Esteri

Libia: l’Isis dietro la morte degli ostaggi uccisi a marzo 2016

Su Panorama in edicola da giovedì 22 settembre la verità su Salvatore Failla e Fausto Piano, vittime di una cellula tunisina di Sabrata

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Fausto Piano e Salvatore Failla in due foto dai loro profili Facebook – Credits: Ansa/Facebook

Mentre altri due italiani, Danilo Calonego e Bruno Cacace, sono stati rapiti in Libia, emerge una inquietante verità sull’uccisione di Salvatore Failla e Fausto Piano, i dipendenti della Bonatti catturati insieme a due colleghi (poi liberati) il 20 luglio 2015 nel Paese nordafricano e assassinati in marzo: dietro la loro morte, come ha rivelato Panorama nel numero in edicola da giovedì 22 settembre, c’è infatti l’Isis. Ecco l'articolo in versione integrale.

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Il 19 settembre la Libia ha inghiottito in un nuovo sequestro altri due italiani, Danilo Calonego e Bruno Cacace. A Ghat, nel sudovest del Paese, al confine con l'Algeria. Lavoravano per una società piemontese che ha realizzato l'aeroporto locale. Mercenari sudanesi, milizie tribali e terroristi del signore del terrore del Sahara, Mokhtar Belmokhtar, spadroneggiano nell'area, ma non è chiaro chi li abbia rapiti.

Nella gestione "diplomatica" del sequestro si spera non si replichino le solite reticenze e i soliti pasticci all'italiana. Soprattutto adesso che si sta alzando il velo del silenzio e delle versioni di comodo sulla tragica vicenda di Failla e Piano, gli ostaggi uccisi in Libia. "Il sequestro dei quattro italiani è stato organizzato e portato avanti al 100 per cento dalla cellula tunisina dell'Isis di Sabrata (80 km ad ovest di Tripoli, ndr). Lo sappiamo con certezza perché abbiamo arrestato e interrogato le mogli dei terroristi responsabili del rapimento e i carcerieri sopravissuti" dichiara senza ombra di dubbio Ahmed Ben Salem.

Barbetta nera, baffi rasati da salafita, il giovane portavoce della Forza di deterrenza, la polizia speciale di Tripoli, rivela a Panorama i lati oscuri, sempre negati dal governo italiano, del sequestro di Gino Pollicardo, Filippo Calcagno, Fausto Piano e Salvatore Failla i lavoratori della società Bonatti rapiti in Libia nel luglio 2015. I primi due hanno fatto ritorno a casa, ma Failla e Piano sono stati uccisi nel deserto.

La base della Forza di deterrenza è super protetta a due passi dall'aeroporto Mittiga di Tripoli. Gli agenti speciali al comando di Abdul Raoul Qara sono tutti islamici duri e puri, che però odiano i seguaci delle bandiere nere. Qara è stato uno dei primi a schierarsi con il nuovo governo di unità nazionale di Fayez al Serraj voluto dall'Onu e appoggiato da Roma. "Abbiamo tutte le informazioni sul rapimento dei quattro tecnici italiani tenuti in ostaggio a Sabrata per otto mesi grazie all'interrogatorio di due sorelle e di alcuni tunisini dell'Isis coinvolti nel sequestro. I corpi dei complici, che sono rimasti uccisi e abbiamo identificato, li teniamo nelle celle frigorifere" spiega il portavoce Ben Salem.

Tutto è iniziato con l'arresto delle donne, chiave di questa storia: Rahma Chikhaoui, 17 anni, e sua sorella Ghofran, 18, ambedue fuggite da un sobborgo povero di Tunisi per inseguire l'avventura della guerra santa e dell'amore in Libia. Rahma ha sposato Noureddine Chouchane, un capetto tunisino dello Stato islamico che gli americani pensavano di aver ucciso nel raid aereo del 19 febbraio sulla sua base a Sabrata. Il giovane emiro aveva vissuto a lungo in Italia facendo il muratore a Novara.

Il suo passaporto ritrovato a Sabrata era stato rilasciato dal consolato tunisino di Genova. "Non siamo certi che sia morto" spiega Ben Salem "ma sua moglie l'abbiamo presa quando sono iniziati i combattimenti per cacciare l'Isis da Sabrata dopo il raid Usa. Rahma si trovava vicino al luogo dove sono stati abbandonati i due ostaggi italiani sopravissuti". I quattro connazionali sono stati traditi dal loro autista, Yahia Yusef, che era andato a prenderli in Tunisia per portarli in Libia, ma aveva un cugino fra le fila dello Stato islamico. "Il capo dei sequestratori era Kamal Al Deib, tunisino dell'Isis collegato a Chouchane" racconta il portavoce della polizia speciale di Tripoli. "A Sabrata vivevano assieme e facevano parte della stessa cellula giunta dalla Tunisia. L'ha confermato Rahma, la moglie del terrorista che ha vissuto in Italia".

Il nostro governo ha sempre negato un ruolo delle bandiere nere nel sequestro. E Ben Salem aggiunge: "Nessuno dal vostro Paese ci ha contattato per le indagini, ma siamo pronti a collaborare, se venisse richiesto, fornendo le informazioni in nostro possesso sul sequestro". Al Deibe il fratello Ayub, pure lui coinvolto nel rapimento, sono rimasti uccisi negli scontri di Sabrata. Il raid aereo americano, avallato dal governo italiano, come ha rivelato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha scatenato la battaglia delle milizie fedeli a Tripoli contro le bandiere nere.

Stessa sorte per un altro carceriere degli italiani morto negli scontri, Abdelmonêm Amami, l'emiro di Novara, cognato di Chouchane dopo aver sposato Ghofran Chikhaoui, che si faceva fotografare con velo e kalashnikov. "Sua moglie è l'unica sopravvissuta, in nostro custodia, dello scontro a fuoco durante il quale sono morti gli altri due ostaggi italiani. Era nel piccolo convoglio che stava portando via i vostri connazionali da Sabrata" spiega Ben Salem. Failla e Piano vengono portati via nella fuga degli ultimi seguaci del Califfo nel deserto. I miliziani di Sabrata li intercettano e aprono il fuoco il 2 marzo. La perizia di parte sul corpo di Failla rivela che è stato maltrattato o torturato: "Ecchimosi al tronco e fratture costali che per sede e distribuzione sono compatibili con fenomeni di compressione e schiacciamento della gabbia toracica e con segni di violenza operata dagli aggressori".

Failla, che aveva i polsi legati, viene centrato da quattro pallottole, ma non a bordo del fuoristrada dei rapitori. Il medico legale Orazio Cascio sostiene che l'ostaggio sia "stato colpito dai proiettili (...) mentre era con le mani dietro la schiena e all'aperto e non all'interno di un'autovettura". In pratica è stata un'esecuzione. Nel caos di Sabrata, Pollicardo e Calcagno vengono abbandonati per farli tornare in libertà, due giorni dopo, il 4 marzo. "Non sappiamo se l'Italia ha pagato un riscatto, ma dagli interrogatori risulta che era stata fatta una richiesta di 5 milioni di euro" spiega il portavoce della polizia speciale. Pollicardo, uno dei sopravissuti, racconta a Panorama: "Uno dei rapitori, grosso e in mimetica con il volto coperto ci ha elencato in francese (seconda lingua per i tunisini, ndr) i casi degli ostaggi sequestrati in Libia, le giovani cooperanti prese in Siria per farci stare tranquilli dicendo: "Gli italiani pagano per tutti. Lo faranno anche per voi"".

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