Esteri

Iran: le ribelli dell'hijab e la lotta per la libertà

Chi sono le donne che protestano a Teheran contro le rigide regole di abbigliamento imposte dal regime

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Chiara Degl'Innocenti

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Si ribellano in nome della libertà. Lottano per l’uguaglianza, per avere il controllo sul proprio corpo, per sentire il vento tra i capelli. Come tutti.

In Iran le donne protestano a testa scoperta per le strade di Teheran contro l’hijab. Una rivoluzione partita in sordina e cresciuta piano piano, fino a creare una grande eco. Si tratta infatti della prima manifestazione di massa contro l'uso dell’indumento dalla rivoluzione del 1979. Un grido al mondo.

Le proteste

Una delle proteste più recenti risale a dicembre 2017, quando l'attivista Vida Movahed, 31 anni, si era spogliata del suo hijab sventolandolo in una delle principali vie della capitale iraniana. Arrestata dalla polizia è stata rilasciata un mese dopo. Ma questa incarcerazione non ha fermato le altre donne che durante la sua prigionia hanno prima rilanciato sui social l'hashtag con la domanda "Dov'è?" in persiano utilizzata su Twitter più di 28.000 volte, e poi sono scese anche loro in piazza.


La protesta continua

Mentre il mondo segue a distanza la storia di queste donne ribelli rimbalzano di giorno in giorno sui social, sempre più forte e con nuovi hashtag come #GirlsofRevolutionStreet, nuove foto, nuovi messaggi, nuovi appelli. Queste donne fanno parte di una generazione di attiviste iraniane che protestano contro il restrittivo codice di abbigliamento imposto per legge. E non sono soltanto giovani.

Tutte loro fanno capo al movimento chiamato White Wednesdays, in cui le ribelli pubblicano foto di se stesse sui social media indossando foulard bianchi o pezzi di abbigliamento bianco in segno di protesta.


Qualcosa sta cambiando

Gli analisti affermano che le proteste sono riuscite a fare pressioni sul governo per allentare la stretta che c’è dietro l'applicazione dell'hijab obbligatorio. Proprio a fine dicembre infatti il governo ha annunciato che le donne di Teheran non sarebbero più state arrestate se catturate con la testa scoperta. Un passo avanti notevole visto che per il momento coloro che hanno “disubbidito” violando il codice vengono solo inviate a osservare i valori islamici con un richiamo formale.

Il prezzo della disobbedienza

"La disobbedienza civile ha un prezzo altissimo perché chi protesta potrebbe ritrovarsi di nuovo in arresto e in carcere, ma le donne si mostrano con coraggio in questa sfida. La nuova generazione non troverà alcun vantaggio nel restare in silenzio", ha detto l'analista iraniano Omid Memarian a Newsweek.


Quando sono partite le prime proteste

Le proteste contro il velo obbligatorio sono iniziate sporadicamente nel 1983, quando il parlamento iraniano ha approvato una legge che rendeva obbligatorio l'uso dell'hijab. Alcuni dicono che le origini del movimento risalgono a prima della rivoluzione iraniana e del rovesciamento dello scià nel 1979, fuggito dal paese dopo quasi quarant'anni al potere.

Due settimane più tardi, il leader spirituale della rivoluzione islamica, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, tornato dall'esilio prendeva il controllo dell'Iran. Durante questo periodo di disordini politici, gli esperti sostengono che le donne iraniane hanno tentato di mantenere un certo controllo sull'abbigliamento. Ma in modo molto limitato, cercando di portare avanti la politica sotterranea della “velatura adeguata”. Fino ad ora. Fino alle ultime proteste di piazza. Fino a che hanno iniziato a marciare a testa alta. Senza velo. Con il vento tra i capelli.

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