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Squid Game USA, il progetto di David Fincher sarebbe stato accantonato. Ecco cosa sappiamo

Squid Game USA, il progetto di David Fincher sarebbe stato accantonato. Ecco cosa sappiamo

Secondo The Playlist, la serie americana ambientata nell’universo di Squid Game e sviluppata da David Fincher non sarebbe più nei piani di Netflix. La piattaforma non ha commentato e, soprattutto, non aveva mai annunciato ufficialmente il progetto. Se l’indiscrezione fosse confermata, però, il suo significato andrebbe ben oltre la mancata realizzazione di uno spin-off.

Per il momento Netflix non ha cancellato ufficialmente Squid Game USA, perché, a voler essere rigorosi, non lo aveva mai nemmeno annunciato. Non aveva confermato David Fincher alla guida del progetto, non aveva comunicato un titolo, un cast o una data di produzione e non aveva mai trasformato in un annuncio pubblico quella che, negli ultimi due anni, era diventata una delle indiscrezioni più persistenti intorno al futuro del suo franchise coreano più importante. È quindi con la necessaria cautela che deve essere letta la notizia arrivata nelle ultime ore dagli Stati Uniti: secondo The Playlist, che cita fonti vicine al regista, la serie in lingua inglese sviluppata da Fincher non sarebbe più in lavorazione e Netflix avrebbe modificato le proprie priorità per l’universo creato da Hwang Dong-hyuk. Contattata dalla testata americana, la piattaforma non ha risposto alla richiesta di commento.

L’indiscrezione resta tale, ma è importante proprio perché riguarda molto più del destino di una produzione mai ufficializzata. Per anni l’eventuale versione americana di Squid Game è sembrata quasi la conseguenza naturale di uno dei maggiori successi internazionali nella storia della televisione: un fenomeno nato in Corea del Sud, diventato globale senza essere tradotto culturalmente per il pubblico occidentale e destinato, secondo la logica con cui Hollywood ha lavorato per decenni sui grandi successi stranieri, a ricevere prima o poi una propria reinterpretazione statunitense. Se davvero quella reinterpretazione non dovesse arrivare, il punto più interessante non sarebbe semplicemente che David Fincher non farà una serie Netflix. Sarebbe chiedersi quanto, nel frattempo, sia diventata meno necessaria l’idea stessa di americanizzare Squid Game.

Cosa sappiamo davvero sul progetto di David Fincher

Il nome con cui il progetto sarebbe circolato internamente era Heckler e, secondo la ricostruzione pubblicata da The Playlist, avrebbe dovuto essere una serie in lingua inglese ambientata nell’universo di Squid Game, inizialmente concepita come versione americana anche se le riprese sarebbero potute avvenire nel Regno Unito. Alla sceneggiatura era stato associato Dennis Kelly, creatore della serie britannica Utopia, mentre Fincher avrebbe seguito lo sviluppo dopo anni di collaborazione con Netflix, da House of Cards a Mindhunter, fino a Mank e The Killer.

Già nel 2024 diverse testate americane avevano riferito che Fincher stesse lavorando a un progetto in lingua inglese collegato a Squid Game e che questo potesse diventare uno dei suoi successivi impegni principali. La differenza, tuttavia, è essenziale: quelle informazioni provenivano da fonti industriali, non da un annuncio di Netflix. Ancora nel 2025, quando l’ultima stagione della serie coreana aveva riacceso le speculazioni sulla possibile espansione negli Stati Uniti, non esisteva una conferma ufficiale della piattaforma sull’esistenza di Squid Game USA.

Ora The Playlist sostiene che il progetto abbia progressivamente perso slancio, anche a causa dei cambiamenti avvenuti all’interno della società e degli altri impegni di Fincher, nel frattempo concentrato su The Adventures of Cliff Booth, il film scritto da Quentin Tarantino e interpretato da Brad Pitt. Le fonti della testata ritengono inoltre che siano cambiate le priorità di Netflix per il franchise, ma anche su questo punto è necessario evitare un salto logico: non esiste, al momento, alcun annuncio della piattaforma che definisca una nuova strategia ufficiale per Squid Game.

Cate Blanchett e quel finale che sembrava annunciare l’America

A rendere ancora più credibile l’ipotesi di uno Squid Game americano era stato soprattutto il finale della terza stagione, quando Front Man, interpretato da Lee Byung-hun, si trova a Los Angeles e vede una donna giocare a ddakji con un uomo per strada, esattamente come faceva il reclutatore interpretato da Gong Yoo in Corea. La donna è Cate Blanchett e, nel giro di poche ore, quella breve apparizione era stata interpretata da una parte del pubblico come un teaser quasi esplicito della serie di Fincher.

