Simona Santoni

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Dalla fine dell'estate tensione e violenze sono tornate alte in Myanmar (o Birmania) tra i musulmani Rohingya e le forze di sicurezza birmana. Tanto che Papa Francesco, nel suo storico viaggio in Myanmar e Bangladesh, pur non citando direttamente i perseguitati Rohingya, non riconosciuti nel Paese e considerati "benagalesi" irregolari, nell'incontro con Aung San Suu Kyi ha parlato di pace e rispetto delle etnie. 

Alla consigliera di Stato (ma di fatto presidente), premio Nobel per la Pace, ha detto: "Il futuro del Myanmar dev'essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo - nessuno escluso - di offrire il suo legittimo contributo al bene comune". 

Già il 27 agosto il pontefice, dal Vaticano, aveva dedicato la sua preghiera proprio ai Rohingya.
Ecco chi sono i Rohingya e la loro storia di privazioni e sofferenza.

Cosa è successo tra i Rohingya e i soldati birmani

Indesiderati a tutti, apolidi, i Rohingya sono una minoranza musulmana birmana oppressa e privata dei diritti di cittadinanza. Alcuni suoi componenti oggi sono in via di forte radicalizzazione, grazie ai sostegni provenienti dai potentati salafiti dell'area del Golfo Persico. 
Venerdì 25 agosto, nello stato di Rakhine dove sono insediati, nell'ovest del Myanmar, i ribelli islamisti Rohingya hanno attaccato i soldati birmani: un centinaio i morti, per lo più tra i Rohingya.

L'indomani migliaia di civili Rohingya, terrorizzati sia dai soldati birmani che dai miliziani islamici, si sono riversati sui 34 km della frontiera bengalese, tentando di fuggire verso il Bangladesh, sotto il fuoco dell'esercito birmano. Circa 3.000 di loro sono riusciti a entrare e a trovare ospitalità in villaggi e campi profughi, ma altre migliaia sono stati bloccati dalla polizia di frontiera bengalese.  

Dal 25 agosto ad oggi è di 624.000 il numero di rifugiati Rohingya fuggiti dal Myanmar in Bangladesh, secondo dati delle Nazioni Unite. La scorsa settimana è entrata in Bangladesh una media di 430 rifugiati Rohingya al giorno.

Rohingya, il tallone di Achille di Aung San Suu Kyi

I Rohingya, musulmani in un Paese - la Birmania - a prevalenza buddista, sono una delle minoranze più perseguitate al mondo. La loro discriminazione, additata dall'Onu come dal Dalai Lama, rappresenta l'ombra più scura della lucente premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Paladina della democrazia a lungo perseguitata dalla dittatura militare del suo Paese, Aung San Suu Kyi è divenuta la leader de facto del governo birmano dal marzo 2016, assumendo le cariche di Ministro degli Affari esteri e Ministro dell'Ufficio del presidente.
La sua posizione sui soprusi subiti dai Rohingya, però, è stata sempre ambigua
La Signora, come viene chiamata, già in passato aveva difeso l'opera del suo governo nello Stato di Rakhine e respinto la decisione dell'Onu di indagare sulle accuse di violenze da parte delle forze dell'ordine. 

Anche con l'esplosione delle violenze di fine agosto Aung San Suu Kyi è sembrata allinearsi con un esercito dai metodi controversi, accusato dalle Ong a difesa dei diritti umani di incendiare e commettere atrocità nei villaggi musulmani. Suu Kyi invece ha prima puntato il dito contro i Rohingya, accusandoli di aver fatto ricorso a bambini-soldato: "I terroristi hanno combattuto le forze di sicurezza utilizzando i bambini sulla linea del fronte", ha detto l'ufficio della Consigliere di Stato.

Il 19 settembre, però, è arrivato un piccolo primo passo distensivo. Per la prima volta, pur minimazzando le sofferenze dei Rohingya e mai chiamandoli così (si è limitata a dire "musulmani), pur affermando che la situazione non è "così tragica", la premio Nobel ha manifestato "preoccupazione" nei confronti "di chi soffre" e si è detta pronta a una "verifica internazionale". 

Chi sono i Rohingya

I Rohingya sono una minoranza etnica di origine islamica. Sono circa un milione e vivono in una sorta di apartheid nel poverissimo stato birmano di Rakhine, al confine col Bangladesh. 

Proprio questa povertà ha acceso le tensioni fra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana, che costituisce un terzo degli abitanti dello Stato costiero. La bomba a orologeria è scoppiata nel luglio del 2012, quando violenti scontri hanno portato alla morte di circa 200 persone e il trasferimento di 140mila Rohingya – e circa 10,000 Rakhine - in campi per sfollati.

Negli ultimi anni decine di migliaia di Rohingya sono emigrati in Bangladesh, attraversando in fiume Naf, accusando la Birmania di perseguitarli, di non riconoscerli come cittadini e anche di compiere una strisciante pulizia etnica.

I Rohingya sono stati privati di documenti che ne riconoscano la cittadinanza, non hanno quindi libertà di movimento, né dentro né fuori dal Myanmar. La loro origine è incerta: c'è chi li ritiene originari dello stato di Rakhine, chi immigrati provenienti dal Bangladesh.

La condanna dei Rohingya è proprio quella di essere rifiutati da tutti: se in Myanmar sono trattati al pari di immigrati clandestini, sono sgraditi anche al Bangladesh musulmano da cui vengono "accusati" di provenire. 

Negli ultimi anni tra i Rohingya ha cominciato a prendere piede l'estremismo islamico. È nato così l'Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya (Arsa), che si presenta come milizia di autodifesa e riscossa dell'identità etnica Rohingya e musulmana. L'Arsa è accusata di terrorizzare gli stessi Rohingya ed è responsabile di attacchi sanguinosi, come quello del 25 agosto contro diverse stazioni di polizia. 


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