Esteri

Brexit, cosa potrebbe accadere ora

Dopo la bocciatura dell'accordo con la Ue ecco cosa succederà e come cambierà per sempre il Regno Unito

londra brexit

Se potesse, probabilmente, oggi il premier britannico Theresa May scorticherebbe vivo il suo predecessore, David Cameron: l’uomo che dette il via libera al referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 perché sicuro di vincerlo, restando nell’Unione europea, e di passare alla storia da statista.

Bocciata la sera del 15 gennaio dalla Camera dei comuni con 432 «no» contro 202 «sì», May resta in sella a una maggioranza forte sulla carta, come ha mostrato il successivo voto di fiducia, ma è politicamente finita. Nel frattempo, il Regno Unito che la povera Theresa si trova a governare è nella situazione forse più pericolosa dai tempi della dichiarazione di guerra alla Germania di Adolf Hitler. Solo che allora, a Downing street, c’era Winston Churchill… Due anni e mezzo dopo il referendum del 2016, che con il 51,9 per cento dei «sì» ha imposto al Regno Unito la strada dell’uscita dall’Unione europea, il «no» parlamentare all’intesa firmata in novembre tra May e Bruxelles spinge il percorso della Brexit in terra incognita.

Se da mesi le cronache si accavallano in uno zig-zag impazzito, ora la situazione è più ingarbugliata della mappa della metropolitana di Londra. Se non ci capite più nulla, ecco un riassunto di quel che fin qui è stata la Brexit, e di come potrebbe andare a finire.

Il punto di partenza: l’accordo bocciato

Il contratto di divorzio siglato nel novembre 2018 tra May e Bruxelles, ma bocciato dal Parlamento inglese perché «troppo duro», prevedeva questi impegni:

1) il Regno Unito doveva consegnare all’Ue 39 miliardi di sterline (quasi 44 miliardi di euro) tra contributi dovuti e non ancora versati, e altri pagamenti.

2)Veniva garantita la salvaguardia reciproca dei diritti ai 3,6 milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna e al milione di inglesi residenti in Europa. Non sarebbero stati necessari visti d’ingresso, mentre permessi di studio e di lavoro sarebbero stati confermati.

3) Per evitare il ritorno di un confine fisico tra Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e Irlanda (Stato membro dell’Ue), all’Irlanda del Nord sarebbe stato concesso di continuare a essere considerata parte del mercato unico.

4) Si stabiliva un periodo di transizione, che sarebbe terminato venerdì 29 marzo: quindi Londra sarebbe uscita definitivamente dall’Unione lunedì 1° aprile 2019. Tranne l’ultimo punto, oggi tutto questo è stato cancellato dal «no» parlamentare.

Intanto, dal giugno 2016, la sterlina ha ceduto il 15 per cento nel cambio sul dollaro, il Pil britannico si è ridotto del 3-4 per cento, e la Borsa di Londra ha visto volare via mille miliardi di euro di capitalizzazione, soprattutto verso Francoforte, e la Confindustria britannica stima che le sue imprese abbiano perso un sesto del valore. È per tutto questo che, angosciati per l’economia e l’occupazione, alla fine gli inglesi potrebbero cercare comunque d’intavolare un nuovo negoziato.

Un patto diverso con Bruxelles

Ma il Parlamento di Londra si illude di grosso se spera che Bruxelles possa mollare qualcosa in più. Dieci minuti dopo il «no» della Camera dei comuni, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha detto che «l’accordo non si cambia». L’Ue, in effetti, può permettersi tanta durezza perché la Brexit è un guaio soprattutto per gli inglesi. Nella finanza, per esempio, Londra ha tutto da perdere. Nella City ogni giorno si scambiano 850 miliardi di euro di titoli derivati, e la London clearing house, tra le prime camere di compensazione al mondo, incassa immense commissioni. Ma con la Brexit non c’è motivo perché la gallina dalle uova d’oro debba restare a Londra, e difatti la Borsa di Francoforte è già pronta a sostituirla.

Anche questo tipo di vantaggi per gli Stati forti dell’Unione rendono improbabile che Bruxelles accetti un supplemento di trattativa sulla Brexit. Se ciò dovesse mai avvenire, però, il governo e il Parlamento inglesi potrebbero quanto meno cercare di allungarne i tempi. Magari per indire un nuovo referendum.

Una seconda consultazione

Un’altra possibile soluzione è proprio quella di tornare al voto, sperando che il referendum dia il risultato opposto: abbiamo scherzato, restiamo. L’ipotesi sembrava assurda fino a ieri, ma da dicembre è resa possibile da una sentenza della Corte di giustizia europea: il Regno Unito, hanno stabilito in Lussemburgo, ha «il diritto di tornare indietro» sulla Brexit senza negoziare nulla con Bruxelles. L’ipotesi oggi prende concretezza, anche se la sera del 15 gennaio la stessa May s’è detta contraria: «Un nuovo referendum tornerebbe a dividere il Paese in un momento in cui dovremmo lavorare per unirlo».

In effetti la decisione è ardua perché dal voto del 23 giugno 2016 sono trascorsi solo due anni e mezzo, però è vero che nel frattempo l’accidentato percorso della Brexit ha avuto sviluppi che potrebbero giustificare una nuova consultazione. Nel 2016, del resto, nessuno nel Regno Unito aveva previsto che la trattativa con l’Ue avrebbe avuto conseguenze tanto pesanti; nessuno s’immaginava che Londra avrebbe dovuto versare 39 miliardi di sterline; nessuno, neanche i peggiori oppositori, prevedeva che gli effetti della Brexit sull’economia britannica sarebbero stati così negativi. Ed è vero che anche il leader laburista Jeremy Corbyn è contrario a un referendum bis, ma la base del suo partito è sempre più favorevole: un sondaggio di YouGov dice che l’86 per cento degli iscritti al Labour appoggia un nuovo voto. E il 54 per cento dei cittadini è su quella linea.

Il «no deal»: un addio senza rete

Resta la terza possibilità: non accade nulla. È l’ipotesi peggiore per tutti, ma anche la più probabile. Da qui al 29 marzo c’è troppo poco tempo sia per nuovi negoziati con Bruxelles sia per un referendum.

Se però il 1° aprile la pallina della roulette dovesse finire nella casella più nera, la Gran Bretagna uscirà dall’Unione senza rete: nessun accordo doganale né commerciale, nessuna garanzia per i cittadini inglesi in Europa, né per quelli europei nel Regno Unito. Così ci sarà bisogno di visti e di permessi di lavoro, e le università britanniche costeranno di più per gli stranieri. In caso di «no deal», la Banca d’Inghilterra prevede che il Pil sprofonderà dell’8 per cento in 12 mesi. In un anno il prezzo delle case crollerà di un terzo e la sterlina di un quarto, e l’inflazione salirà del 6,5 per cento. Mentre la disoccupazione passerà dal 4,1 per cento di oggi al 7,5.

Le imprese straniere hanno già annunciato sospensioni del lavoro e chiusure dal 1° aprile: Honda fermerà lo stabilimento di Swindon, nel sud del Paese (3.400 addetti), e Bmw farà lo stesso con la sua fabbrica di Mini, vicino a Oxford (mille addetti). Per non parlare delle conseguenze politiche: Londra avrà grossi problemi con Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dove nel 2016 il voto pro Brexit era stato minoritario. A quel punto, tutti forse rimpiangeranno l’accordo bocciato il 15 gennaio.

O cercheranno Cameron, per scorticarlo vivo. 

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata
tag:

Commenti