Il collegamento, però, non era mai stato confermato e anzi Hwang Dong-hyuk aveva chiarito che quella scena non era stata concepita per introdurre uno spin-off americano. Il senso dell’epilogo, nelle intenzioni dell’autore, era molto più ampio: i Giochi coreani potevano terminare, ma il sistema che li aveva prodotti continuava a esistere altrove, perché la disuguaglianza, il denaro e i meccanismi di sfruttamento raccontati dalla serie non appartenevano esclusivamente alla Corea del Sud.

Anche Blanchett aveva ridimensionato le interpretazioni. Interrogata sulla possibilità di partecipare a una futura produzione ambientata nello stesso universo, si era detta «wildly open» all’idea e aveva espresso il desiderio di lavorare nuovamente con Fincher, ma aveva contemporaneamente spiegato di non sapere nulla del progetto. Secondo le nuove informazioni di The Playlist, inoltre, Heckler non sarebbe stato sviluppato attorno al suo personaggio e non ci sarebbero indicazioni di un suo effettivo coinvolgimento.

Perché Squid Game non aveva bisogno di diventare americano

È qui che una notizia industriale ancora priva di conferma ufficiale comincia comunque a raccontare qualcosa di molto più grande. Quando Squid Game arrivò su Netflix nel settembre del 2021 non era un prodotto costruito per somigliare alla televisione americana: parlava coreano, utilizzava giochi dell’infanzia coreana, metteva in scena rapporti sociali e gerarchie riconoscibili nel contesto sudcoreano e trasformava in thriller una serie di questioni che attraversavano il Paese, dall’indebitamento alla precarietà fino alle differenze di classe.

Eppure fu proprio questa storia fortemente radicata nel proprio contesto a diventare universale.

Netflix ha successivamente comunicato che il 95 per cento del pubblico della prima stagione proveniva da fuori dalla Corea del Sud e che la serie aveva raggiunto il primo posto in 94 Paesi. Non si trattava quindi semplicemente di un drama coreano che aveva trovato un pubblico internazionale particolarmente numeroso: era un contenuto coreano diventato mainstream globale senza passare attraverso una mediazione linguistica o culturale americana.

Gli anni successivi hanno consolidato un risultato che nel 2021 poteva ancora sembrare eccezionale. La prima stagione rimane il titolo televisivo più popolare nella storia di Netflix secondo le metriche della piattaforma, con 265,2 milioni di visualizzazioni nel periodo preso in considerazione per la classifica, mentre la seconda ne ha raggiunte 192,6 milioni e ha stabilito il record di visualizzazioni per una serie nella propria settimana di debutto.

La terza stagione ha fatto qualcosa di ancora diverso: nei primi tre giorni ha totalizzato 60,1 milioni di visualizzazioni ed è arrivata contemporaneamente al numero uno in tutti i 93 Paesi nei quali Netflix pubblicava allora le proprie Top 10, prima serie nella storia della piattaforma a ottenere quel risultato nella settimana del debutto.

Sono numeri che aiutano a comprendere perché il possibile tramonto di una versione americana possa essere letto in maniera diversa rispetto alla semplice cancellazione di un remake.

Quando Hollywood trasformava i successi asiatici in prodotti americani

Per molto tempo il successo occidentale di un’opera asiatica sembrava articolarsi in due momenti distinti: prima la scoperta dell’originale, poi la consacrazione attraverso Hollywood. Dal cinema horror giapponese a quello sudcoreano, l’industria americana ha acquistato, adattato e rilocalizzato per il proprio pubblico numerose storie nate dall’altra parte del Pacifico, partendo dal presupposto industriale che una versione in inglese potesse raggiungere spettatori che difficilmente avrebbero guardato l’opera originale.

Lo streaming ha progressivamente incrinato quel meccanismo e Squid Game ne è probabilmente l’esempio più estremo. Lo aveva riconosciuto lo stesso co-CEO di Netflix Ted Sarandos nel 2023, utilizzando proprio la serie di Hwang per spiegare cosa fosse cambiato: una storia «quintessentially Korean», profondamente legata al cinema coreano, era riuscita a diventare la serie televisiva più vista della piattaforma anche negli Stati Uniti, dove tradizionalmente film e serie in lingua straniera avevano faticato a raggiungere pubblici di quelle dimensioni.

Il passaggio che per decenni era sembrato indispensabile, cioè trasformare un prodotto straniero in un prodotto americano per farlo diventare davvero globale, era già avvenuto al contrario: era stato il pubblico americano ad adattarsi a Squid Game.

Dalla Korean Wave a un’industria capace di imporre i propri IP

Naturalmente una serie americana ambientata nell’universo di Squid Game avrebbe potuto avere un senso completamente diverso da un semplice remake e, con Fincher, avrebbe probabilmente sviluppato un proprio linguaggio e una propria lettura delle disuguaglianze degli Stati Uniti. Non sappiamo neppure quanto il progetto avesse superato la fase di sviluppo e sarebbe quindi eccessivo trasformare il suo possibile stop in una battaglia simbolica tra Corea e Hollywood.

