Guerra in Siria: l'amicizia interessata tra Mosca e Teheran

Anche se sul fronte bellico collaborano da fedeli alleati, i due governi hanno obiettivi diversi: dai confini con il Mar Caspio alle sorti di Israele

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Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente iraniano Hassan Rouhani durante il loro incontro al Cremlino a Mosca il 28 marzo 2017 – Credits: SERGEI KARPUKHIN/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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Da quando la guerra siriana ha visto Russia e Iran alleati sul campo, in molti hanno pensato che i due paesi condividessero strategie e visioni ad ampio spettro. Non è così.

Nonostante la reciproca lealtà in Siria, con un conflitto che ormai si protrae da più di un lustro, Mosca e Teheran hanno approcci e obiettivi di medio termine molto diversi tra loro. Questo non gli impedisce di far fronte comune con Damasco, ma unicamente per ragioni d’immediata convenienza.

Le differenze tra Mosca e Teheran

La prima grande differenza risiede nella percezione che entrambe le potenze hanno del loro destino regionale. La Russia, nonostante l’immagine forte di Putin, sa bene che la vocazione imperiale sovietica è irripetibile (terminò con la sconfitta afghana); per questo ambisce ad una situazione di equilibrio in Medioriente, dove tutte le potenze regionali, tutte le confessioni e anche gli Stati Uniti abbiano il diritto a dire la loro e a sentirsi rappresentati.

Al contrario Teheran vede nella congiuntura di un Iraq a guida sciita (a differenza degli anni di Saddam, guidati dalla minoranza sunnita), di un Hezbollah libanese sempre più forte e della propria stabilità interna, la chance per divenire il dominus della regione. La vicenda del nucleare iraniano è tutta qui, nelle ambizioni di Teheran all’estensione della propria sfera d’influenza.

Le ambizioni dell'Iran

Le aspirazioni di Teheran sono tali che non riguardano solo il quadrante meridionale dell’Area, cioè verso l’Arabia Saudita, ma salgono anche a Nord, in quel Mar Caspio che confina con le acque e gli strategici interessi russi. Ecco allora che l’alleanza in Siria cessa di essere tale tra le acque conchiuse di questo lago vasto come un mare.

L’altro grande nodo è naturalmente Israele. Per Mosca rimane uno stato del quale garantire esistenza e sicurezza, in nome di quell’equilibrio che renderebbe la Regione pacificata e permeabile agli interessi energetici russi, mentre al contrario la posizione di Teheran rimane inchiodata all’oltranzismo anti sionista ormai noto.

Infine il nodo Assad a Damasco. Putin lo sostiene per senso pratico, non perché lo apprezzi particolarmente. Anzi, alcuni repentini dietro front del passato (come il flirt francese del 2000) ne fanno un leader poco affidabile per i sempre diffidenti russi; al contrario l’Iran vuole mantenere il tassello alawita in Siria come tessera fondamentale di un più ampio mosaico sciita.

Fondamentalmente Mosca non ha apprezzato la mossa di Trump di uscire dall’accordo sul nucleare perché, in questo non diversamente dall’Europa, teme ripercussioni sulla vasta rete di appalti economici stipulati con Teheran per costruire il nucleare civile.

Come da tradizione, dunque, Russia e Persia non hanno visoni comuni, ma si trovano compagni di strada per opportunità, spinti dalla congiuntura internazionale dove Trump, Erdoğan e l’Arabia Saudita del Principe bin Salman attuano una politica spesso imprevedibile.

Mosca sa di non poter ripetere l’esperienza imperiale, ma sa anche di voler la pace alla periferia del suo vasto territorio autocratico. L’Iran è l’alleato che, al momento, può garantire a Putin questa pax sciita, anche se paradossalmente in Siria la guerra è quasi vinta, ma la pace è ancora lontana.

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