L'italiana testimone contro il governo del Sud Sudan per stupri di massa

La cooperante italiana che nel 2016 si è trovata al centro della guerra civile oggi racconta per la prima volta le violenze subite, l'inefficienza delle Nazioni Unite e il coraggio di essere testimone chiave in processo che per la prima volta vede alla sbarra soldati governativi

Sudan

Un miliziano a Nyala, Sudan, 4 maggio 2015 – Credits: EPA/MARWAN ALI

Sara Dellabella

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“Per cinque giorni, ogni secondo, ho pensato di morire”. Inizia così il racconto di Marta (il nome per ragioni di sicurezza è di fantasia), una cooperante de L'Aquila che nel luglio 2016 si è trovata al centro della guerra civile in Sud Sudan, dove insieme ad altri cooperanti ha subito violenza, rischiando di morire e oggi si trova ad essere il testimone chiave di un processo che vede imputati 12 soldati sudanesi.

“Il Sud Sudan è un paese sul lastrico, dove la fame è una delle principali cause di morte” racconta e in uno Stato così per i militari l'abuso, la razzia, le violenze sessuali su donne e bambine sono all'ordine del giorno. Sono molti i progetti attivi nello stato africano e anche l'Italia ha partecipato alla cooperazione inviando 140 milioni di euro dal 2000 al 2016, oggi nel piano triennale di cooperazione del Ministero degli Affari Esteri è indicato come uno dei 22 paesi di azione prioritaria.

Sud Sudan, due tribù in conflitto permanente

Il Sud Sudan viene riconosciuto come Stato nel 2011, ma il processo democratico nel paese non si è mai veramente concluso e vede contrapposte in un conflitto civile che periodicamente riesplode le forze governative di Salva Kiir e quelle di opposizione di Riek Machar, i due leader che si contendono il comando di un paese poverissimo dove il pil procapite non supera i 657 dollari.

Marta, nel luglio 2016, si trovava nel Paese come consulente per una organizzazione americana che l'aveva ingaggiata per cinque mesi per partecipare ai progetti USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. Da giorni il clima in città, a Juba, era mutato. I check point nelle strade si erano infittiti e il clima era visibilmente più teso, finché un giorno durante una riunione all’ambasciata americana tutti i cooperanti vengono invitati a far ritorno nel compound e non uscire.

Intanto fuori era scoppiata la guerra civile

“Sentivamo gli spari, gli elicotteri girare sopra le nostre teste. Sono stati giorni di paura e isolamento. Le nostre strutture erano in vetro, totalmente insicure e vulnerabili. Per cinque giorni abbiamo chiesto aiuto all'ambasciata americana, alle nostre compagnie di appartenenza, senza risposte o con rassicurazioni vane. Non sono stati attivati i protocolli di sicurezza che in un contesto difficile come quello del Sudan del Sud dovevano essere all’ordine del giorno. Non sono stati inoltre attivati i normali corridoi di sicurezza per lo spostamento verso strutture più protette come i vari hotel della città dove nel frattempo avevano trovato riparo gli altri operatori che erano stati evacuati in tempo”.

A Juba era scoppiata la guerra civile e secondo quanto riferiscono fonti dell’Afp in quei giorni sono rimaste vittime degli attacchi 300 civili e due caschi blu cinesi dell’Onu.

“La mia famiglia chiamava la Farnesina in cerca di notizie, ma l'Italia non ha sedi consolari in Sud Sudan, quindi le uniche informazioni disponibili erano quelle delle autorità americane che però erano vaghe e inutili” racconta Marta.

Esecuzioni, stupri, violenze... "erano arrivati anche a noi"

Ad un certo punto però i soldati arrivano anche al compound e iniziano a sfondare finestre e porte, nel frattempo tutti i cooperanti riescono a trovare riparo nell’unica casa con la porta blindata e una volontaria, l’unica a salvarsi dalle violenze, è salita su un ramo rimanendoci un giorno e una notte intera.

“Tremava tutto, sembrava il terremoto de L’Aquila. Perché io ho vissuto anche quello” precisa Marta come se il trauma del sisma fosse riaffiorato a migliaia di chilometri da casa in quello stesso sentimento di paura che nasce quando non si ha la piena percezione di quello che sta per accadere.

