Esteri

Ecco perché Trump è uscito dall'accordo sul clima

Dietro la decisione (annunciata) del presidente Usa più che fattori ambientali ci sono ragioni elettorali e di politica interna

Donald Trump

Stefano Graziosi

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Donald Trump ha notificato all’Onu il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Non si tratta esattamente di una novità, visto che la mossa era stata già annunciata dal presidente americano nel giugno del 2017. “L’accordo di Parigi danneggerà la nostra economia”, sostenne allora l’inquilino della Casa Bianca, “È tempo di uscire”. Del resto, già nel corso della campagna elettorale del 2016, Trump aveva proposto una ferrea difesa dell’industria tradizionale statunitense, tutelando in particolare il settore del carbone: in quest’ottica, il creso newyorchese aveva espresso severe critiche nei confronti dell’accordo parigino, promettendo un suo smantellamento già nel marzo del 2016. Il ritiro non sarà tuttavia immediato: la notifica avvia infatti un processo che si concluderà soltanto il 4 novembre del 2020 (il giorno dopo le prossime elezioni presidenziali americane).

Siglata nel dicembre del 2015, l’intesa obbliga gli Stati Uniti e quasi duecento altri Paesi a mantenere le temperature medie globali al di sotto della soglia di 2 gradi, fissando inoltre un limite di 1,5 gradi. In particolare, Washington avrebbe dovuto ridurre le emissioni di gas serra di circa il 30% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. L’accordo venne sottoscritto dall’allora presidente americano, Barack Obama, che puntava a “imbrigliare” Pechino sul piano economico e geopolitico: quella stessa Pechino che aveva fatto quasi completamente naufragare la conferenza sul clima, tenutasi a Copenaghen nel 2009. Non a caso, la lotta al cambiamento climatico veniva citata anche nella National Security Strategy americana, redatta nel febbraio del 2015. E, in quest’ottica, l’accordo di Parigi veniva visto da Obama come un’occasione di riconferma della leadership politica statunitense a livello mondiale, attraverso una massiccia dose di soft power.

La mossa di Trump ha suscitato le dure reazioni di numerose organizzazioni ambientaliste, oltre che di svariati governi. Il presidente cinese, Xi Jinping e il suo omologo francese, Emmanuel Macron, hanno siglato un documento congiunto per sostenere l’irreversibilità dell’accordo di Parigi. Più in generale, si sono inoltre levate critiche da parte di chi – non certo da oggi – considera Trump un oscurantista e teme adesso una seria battuta d’arresto nella lotta per ridurre le emissioni. Sul piede di guerra anche i democratici, con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, che ha parlato di “decisione disastrosa”, mentre sulla stessa linea si è collocato l’ex vicepresidente americano, Al Gore.

Storicamente il Partito Repubblicano ha spesso mantenuto un atteggiamento scettico nei confronti del cambiamento climatico. Tuttavia, alla base della decisione di Trump, sono forse maggiormente ravvisabili motivazioni di carattere politico ed economico. In primo luogo, come accennato, c’è una questione di natura elettorale: il presidente non solo vuole mantenere una promessa fatta nel 2016 ma punta a rafforzare il proprio bacino di consenso, legato all’industria tradizionale statunitense. Non dimentichiamo del resto che una parte fondamentale del suo elettorato risulti costituito dalla classe operaia della Rust Belt. Obiettivo principale del presidente è quindi quello di tutelare il settore manifatturiero che – stando a quanto riportato dal think tank conservatore Heritage Foundation – rischierebbe pesanti danni a causa dell’accordo parigino: dalla distruzione di centinaia di migliaia di posti di lavoro a una perdita di 2,5 trilioni di dollari di Pil entro il 2035. Un discorso simile vale d’altronde per la polemica che l’inquilino della Casa Bianca sta conducendo contro la proposta ambientalista del Green New Deal, principalmente avanzata dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez: una proposta, che il presidente sta additando come provvedimento frutto di una forza politica – il Partito Democratico – sempre più settaria e oltranzista.

La questione elettorale non esaurisce tuttavia il problema nella sua interezza. Con il ritiro dall’intesa, Trump punta anche ad obiettivi di natura geopolitica. In primo luogo, il presidente ne ha approfittato per rinverdire il proprio messaggio dell’America First. “Sono stato eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh, non di Parigi. Ho promesso che avrei chiuso o rinegoziato qualsiasi accordo che non fosse al servizio degli interessi americani”, ha non a caso recentemente affermato in Pennsylvania. In secondo luogo, troviamo il problema della rivalità con Pechino. In passato, Trump ha sostenuto che la questione del riscaldamento globale fosse una trovata cinese per limitare la competitività del settore manifatturiero statunitense. Se l’affermazione in sé stessa è chiaramente infondata, l’idea che la Repubblica Popolare stia utilizzando il tema ambientale come strumento politico non è esattamente priva di senso. Una recente ricerca condotta da Tsinghua Center for Finance and Development, Vivid Economics e ClimateWorks Foundation, punta infatti il dito – sul fronte ambientale –  contro la Belt and Road Initiative: l’ambizioso progetto infrastrutturale con cui Pechino sta da anni cercando di estendere e rafforzare la propria influenza nella regione eurasiatica. In base a questo studio, i centoventisei Paesi coinvolti nell’iniziativa rappresenterebbero oggi il 28% delle emissioni globali. Emissioni che, proseguendo su questa strada, potrebbero tuttavia raggiungere quota 66% entro il 2050: un’eventualità, quest’ultima, che implicherebbe uno sforamento dei limiti imposti proprio dall’accordo parigino. D’altronde – come riporta Climate Home News –  nonostante abbia promesso la decarbonizzazione del proprio sistema energetico, la Cina – nella prima metà del 2019 –  ha usato un miliardo di dollari per sostenere progetti di energia a carbone. Secondo uno studio di Greenpeace, Pechino avrebbe investito in 67,9 gigawatt di energia a carbone nei Paesi della Belt and Road Initiative dal 2014, rispetto ai 12,6 gigawatt di energia eolica e solare. È quindi anche in questo senso che Trump ha di recente contestato davanti alla World Trade Organization lo status di “nazione in via di sviluppo” di cui la Repubblica Popolare si fregia. Insomma, la questione dell’accordo di Parigi viene – per la Casa Bianca – ad inserirsi nella più vasta cornice dello scontro commerciale e geopolitico con Pechino.

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