Ucraina e Crimea, le ragioni economiche della minaccia russa
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Ucraina e Crimea, le ragioni economiche della minaccia russa
Economia

Ucraina e Crimea, le ragioni economiche della minaccia russa

Campi di grano, gasdotti, traffici commerciali e rafforzamento dei legami con l'Europa. Ecco perché la Russia insiste su Kiev

Mentre la tensione tra Russia e Ucraina continua a salire, il mondo si chiede se l'interesse di Mosca sulla Crimea, il territorio che le è stato "sottratto" nei primi anni '90 dopo il crollo dell'Unione sovietica, sia legato a motivazioni economiche, oltre che strategiche. Per intuire queste ultime, infatti, basta una carta geografica. Mosca ha necessariamente bisogno di mantenere la sua base di Sebastopoli, che negli ultimi anni ha ospitato il quartier generale della sua flotta nel Mar Nero. Le forze navali, di terra e aeree che stazionano sul Mar Nero permettono a Vladimir Putin non solo di contenere la presenza della Nato nel Mediterraneo, ma anche di continuare a sostenere, militarmente ed economicamente, il regime siriano.

Un'altra ragione per cui Sebastopoli non può essere in alcun modo rimpiazzata è legata all'impossibilità di sostituirla con uno degli altri porti russi sul Mar Nero, sia dal punto di vista della dimensione sia da quello delle infrastrutture. Senza dimenticare che l'accordo con cui l'Ucraina aveva concesso ai russi di appoggiarsi a Sebastopoli scadrà nel 2017, ma anche che nel 2010 era stata firmata un'altra intesa che ne avrebbe prolungato la validità per altri vent'anni. Un accordo che, forse, Putin ha temuto non potesse più essere rispettato dopo la deposizione del presidente filorusso Viktor Yanukovich.

Ci sono poi altri motivi per cui Mosca non può fare a meno della Crimea (e dell'Ucraina). La necessità di mantenere un collegamento con il Mediterraneo e l'Oceano Indiano attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli quando le rotte del Baltico sono inaccessibili per il freddo ha anche un risvolto economico. Se la Russia vuole potenziare i suoi traffici comerciali in questa regione deve essere libera di gestire le sue esportazioni con la massima autonomia. Ritagliandosi così il suo spazio in un Oceano Indiano dove Stati Uniti e Cina, oltre a Cina e Pakistan, sono ogni giorno più attivi.  

Ancora, non va dimenticato che le ultime statistiche premiano l'Ucraina come secondo esportatore mondiale di cereali dopo gli Stati Uniti, con 30,7 milioni di tonnellate vendute. Dopo aver superato Canada e Argentina, Kiev è parsa interessata a farsi riconoscere come il primo granaio del mondo, con il 70 per cento della superficie dedicata all'agricoltura, ovvero circa 41 milioni di ettari. Ebbene, granaio del mondo non necessariamente significa granaio della Russia, soprattutto da quando anche Pechino ha deciso di comprare una serie di terreni nella ex repubblica sovietica proprio per poterne riportare in patria i raccolti.

Un altro nodo economico piuttosto importante e ancora da risolvere è legato al problema dei gasdotti. Nell'aprile del 2010 fu ancora Yanukovich a firmare un nuovo accordo con la Russia per garantire all'Ucraina prezzi di favore sulle importazioni di gas russo, portando a casa uno sconto del 30 per cento. Ancora, non va dimenticato che in Ucraina ci sono circa 40mila chilometri di gasdotti, e che Kiev incassa circa tre miliardi di dollari all'anno dalle tasse di transito del gas diretto in Europa. Vista la dipendenza dalle importazioni ucraine, l'Europa ha cercato in tutti i modi di rafforzare il proprio legame con il paese, chiedendo allo stesso tempo a Putin di non leggere le sue iniziative filo-ucraine come un tentativo per destabilizzare il legame tra Mosca e Kiev.

La situazione, però, è precipitata quando l'Ucraina si è improvvisamente ritrovata nel bel mezzo di una profondissima crisi economica da cui la classe dirigente non sapeva più come uscire. Il paese non cresce da due anni, ha accumulato un debito pari a tre quarti del suo Pil (176 miliardi di dollari), rischia di esaurire presto le sue riserve di valuta straniera, e a dispetto di ogni aspettativa le esportazioni, anche nel settore agricolo, sono crollate. Riportando l'economia nazionale a una dimensione simile a quella del 1992, quando aveva appena riconquistato l'indipendenza.

Mosca, consapevole di questa situazione come dell'interesse europeo a "recuperare" i contatti con Kiev proiettandola in un universo politico ed economico più occidentale, ha di fatto costretto Kiev a firmare un accordo per ricevere quei quindici miliardi di dollari di aiuti che ne avrebbero impedito il collasso. Eppure, dopo aver sborsato i primi tre, Mosca ha congelato i fondi a fronte della destituzione del presidente "amico". E mentre l'Europa cercava di convincerla a collaborare affinché guerra civile e collasso economico potessero essere evitati, Putin ha scelto di riprendersi la Crimea per dimostrare all'Ucraina e al mondo che i territori ex-sovietici sono ancora sotto il suo controllo, diretto o indiretto che sia.

 
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