Erdogan e la sindrome Assad
Gurcan Ozturk /AFP /Getty Images
Erdogan e la sindrome Assad
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Erdogan e la sindrome Assad

Come il premier siriano, il capo del governo turco risponde con il pugno di ferro alle proteste e chiama in causa gli agenti stranieri. Ma la Turchia è un membro della Nato e ha un piede in Europa: che cosa accadrà?

 La Turchia non è il Marocco, non è l’Egitto, non è la Tunisia, non è la Libia. In Turchia le stagioni non sono le stesse che in Africa del Nord, in Medio Oriente e nel mondo arabo. Quindi ha ragione Erdogan nel dire che quanto sta avvenendo nelle piazze e strade di Ankara, Istanbul e Smirne non si può chiamare “primavera turca”. Non lo è, infatti, è peggio. Molto peggio. Perché la Turchia si candida da parecchi anni all’ingresso formale nell’Unione Europea e l’Italia appoggia con convinzione la sua richiesta sostenendo che è già Europa e merita di esserlo a tutti gli effetti. È peggio di una “primavera turca” quanto sta avvenendo in quel grande paese così strategico per gli equilibri del Mediterraneo e del Vicino Oriente, perché sarebbe come se il centro di Roma, e piazza Duomo a Milano, e Napoli e Torino, fossero percorsi e presidiati da cortei di manifestanti e la polizia reagisse col pugno di ferro dei regimi seminando morti e feriti. Come se ci fossero già due vittime e decine e decine di rivoltosi in ospedale, centinaia e centinaia se non migliaia di arrestati che vanno a unirsi ai giornalisti del dissenso da tempo in galera. È come se la Borsa di Milano andasse giù del 10 per cento, l’Euro accusasse il colpo e i sudtirolesi, al pari dei curdi, si sentissero minacciati e imbracciassero di nuovo le armi contro Roma.

Tayyp Erdogan ostenta sicurezza, conferma la visita in Marocco lasciando il paese in balìa di eventi che non sarebbero così gravi da richiedere la sua presenza. E anche questa è una prova d’arroganza. Erdogan si fa forte delle sue tre vittorie elettorali. Ma il successo rischia di fargli perdere la misura delle cose, di trasmettergli un insidioso senso d’onnipotenza, instillargli il desiderio di restare a ogni costo al potere, oltre il terzo mandato. Fortuna che il presidente turco, Abdullah Gul, usa un altro linguaggio e riconosce che la democrazia non è soltanto elezioni. “Il messaggio è arrivato”, dice Gul. E mentre invita tutti alla moderazione, lui per primo tiene in piedi il dialogo con la piazza. Manda un segnale di “avvenuta ricezione”.

Erdogan, invece, paradossalmente sembra affetto dalla sindrome di Assad, il suo vicino e nemico siriano incalzato da una “primavera araba” ben più ambigua e al suo interno inquinata dall’estremismo islamico di quanto non sia questa “primavera turca”. Erdogan accusa opposizione e manifestanti di essere ispirati da agenti stranieri (proprio come Assad), e non solo nega la primavera ma avverte che le proteste possono far piombare la Turchia in un lungo inverno. Rimane abbarbicato alla sua rendita di posizione. È vero che in Turchia vige un sistema pluralista e democratico. Ma è anche vero che a opporsi a Erdogan non è la Turchia del burqa e dei delitti d’onore, ma la Turchia laica fondata da Kemal Ataturk, la Turchia moderna che ha bandito l’estremismo islamico, il primato della sharia, e separa nettamente Stato e religione. I ragazzi di piazza Taksim a Istanbul e Kizilay a Ankara brandiscono la birra come una bandiera di libertà. L’offensiva di Erdogan contro l’alcol ha il colore d’intolleranza delle sue invettive contro i social network o le gambe nude delle donne.

La Turchia è uno dei pilastri della Nato. Ma la teoria del “niente problemi con i vicini”, concepita e propagandata dal regime, ha fallito miseramente. Erdogan voleva essere un grande leader regionale, l’appoggio ai ribelli in Siria avrebbe dovuto già da mesi portare nelle sue aspettative alla caduta del regime di Assad (e così non è stato), notori sono i trascorsi attriti con Israele che invece aveva ottimi rapporti con la Turchia laica pre-Erdogan. Addirittura dagli Stati Uniti, tradizionali alleati di Ankara, il segretario di Stato John Kerry si dice ora “preoccupato” dall’uso eccessivo della forza da parte della polizia. Erdogan guarda troppo a Est e all’Islam  in un paese che la sua primavera l’ha avuta quasi un secolo fa e non ha intenzione di riportare indietro le lancette della storia.

Una volta c’erano l’esercito e la magistratura, in Turchia, a vigilare sulla laicità dello Stato. In undici anni Erdogan ha avuto il tempo di modificare i rapporti di forza tra apparato laico e partito islamico, e soprattutto a far crescere una classe dirigente di segno diverso. La storia dimostra che il riflesso condizionato del colpo di Stato, in Turchia, è sempre in agguato. Fino a ieri, quel riflesso era indirizzato allo status quo della laicità dello Stato. Oggi non sappiamo, ma si aggiunge la variabile della piazza come termostato della laicità della Turchia e lievito della sua calda primavera.    

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