Esteri

Hong Kong: il silenzio dei colpevoli

Il prof. Parsi spiega perché i grandi della terra tacciono sulle violazioni dei diritti umani ad Hong Kong. Solo Trump sta per muoversi. Ma sarà un gesto simbolico

Anti-government protests in Hong Kong

Elisabetta Burba

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«Purtroppo il mondo è sempre più governato dagli affari e nessuno vuole irritare Pechino». È una analisi amara quella che fa Vittorio Emanuele Parsi sull'indifferenza con cui i grandi della terra guardano alle proteste anti-governative di Hong Kong. L'ordinario di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, autore di un caustico saggio sul «naufragio dell'ordine liberale» (Titanic, Il Mulino, 2018), esamina con Panorama le reazioni internazionali alle manifestazioni per i diritti civili che infiammano l'ex colonia inglese da sei mesi a questa parte. Ovvero, il naufragio dell'ordine internazionale.

Donald Trump intende firmare la legge appena approvata dal Congresso che prevede sanzioni contro le violazioni dei diritti umani a Hong Kong. Servirà a qualcosa?
Difficile che una legge statunitense possa avere una reale influenza sulla politica interna cinese. Perché Hong Kong, ormai, fa formalmente parte della Cina.

Quindi un gesto di carattere simbolico?
Sì, anche se farà arrabbiare i cinesi.

Ma perché Trump attacca Pechino? Ha davvero a cuore Hong Kong?
Che The Donald abbia a cuore le sorti di Hong Kong non lo credo proprio. Diciamo che in tal modo dà un calcio a Pechino, facendo entusiasmare la sua base elettorale: anti-cinese e anti-comunista. Di pari passo, mette a segno un punto nella sua guerra commerciale contro il presidente Xi Jinping.

Una mossa strategica, dunque. Ma porterà utili a Washington?
Forse sì, forse no. Intanto, però, Trump ha marcato il campo. Si tratta di un atto muscolare in sintonia con il personaggio...

Eppure nei mesi scorsi lo stesso Trump aveva dimostrato grande ambiguità verso Hong Kong.
Non c'è da stupirsi. Laddove non ha un pregiudizio, ci mette un po' a inquadrare i fatti. Diciamo che il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d'America mostra un certo dilettantismo in politica estera. Lo abbiamo già visto all'opera nei confronti della Corea del Nord, con tutti i suoi passi avanti e passi indietro. Non stupisce quindi che si sia comportato così anche con Hong Kong.

Eppure se Trump su Hong Kong è stato ambiguo, gli altri grandi della terra sono stati del tutto indifferenti. Siamo al solito «business as usual»?
Direi di sì. Purtroppo il mondo è sempre di più governato dal denaro e dagli affari. Nessuno vuole far irritare la Cina.

Ma perché allora Pechino ha finora evitato un intervento militare diretto? Forse perché gran parte della popolazione continua a sostenere il movimento di protesta?
L'unica cosa che sta trattenendo Xi Jinping dall'entrare direttamente a Hong Kong è il fatto che ha una capacità d'azione indiretta attraverso la governatrice Carrie Lam. Peraltro un intervento militare diretto creerebbe un grosso danno d'immagine a Pechino, che da 30 anni cerca di costruirsi un'immagine di soft power. La sua capacità di ingerenza legata a un'immagine benigna è massimamente cruciale per Pechino in epoca di Belt and Row Initiative (la Nuova via della Seta, che si propone di migliorare i collegamenti commerciali di Pechino con i Paesi dell'Eurasia, ndr).

Però Xi Jinping ha anche problemi di politica interna...
Vero, nella Cina continentale sono presenti tensioni soprattutto nella regione vicino a Hong Kong, i cui abitanti hanno spesso legami familiari molto stretti con i residenti dell'ex colonia britannica. Pechino deve stare all'occhio perché non può permettersi di far esplodere le tensioni interne. Una Tienanmen oggi avrebbe un costo (economico, politico e geopolitico) estremamente più alto di quello pagato 30 anni fa. Perché per i Paesi occidentali un conto è subire l'influenza di un Paese, pur autoritario, ma rispettoso dei limiti. Un altro è fare i conti con un Paese autoritario che i limiti li travalica, passando il segno.

A proposito di Paesi autoritari, perché la Russia è così noncurante verso Hong Kong?
Perché a Vladimir Putin non interessano minimamente la democrazia e i diritti civili, perché è contrario all'interferenza esterna e perché è allineato a Pechino.

E l'Europa? Perché tace anche Bruxelles?
Perché l'Ue non è una potenza politica. È stata assente in Cile, in Bolivia, in Libano, in Irak... Dove ci sono state proteste di piazza non si è mai mossa. A maggior ragione non interviene contro la Cina, con cui ha affari grossi in comune.

Un fallimento clamoroso.
Senza alcun dubbio.

Tornando a Hong Kong, che effetto avranno le elezioni dei consigli elettorali il 24 novembre?
Nessuno, perché i candidati sono accuratamente scelti da Pechino. Potrebbe verificarsi un aumento delle proteste, magari calerà l'affluenza ai seggi, ma la sostanza delle cose non cambierà.

Anche in questo caso, «business as usual»?
Ahinoi sì.  






 

 





 

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