Esteri

Proteste in Giordania, ecco che cosa sta succedendo

Monarchia e governo in difficoltà, tra l'esasperazione di un popolo in ginocchio e le spinte destabilizzanti dell'ala islamica più radicale

Proteste in Giordania

Luciano Lombardi

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Tutto ha avuto inizio a fine maggio, quando migliaia di cittadini giordani, gridando lo slogan ma’nash, “non abbiamo nulla”, sono scesi in piazza per protestare contro i tagli ai sussidi pubblici, contro le nuove tasse pianificate dal governo di Hani Mulki, per denunciare le conseguenze di un’inflazione che - sullo sfondo - continua a galoppare.

Immediatamente dopo i primi sussulti - presa coscienza del rischio che la situazione potesse andare fuori controllo - il sovrano del Paese, re Abdullah, ha immediatamente provato a gettare acqua sul fuoco, cancellando gli aumenti dei prezzi del carburante e dell'elettricità. Per poi licenziare il primo ministro. Ma non è bastato, E i giordani sono tornati a protestare.

Problemi di crescita

Quanto sta accadendo in questi giorni è la punta di un iceberg, l’ultimo capitolo della lunga storia di un Paese che, da un lato, si comporta come uno Stato del Golfo ricco di petrolio, con sussidi generosi e un settore pubblico che impiega un lavoratore su tre, dall’altro paga l’assenza di risorse naturali, con un’economia che lo scorso anno è cresciuta di un misero 2%, principalmente per via della drastica diminuzione degli scambi con Siria e Iraq afflitte dalla guerra, per la recessione in Arabia Saudita - che in passato ha sempre sostenuto in maniera sostanziosa l’economia giordana - e per il calo del turismo spaventato dai disordini nella regione.

Il problema è che le prospettive per il futuro appaiono ancora più fosche, soprattutto se si considera che il Fondo Monetario Internazionale preme affinché entro i prossimi tre anni e mezzo la politica economica giordana metta in atto le leve per la crescita necessarie ad abbassare in maniera rilevante il rapporto debito pubblico/Pil: una mission impossible.

L'opposizione dell'Islam integralista

Il successore di Mulki, l’ex economista della Banca Mondiale Omar al-Razzaz, dovrà innanzitutto raggiungere un obiettivo: rivedere l'intero sistema fiscale. Un compito impervio per via dei bassissimi margini di manovra, per la popolazione che ha preso la forma di una bomba pronta a esplodere da un momento all'altro, ma anche per le spinte destabilizzanti del Fronte di Azione Islamica, l'ala locale dei Fratelli Musulmani, che preme per arrivare a elezioni anticipate.

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