Esteri

Così parlò Putin (ai suoi diplomatici)

Panorama ha assistito all'incontro esclusivo fra il leader del Cremlino e gli ambasciatori, durante il quale ha dettato la sua strategia internazionale

Omicidio Alexander Litvinenko

Cristina Giuliano

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È appena iniziata la sfilata di feluche verso la torre del ministero degli Esteri russo che, con il suo stile "soviet-gotico", incute un certo rispetto.

Il grigio traspare dalle vetrate, mentre si prepara un temporale estivo. All'interno si sentono appena i primi tuoni. Sembrano la colonna sonora perfetta per un momento solenne: l'incontro di ambasciatori e rappresentanti permanenti della Russia presso le organizzazioni internazionali.

La riunione si tiene ogni due anni. C'è una prima parte con il discorso del leader del Cremlino Vladimir Putin e dibattito chiuso. E una seconda parte totalmente off the records: è la fucina di quella che viene definita "la linea", ossia la strada che nei prossimi anni la Federazione russa percorrerà nell'arena internazionale.

Tra gli invitati ci sono il premier, i presidenti delle due camere del Parlamento, i ministri e altri rappresentanti russi, coinvolti in attività internazionali.

Nell'era della diplomazia via tweet, quella velocissima dove basta un sospiro di Trump per pensare che siamo sull'orlo della crisi globale, un evento del genere potrebbe sembrare lento. Incravattato. Fuori moda. Eppure è strategico quello che stanno facendo tutti questi signori in completo scuro, tra cui spicca la giacca verde acido di Tatiana Valovaya, ministro dell'Integrazione e della Macroeconomia della Commissione economica eurasiatica.

Panorama ha avuto accesso all'evento giovedì 19 luglio. Per capire meglio la politica estera di Putin, i rituali e i meccanismi. Il tutto poche ore dopo quella che The New Yorker ha definito "una facile vittoria" a Helsinki con il capo della Casa Bianca e che The Independent ha bollato con un "Putin-Trump 1-0".

Il silenzio nell'emiciclo è totale. In sala i colori prevalenti sono quelli della bandiera russa: il bianco dei marmi, il rosso dei paramenti, il blu dei completi maschili.

Il leader del Cremlino parla per 16 minuti. Un discorso essenziale, privo di colpi di scena. Introdotto brevemente dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov: "Solo con sforzi uniti saremo in grado di percorrere la strada definita dal presidente".

Putin tocca tutti i nodi chiave. Poi arriva a Trump. Prima spiega che, nonostante "tutte le differenze di opinioni" e benché "le relazioni russo-americane" stiano per molti versi "anche peggio che durante la Guerra Fredda", il percorso verso i cambiamenti positivi con il collega Usa è "iniziato". Ma poi comincia la parte "fuori dai denti" su "alcune forze in America" che "stanno cercando di sminuire, disconoscere" quelli che per Putin sono "i risultati dell'incontro a Helsinki".

Queste forze "per le loro ambizioni nella lotta politica interna in America", secondo il capo di Stato, sono pronte a sacrificare tutto. Dalle "relazioni russo-statunitensi" agli "interessi delle loro imprese", dai "contratti multimilionari" al "mercato russo e ai posti di lavoro negli Stati Unit" fino agli "interessi dei loro alleati, sia in Europa sia in Medio Oriente".

"In particolare, per esempio, ho in mente gli interessi dello Stato di Israele. Dopotutto, abbiamo anche parlato di garantire la sicurezza nel Golan durante l'operazione in Siria. Apparentemente, questo non interessa a nessuno" dice Putin mentre l'Occidente parla della "rossa" Maria Butina, la "trumpista" accusata di essere una spia russa.

La "linea", appunto. Quella che nei fatti ha permesso a Mosca di iniziare a uscire dall'isolamento in cui si era trovata con la crisi ucraina. Di gestire l'intervento in Siria e, ora, il processo di pace. Di tessere rapporti con l'Oriente. E il diplomatico più importante a Est, Andrei Denisov, dal 2013 ambasciatore in Cina, spiega a Panorama qual è la vera posta in gioco: "Non parlerei di successi in politica estera, ma di dimostrazione di responsabilità e di influenza positiva sulla situazione internazionale. Lo sviluppo positivo della nostra politica internazionale è legato alla presenza di una linea politica, di una linea di comportamento e di criteri per determinare questa linea: ci sono degli obiettivi che cocciutamente cerchiamo di raggiungere. È difficile. Ci sono vittorie e sconfitte. Non puoi distrarti. Talora bisogna lavorare sodo e a lungo con i nostri partner. Però i risultati si ottengono".

Per il rappresentante permanente russo presso l'Ue Vladimir Chizhov, nell'incontro "non c'è stata alcuna sorpresa ed è un bene: vuol dire che il nostro apparato diplomatico funziona a stretto contatto con il governo e l'amministrazione presidenziale".

Interrogato da Panorama sulle relazioni con Bruxelles, Chizhov aggrotta la fronte. Parla di rapporti "congelati", "anormali". Poi dice: "Ma noi non abbassiamo le braccia e continuiamo a lavorare. Penso che serva una massa critica di volontà politica: si accumula, lentamente ma si accumula, e prima o poi l'Ue sarà in condizione di fare il passo risolutivo e modificherà il suo corso verso il recupero dei rapporti".

Lo scorso 16 gennaio, alla Casa dei ricevimenti del ministero degli Esteri, i corrispondenti stranieri hanno ricevuto in dono un puzzle tridimensionale. Il soggetto è la torre gotica del Ministero degli esteri russo, frantumata in pezzi da ricomporre. "Tutto si sistema" è il nome del rompicapo. Quasi a ribadire che anche nel 2018 la diplomazia non è un tweet, ma un gioco di pazienza. 

(Questo articolo è stato pubblcato sul numero di Panorama in edicola il 26 luglio 2018)

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