Esteri

Corea del Nord: la partita perfetta del dittatore Kim Jong-un

Se manterrà gli impegni che sta prendendo, si dimostrerà un lucido stratega. Presto vedremo che cosa vuole in cambio

Kim Jong Un

Umberto Vattani

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Fino all'annuncio dell'accordo di pace con Seul, in Occidente le dichiarazioni e i gesti del leader nordcoreano erano stati bollati come irrazionali e potenzialmente distruttivi, se non addirittura suicidi. Nulla di più sbagliato. Quello che sfuggiva a molti analisti di politica estera era la propensione di Kim Jong-un, propria della mentalità asiatica, a guardare al quadro globale come a una scacchiera di equilibri, secondo un approccio assai diverso da quello occidentale.

La via d'uscita dalla morsa Cina e Corea del Sud

In realtà il suo è un gioco a ritmo lento, iniziato da anni e basato su una valutazione accurata dei punti forti propri e dell'avversario: l'obiettivo principale è indurre l'antagonista a commettere errori e ad accompagnarne la caduta con il minimo sforzo, facendogli perdere credibilità. Una strategia analoga a quella di alcuni sport orientali, come il judo, dove si sfrutta la forza dell'avversario per metterlo al tappeto.

Kim è tutt'altro che folle e impulsivo: stretto tra il colosso cinese e la Corea del Sud, decima economia del mondo, alleata degli Usa, ha cercato una via d'uscita. Nella dinamica della regione, il nodo principale è rappresentato da una Cina incombente e sempre più assertiva nei confronti di Giappone, Filippine e Indonesia, che è giunta a ignorare perfino le sentenze della Corte internazionale di giustizia sulle sue controversie territoriali.

La strategia di tenere a distanza Pechino

Il problema di Kim Jong-un è quello di tenere a distanza non solo Washington, ma anche Pechino, e riaffermare la propria indipendenza. Le sue provocazioni nei confronti della Corea del Sud, del Giappone e degli stessi Stati Uniti hanno finito per mettere in imbarazzo la Cina, costretta a votare in Consiglio di sicurezza le sanzioni contro Pyongyang. Il parziale allineamento di Pechino all'Occidente ha dato più margine d'azione a Kim. Per questo, Pechino ha perso un pretesto per tenere a bada il Giappone "militarista", ora più libero d'incrementare il proprio arsenale. Ma non può nemmeno più usare la carta del controllo sulla Corea del Nord e l'aggressività del suo regime come contropartita per costringere gli Usa a stare alla larga dal Sud-Est asiatico.

Con tale strategia, Kim è riuscito a diventare l'interlocutore diretto di Donald Trump, elevando la sua posizione nei confronti di Seul, rispetto a cui può far valere una reale indipendenza persino da Pechino. E può così rivendicare i valori di patriottismo e autonomia incarnati nel principio della "juche" (l'ideologia ufficiale della Corea del Nord), in contrapposizione alla dipendenza militare di Seul da Washington.

Siamo solo alle prime battute. I risultati del recente vertice sono modesti (riunificazioni di famiglie, incontri sportivi e culturali), ma il presidente Moon Jae-in può vantarsi di aver gettato le basi del prossimo incontro tra Trump e Kim, anche se egli ne rimarrà estraneo. È evidente che il copione dei prossimi sviluppi sarà scritto soprattutto da Kim, che mantiene invariata la formidabile macchina bellica del quarto esercito al mondo, sì da modulare tempi e portata delle misure da adottare. Non c'è alcun dubbio che per rinunciare, come annunciato, alle armi nucleari e missilistiche, pretenderà garanzie diplomatiche tali da assicurare la sopravvivenza del regime.

(Articolo pubblicato sul n° 20 di Panorama in edicola dal 3 maggio 2018 con il titolo "La partita perfetta del dittatore")


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