Nel raid è stata eseguita la condanna di un giornalista sudanese appartenente alla tribù opposta. “John è stato ucciso con tre colpi di pistola alla testa, ma prima tutti gli uomini sono stati messi in ginocchio intorno alla vittima, per assistere all’uccisione”. Questo uomo è morto per una cicatrice che distingue la popolazione di una tribù. In Sudan si muore anche per questo.

Ma non contenti i soldati hanno cercato gli altri cooperanti, uno è stato colpito alle gambe da una raffica di proiettili sparati contro una porta al solo fine di aprirla.

“Hanno sparato alla cieca e hanno colpito lui, ma in realtà potevano colpire chiunque. Da lì sono iniziate le botte, i fucili puntati alla testa, le minacce ripetute “vuoi morire?” e le violenze sessuali alle donne presenti”.

Quando uno dei soldati ha lasciato andare Marta, la prima scena che si è trovata davanti è stato il corpo morto di John, “ho pensato fossero tutti morti” racconta, finché non è arrivato un altro militare che l’ha condotta in una stanza dove stavano abusando di una sua collega e sono ricominciate le torture.

Anche una volta scampato il pericolo, la libertà è tardata ad arrivare. Le due donne hanno trascorso tutta la notte rinchiuse in un bagno sperando che qualcuno venisse ad evacuarle ma, nonostante il cessato il fuoco, nessuno tra le Nazioni Unite, Sicurezza Nazionale, Ambasciate è andato a liberarle.

L'inefficienza delle Nazioni Unite

“La storia di quei giorni -  accusa Marta che nel suo racconto non tradisce emozione, ma solo tanta rabbia – dimostra che il sistema di sicurezza delle Nazioni Unite è completamente saltato e ha mostrato la sua inefficienza”.

A documentare i fatti di quel luglio è il report di Civilians in Conflict sulle violenze in Sudan del Sud contro civili e sulla risposta delle Nazioni Unite che descrive come le parti del conflitto hanno ucciso e ferito i civili nei campi profughi con fuoco indiscriminato, commesso violenza sessuale diffusa contro le donne che hanno lasciato quei campi in cerca di cibo e attaccato gli operatori umanitari internazionali e nazionali. Il rapporto si basa principalmente su più di 100 interviste effettuate a Juba nell'agosto 2016, compresi i civili direttamente colpiti dalla violenza, i funzionari civili e militari dell'UNMISS e rappresentanti della comunità umanitaria.

Al rientro in Italia, Marta ha sporto denuncia presso la procura di Roma che però è stata archiviata poco dopo.

L'Italiana oggi è testimone chiave in un processo contro i soldati governativi

Oggi per i fatti di quel luglio di violenza, è in corso un processo della corte marziale contro 12 soldati di Salva Kiir. La sentenza era attesa alla fine del 2017, ma la morte improvvisa, in carcere, del capo delle truppe ha ritardato il verdetto per il saccheggio e le violenze del compound.

Marta è diventata una testimone chiave per questo primo processo per massacro civile. Senza testimoni la Corte aveva minacciato di chiudere il procedimento e solo dopo la testimonianza dell’italiana sono state accettate anche delle testimonianze via internet realizzate con l’aiuto dell’Fbi.

“Sono arrabbiata anche con chi non è tornato a testimoniare, soprattutto con gli uomini che non hanno subito le nostre stesse violenze e sono stati tra i primi ad essere evacuati. Non è stato facile riconoscere 4 dei miei 5 aguzzini ed essere sottoposta ad interrogatorio per oltre cinque ore. Ma magari questo processo può diventare un esempio e un precedente importante per tutte quelle persone che ogni giorno in Sud Sudan subiscono violenze atroci per mano dei soldati”.

Ma c’è una beffa che si somma alle violenze e alle ferite.

Trovarsi a ringraziare i propri stupratori

Quando queste donne che erano nel Paese come operatrici umanitarie sono state liberate dalla Sicurezza Nazionale e dall’esercito dopo ore di violenza e abusi, hanno ringraziato i soldati come si ringrazia chi ti ha salvato dalla morte.

“Peccato che quegli uomini indossassero la stessa divisa di quelli che ci avevano torturato fino a poco prima. Ma non lo sapevamo”.


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