Ciò che è cambiato, però, è il rapporto di forza.

Nel 2023 Netflix annunciò un investimento da 2,5 miliardi di dollari in contenuti coreani nei quattro anni successivi, circa il doppio di quanto la società aveva dichiarato di aver investito complessivamente nel Paese dal proprio ingresso nel mercato nel 2016. Nello spiegare la decisione, Sarandos aveva osservato come le storie coreane fossero ormai entrate «nel cuore dello zeitgeist culturale globale».

Già l’anno precedente oltre il 60 per cento degli abbonati Netflix aveva guardato almeno un titolo coreano, mentre drama, film e programmi unscripted provenienti dal Paese comparivano regolarmente nelle classifiche di oltre 90 mercati.

Squid Game ha accelerato questa trasformazione perché non si è limitato a esportare una serie. Ha esportato un’estetica immediatamente riconoscibile, un linguaggio visivo, giochi, simboli, costumi, esperienze dal vivo e infine un’intera proprietà intellettuale. Netflix ha già allargato il franchise attraverso Squid Game: The Challenge, il videogioco Squid Game: Unleashed e Squid Game: The Experience, che dopo New York si è estesa a città come Londra, Madrid, Sydney e Seoul.

Per questo la questione non è più semplicemente se Hollywood possa realizzare una buona versione di un successo coreano. È diventata piuttosto chi possieda oggi la capacità di generare linguaggi che il resto dell’industria globale vuole replicare.

Il cambio di prospettiva sarebbe la vera notizia

Secondo The Playlist, Netflix potrebbe essere oggi più interessata a esplorare eventuali declinazioni di Squid Game pensate per diversi mercati piuttosto che concentrare l’espansione del franchise su una grande versione americana in lingua inglese. La stessa testata invita però alla prudenza: gli esempi di possibili versioni francesi o norvegesi citati nell’articolo sono soltanto ipotetici e nessun nuovo spin-off nazionale risulta attualmente in produzione.

Se questo orientamento venisse un giorno confermato da Netflix, sarebbe probabilmente la parte più interessante dell’intera vicenda, perché rappresenterebbe un capovolgimento del percorso tradizionale della cultura pop globale: non più un prodotto coreano trasformato in americano per conquistare definitivamente il mondo, ma una proprietà intellettuale coreana abbastanza forte da diventare matrice di possibili interpretazioni locali.

È esattamente ciò che l’industria occidentale ha fatto per decenni con i propri format.

Ed è anche una delle forme più mature che può assumere la Korean Wave: non soltanto esportare musica, serie, attori o estetiche, ma arrivare al punto in cui sono le idee prodotte dall’industria coreana a diventare infrastruttura per l’intrattenimento globale.

Per ora, però, Squid Game USA resta una storia senza conferme

È importante fermarsi qui, almeno finché Netflix non deciderà eventualmente di parlare. Abbiamo una fonte americana che sostiene, sulla base di persone vicine a Fincher, che Heckler non andrà avanti; abbiamo anni di indiscrezioni coerenti sull’esistenza del progetto; sappiamo che Netflix non ha risposto alla richiesta di commento di The Playlist. Non abbiamo, invece, un annuncio ufficiale di cancellazione, così come non avevamo mai avuto un annuncio ufficiale di produzione.

Non sappiamo quindi se l’idea possa tornare in futuro con un altro autore, se l’universo di Squid Game verrà sviluppato in forme differenti o se la piattaforma preferirà semplicemente lasciare che il franchise continui attraverso reality, esperienze, videogiochi e altri prodotti.

Ma c’è qualcosa che non dipende dal destino di Heckler. Nel 2021 sembrava quasi inevitabile che il più grande successo televisivo coreano della storia finisse prima o poi per avere la propria versione americana. Cinque anni dopo, possiamo almeno porre una domanda che allora sarebbe sembrata molto meno naturale: serve ancora?

Squid Game ha già conquistato gli Stati Uniti in coreano, ha già raggiunto centinaia di milioni di spettatori, ha già trasformato elementi della cultura sudcoreana in icone riconoscibili dall’America all’Europa e ha già dimostrato che un prodotto può essere profondamente locale senza smettere per questo di essere globale.

Se davvero David Fincher non realizzerà mai il suo Squid Game, non sarà automaticamente una vittoria della Corea né la prova di una nuova strategia di Netflix. Sarebbe però un simbolo difficilissimo da ignorare: Hollywood per anni ha immaginato di poter rifare uno dei maggiori fenomeni della cultura pop coreana. Nel frattempo, è stato il fenomeno coreano a cambiare le regole del gioco.

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