Esteri

Aung San Suu Kyi a Roma, tutti i dubbi

La Signora ha incontrato Papa Francesco e Gentiloni. Leader birmana, simbolo dei diritti umani, su di lei l'ombra delle violenze alla minoranza musulmana rohingya

Papa Francesco e Aung San Suu Kyi

Redazione

-

Aung San Suu Kyi, la Signora, l'orchidea d'acciaio del movimento per la democrazia in Myanmar, è a Roma. La leader non violenta birmana ha avuto uno storico incontro con Papa Francesco. Da una parte lei, figura simbolo della lotta per la libertà, dall'altro il pontefice paladino dei diritti umani, uniti in un sorriso e in una stretta di mano. 

Premio Nobel per la pace dal volto gentile e deciso, Aung San Suu Kyi è avvolta in un sari giallo con fascia blu di una luminosità rassicurante. Ma attorno alla sua figura leggendaria, non sono pochi i dubbi e le ombre.

 

Perché Aung San Suu Kyi è a Roma
Aung San Suu Kyi, attuale ministro degli Esteri e leader de facto del Myanmar (Birmania), è in Italia per intervenire alla Conferenza internazionale dei parlamentari "Le sfide di un mondo in movimento: migrazioni e uguaglianza di genere, agency delle donne e sviluppo sostenibile", organizzata a Montecitorio nell'ambito del G7.

È stata l'occasione per l'incontro con papa Bergoglio, durante il quale sono state allacciate relazioni diplomatiche a livello di nunziatura Apostolica da parte della Santa Sede e di Ambasciata da parte della Repubblica dell'Unione del Myanmar. Non saranno probabilmente mancati anche riferimenti alla delicata situazione in Rakhine, che sta molto a cuore al pontefice. 


Dopo l'udienza con il Papa, l'incontro con il primo ministro Paolo Gentiloni e l'intervento di Aung San Suu Kyi sulle migrazioni: "La madre patria è come il Paese dei genitori, il paese ospitante è come quello dello sposo o della sposa", ha detto la Signora, com'è chiamata in patria dai suoi sostenitori. "Dobbiamo guardare ai nostri migranti come parte del nostro Paese. Vorrei ringraziare i Paesi che hanno accolto i migranti del Myanmar. Se ci sono problemi li vorremmo risolvere. Noi aspettiamo il momento in cui possano tornare nella loro patria".

Le ombre su Aung San Suu Kyi
Ieri invece, il 3 maggio, la politica birmana era a Bruxelles. E proprio qui, in una conferenza stampa con l'alto rappresentante Federica Mogherini, ha difeso l'opera del suo governo nello Stato di Rakhine, dove nei mesi scorsi si è svolta un'operazione militare contro i Rohingya, privati della cittadinanza e sistematicamente discriminati.

"Nel Rakhine ci sono due comunità che non si fidano l'una dell'altra da decenni", ha detto Aung San Suu Kyi. "Chiediamo solo tempo, è un problema che risale al 1800 e non lo risolveremo in una notte. Abbiamo fatto tutto ciò che è in nostro potere". 

Aung San Suu Kyi ha respinto la decisione dell'Onu di indagare sulle accuse di violenze e soprusi da parte delle forze dell'ordine contro la minoranza musulmana rohingya. 

"Ci siamo dissociati dalla risoluzione perché non pensiamo che sia conforme a ciò che sta realmente accadendo", sostiene il premio Nobel, secondo cui il suo Paese sarebbe "felice di accettare" le raccomandazioni se fossero "in linea con i bisogni reali della regione... Ma non accetteremo raccomandazioni che divideranno ulteriormente le due comunità nel Rakhine". 

Cosa è successo nello Stato di Rakhine
Aung San Suu Kyi, promotrice in Birmania della Lega nazionale per la democrazia, è famosa per aver sopportato anni di arresti domiciliari, amata dal popolo ma vessata dalla dittatura militare che ha cercato in tutti i modi di ridurla allo stremo e limitarle gli strumenti di lotta.

Oggi è di fatto plenipotenziaria nell'esecutivo del suo fedelissimo Htin Kyaw, eletto nel 2016 presidente. Ma se un tempo era un vessillo dei diritti umani, ora è guardata con tanti dubbi dalla comunità internazionle. Per i reporter che visitano le zone del Rakhine e le maggiori organizzazioni internazionali nell'ovest della Birmania è in atto una "pulizia etnica" contro i musulmani Rohingya


Dallo scorso ottobre, quando un gruppo di militanti Rohingya attaccò alcune postazioni della polizia di frontiera causando nove morti, nell'area è in corso un'operazione anti-terrorismo dell'esercito che ha causato almeno cento morti e costretto oltre 70mila persone a fuggire in Bangladesh. L'Onu ha documentato casi di stupro, uccisioni di civili e interi villaggi bruciati da parte dei militari. 

Il premio Nobel, però, anche in una recente intervista alla Bbc, ha negato che l'esercito abbia mano libera nell'offensiva. E si è mostrata spazientita sulla vicenda. 

Suu Kyi, per quanto sostenuta da un'ampia maggioranza in Parlamento, deve fare i conti con un esercito che rappresenta una specie di stato nello stato: i militari controllano i tre ministeri chiave della sicurezza e i gangli del sistema economico. La stragrande maggioranza dei birmani guarda ai Rohingya come a una minaccia all'identità nazionale, temendo un sorpasso demografico dei musulmani a lungo termine. E la Signora questo lo sa.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Myanmar: la foto di Mohammed, bimbo Rohingya, fa il giro del mondo

16 mesi, morto a testa in giù nel letto di fango del fiume Naf. Vittima di una pulizia etnica che si consuma nel silenzio globale

Myanmar: viaggio tra i monasteri e le scuole Buddiste

Il suggestivo viaggio per immagini del fotografo Paolo Balboni nella Birmania dei templi buddisti

Myanmar: le 4 sfide di Aung San Suu Kyi

I militari, le modifiche alla Costituzione, la tutela della minoranza musulmana, lo sfruttamento delle risorse. La vera partita di "Madre Su" inizia ora

Commenti