Primarie Usa: rischio implosione per democratici e repubblicani

Clinton e Trump hanno in tasca la nomination. Ma rischiano di trovarsi due partiti a pezzi in vista della corsa per la Casa bianca

 

Attraversata dal Feel the Bern degli entusiasti sostenitori del senatore del Vermont e da una campagna elettorale mai così intensa e combattuta dai tempi della candidatura di Frankiln Delano Roosvelt, la Grande Mela ha emesso dunque le sue prime inappellabili, sentenze politiche.

Hillary Clinton, che ha dilagato in pressoché tutti i quartieri della City (dalla ricca Upper East Manhattan fino al Bronx e a Chinatown)  sarà salvo imprevedibili cataclismi politici il candidato dei democratici alla Casa Bianca, ancor prima della Convention di Philadelphia. Bernie Sanders è stato uno straordinario sparring partner, ha costretto Hillary, per tutta la campagna elettorale, a scendere su un terreno non congeniale, come quello della  crescente ostilità verso l'establishment di Wall Street e di Washington che sta diffondendosi tra gli strati popolari impoveriti dalla crisi del 2008 e tra i giovani americani.

Bernie si è dimostrato però alla prova dei fatti, persino in una città simbolo della cultura liberal come New York, come un candidato non ritenuto sufficientemente credibile per governare la Nazione più industrializzata e potente del mondo. I giochi in qualche modo, nel campo democratico, sono fatti. 

Per recuperare lo svantaggio accumulato, Sanders - che ha ottenuto finora 1189 delegati contro i 1930 dell'ex senatrice, alla quale mancano ora solo 453 delegati per ottenere la nomination - dovrebbe vincere in California, secondo il guru Nate Silver, di 20 punti. È fantascienza politica, in uno Stato da sempre feudo della premiata ditta dei Billary. Hillary ha lavittoria in tasca.

Per il partito democratico, il problema è semmai un altro: come evitare che il partito arrivi lacerato a Philadelfia, dopo una campagna elettorale che non ha risparmiato colpi bassi tra i due avversari e nemmeno momenti di fortissima tensione, come quelli avvenuti ieri a New York dopo l'inspiegabile sparizione di 125 mila elettori a Brooklin, il rifiuto di Sanders di congratularsi subito con la rivale dopo la sconfitta e il copioso lancio di banconote da parte di un gruppo di sostenitori di Sanders durante un comizio di Hillary.

Ritrovare l'unità perduta del partito, dopo gli stracci volati tra i Bernie-boys e i fan dell'ex First Lady, non sarà affatto un compito facile per Hillary, la cui fama di donna troppo vicina all'establishment e anche poco sincera (si pensi solo al mail-gate) è molto diffusa negli Stati Uniti, sia tra i sostenitori di Sanders che tra gli elettori repubblicani.

Si aggiunga che una buona parte dei simpatizzanti di Sanders sono stati finora i nuovi elettori democratici, i giovani, gli hipster, gli artisti espulsi dalla gentrification, coloro che non si erano mai registrati prima alle primarie, i blue collars bianchi e impoveriti dalla crisi. Tutte categorie che non sempre votano per appartenenza al partito, e spesso considerano Hillary un avversario altrettanto temibile e odiato di Donald Trump. Come recuperarli in vista della campagna per la Casa Bianca? Basterà un appello al voto utile contro il candidato repubblicano? I dubbi sono molti, e di questi dubbi Hillary dovrà tenere conto se vorrà vincere tenendo unito il partito.


 

Per il partito repubblicano il problema è diverso. Donald Trump, che ha staccato il secondo classificato John Kasich di 35 punti e Mark Rubio di ben 45 punti, è ormai lanciatissimo verso la vittoria finale. Odiato dall'apparato del partito, temuto dagli elettori repubblicani più anziani e conservatori, è anche lui un outsider, come Sanders, un leader che fino a qualche anno fa non era nemmeno iscritto alle primarie repubblicane, bensì a quelle democratiche.

È vero che ha ottenuto l'endorsement di alcuni importanti dirigenti del Tea Party, il movimento ultraconservatore e anti-tasse che ha spostato a destra l'asse del partito. Ed è altrettanto vero che, se i vertici repubblicani vogliono evitare una rovinosa lacerazione alla Convention aperta di Cleveland, se lo devono far andare bene, obtorto collo, non avendo nemmeno trovato finora un candidato unitario sul quale far convergere tutte le variegate anime anti-Trump del partito. Ma il problema si porrà anche, qualora si dovesse porre, durante la campagna elettorale, quando molti repubblicani moderati potrebbero essere tentati dal votare la più centrista Hillary. 

Emerge dunque un quadro, in vista del voto del 26 aprile in alcuni Stati popolosi come la Pennsylvania e il Maryland (favorevoli a Trump e Clinton, secondo i polls), che investe  entrambi gli storici partiti americani, la loro tenuta ideologica e politica, in un Paese che sta cambiando  pelle sotto la spinta dei cambiamenti demografici e del rimescolamenti dei poteri finanziari ed economici prodotti dalla globalizzazione. Chiunque vinca, l'America sta cambiando molto più rapidamente di quanto non siano cambiati i vertici repubblicani e democratici. È questa la lezione vera di queste primarie. Ed è questa lezione che i vincitori dovranno imparare, prima di avventurarsi in quella che si annuncia come la più incerta e imprevedibile campagna elettorale della storia degli Stati Uniti.

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