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Brexit: 3 modi per fare marcia indietro

Laburisti al Governo, l'avvento di un leader conservatore pro-Europa, la nascita di un partito anti-Brexit. Fantapolitica sul futuro della Gran Bretagna

Brexit

Le bandiere del Regno Unito e dell’Unione Europea - 7 novembre 2017 – Credits: iStock - narvikk

Secondo un'analisi di Business Week, il destino della Brexit non è segnato e il risultato del referendum del giugno 2016 potrebbe essere azzerato. Perchè questa possibilità si manifesti, però, sarà necessaria l'uscita di scena di Teresa May.

L'elezione lampo della scorsa estate sommata allo stallo nelle negoziazioni con Bruxelles e agli scandali sessuali all'interno del Governo hanno impattato negativamente sulla posizione del Primo Ministro tanto che gli osservatori si chiedono se riuscirà a sopravvivere politicamente. Ecco, dunque, quali scenari si potrebbero aprire.

1. I laburisti vanno al governo

Una battaglia lunga tre mesi per la leadership divide il partito conservatore. Emerge un candidato pro-Brexit che non riesce, però, a riunificare il partito. Bruxelles preoccupata per la situazione e intensifica contatti informali con il leader dei laburisti Jeremy Corbyn e con il suo team cercando assicurazioni che le concessioni fatte finora nelle negoziazioni saranno rispettate.

In meno di un anno, il paese torna alle urne e il Labour arriva al governo. Gli imprenditori temono un aumento delle tasse e l'implementazione di politiche socialiste, la sterlina perde quota, la Banca d'Inghilterra alza ulteriormente i tassi e l'economia britannica si avvicina alla recessione. L'Unione Europea abbraccia il governo laburista, ma i colloqui sulla Brexit si arenano su questioni minori.

Di fronte all'incertezza, le aziende trasferiscono le attività sul continente e la disoccupazione aumenta. I sindacati che forniscono ai laburisti la maggior parte delle risorse economiche spingono il partito a fare retromarcia sulla Brexit. Gli equilibri nel Parlamento sono chiaramente a favore dei laburisti che annunciano un secondo referendum che questa volta porta un risultato diverso dal primo.

2. I conservatori sostengono un leader pro-Europa

I conservatori litigano fra di loro per il controllo del partito. I colloqui sulla Brexit sono sospesi e l'incertezza spinge molte aziende a trasferire le operazioni Oltremanica. La disoccupazione aumenta e, anche in questo caso, la Banca d'Inghilterra alza i tassi. Preoccupati per l'andamento delle cose, i conservatori si consolidano dietro a una figura che sostiene la necessità di rimanere, come Amber Rudd.

Il nuovo governo chiede all'Unione Europea un periodo più lungo di transizione per dare più tempo alle negoziazioni e in cambio offre di pagare una cifra più alta per l'uscita dell'Unione. Bruxelles concorda, ma l'economia britannica continua a rallentare. Di fronte alla minaccia della recessione, i conservatori anti-Brexit uniscono le forze con i liberali democratici e i laburisti e indicono un secondo referendum.

3. Nasce un nuovo partito anti-Brexit

I conservatori si uniscono dietro un forte sostenitore della Brexit come Boris Johnson. I colloqui con Bruxelles rallentano e la scadenza di marzo 2019 arriva senza che nessun accordo sia stato sottoscritto. Le tariffe commerciali del Wto deprimono gli scambi e aumentano l'inflazione.

Il partito conservatore si divide fra due possibilità: costruire un futuro fuori dall'Unione Europea o fare domanda per rientrare nell'Unione, anche se questo significa sottostare a condizioni meno favorevoli.

Una nuova generazione di conservatori eurofili si unisce ai liberali democratici e insieme danno vita a un nuovo partito anti-Brexit che vince le elezioni e apre trattative con Bruxelles per unirsi nuovamente all'Europa, senza passare da un nuovo referendum.

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