratti per pagare università e college.

Gli inglesi, accusati di essere un popolo di ignoranti, hanno forse invece capito tutto: per salvare la classe media, ossia quella borghesia che qui è nata nel Settecento e che è la spina dorsale di ogni Paese, occorrono politiche che tutelino reddito, lavoro, scuola, sanità. E per averle (che poi, ironia della sorte, sono le politiche della sinistra) occorre che il Paese si riprenda la sovranità nazionale.            

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