Spending review: le cinque voci di spesa che le Regioni dovranno tagliare
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Spending review: le cinque voci di spesa che le Regioni dovranno tagliare
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Spending review: le cinque voci di spesa che le Regioni dovranno tagliare

Il governo ha chiesto 700 milioni di risparmi, che potranno arrivare dalla sanità, dagli stipendi dei dipendenti o da eventuali dismissioni

L’urgenza con cui oggi è stata convocata a Roma, nel pieno del ponte tra Pasqua e Festa della Liberazione, la Conferenza dei presidenti delle Regioni, la dice lunga sullo stato d’allarme che circola in queste ore tra i governatori. Il tema caldo da affrontare è quello dell’ennesima spending review richiesta dal governo alle Regioni, per ottenere le coperture necessarie al bonus Irpef che partirà dal mese prossimo. In pratica il decreto dell’esecutivo prevede tagli complessivi alle spese di 2,1 miliardi di euro, da ripartire in parti uguali da 700 milioni tra Stato, Regioni ed enti locali. Ed è qui che arriva lo stop da parte dei governatori, convinti per la maggior parte di loro, che le Regioni non siano nelle condizioni di tirare ulteriormente la cinghia.

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E l’incontro di oggi dovrebbe servire proprio a capire come fare a dare seguito alle onerose richieste del governo di fronte a situazioni che in alcuni contesti sono già di piena emergenza finanziaria. D’altronde i fronti di spesa su cui le Regioni potrebbero intervenire si fa presto a metterli in fila: si va dalla sanità, che assorbe ormai quasi l’80% dei bilanci regionali, alle spese per acquisti e personale, dagli interessi sui mutui pregressi al cofinanziamento dei progetti comunitari, fino alle possibili dismissioni di patrimonio pubblico di proprietà regionale. È su queste voci che si giocherà la partita dei risparmi, e le Regioni tra l’altro, hanno solo 60 giorni di tempo per decidere dove intervenire: se non lo faranno, scatterà d’ufficio il commissariamento governativo,e ad intervenire sarà direttamente e dall’alto Carlo Cottarelli, ovvero mister spending review.

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Volendo quindi entrare nel merito delle singole voci prese in analisi, si scopre che il vero buco nero finanziario delle Regioni resta certamente la sanità. Basti pensare che per il 2012 l’Istat ha certificato una spesa complessiva di circa 110 miliardi di euro, e che lo stesso ministro dell’Economia Padoan ha confermato che in questo settore sono possibili ulteriori risparmi. Ma dalle Regioni i segnali che giungono sono del tutto negativi. Molte realtà infatti sono da tempo a posto con i conti, altre invece subiscono già gli effetti pesantissimi del commissariamento con piani di rientro tutti lacrime e sangue. E pensare che proprio le Regioni avevano esultato quando dalle coperture previste dal decreto Irpef erano spariti 2,4 miliardi di tagli lineari imposti proprio alla Sanità. Ora il problema si ripresenta, perché è comunque in quel comparto che molti governatori saranno costretti a intervenire con il bisturi per far nuovamente quadrare i conti.

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Meno agile risulterà infatti intervenire sulle altre poste finanziarie prese in esame. Sul fronte degli acquisti e del personale ad esempio, alcune Regioni annunciano di aver già dato. E’ il caso ad esempio del Lazio in cui si dichiarano 163 milioni di risparmi grazie alla centrale unica degli acquisti o della Campania dove c’è stato un taglio netto dei dipendenti, passati da 7.800 a 5.600. Eppure in molte realtà si verifica ancora il paradosso di dirigenti regionali che percepiscono stipendi anche di molto maggiori di governatori e assessori . In questi casi, forse, seguire la strada tracciata dal premier Renzi, che ha annunciato un tetto agli stipendi dei dirigenti ministeriali, potrebbe rappresentare una possibile soluzione anche per tanti governatori.

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Ancora più stretta e impervia appare la via di tagli sulle altre voci più sopra considerate. Gli interessi sui mutui rappresentano infatti esborsi spesso ormai non più riducibili, visto che rinegoziazioni di vecchi debiti sono nella maggior parte dei casi già avvenute. E lo stesso vale per la vendita di patrimonio pubblico di proprietà regionale, in effetti già ridotto all’osso e comunque non sfruttabile in maniera adeguata a livello di mercato. Infine, il taglio del cofinanziamento ai progetti comunitari potrebbe avere l’effetto perverso di far perdere fondi di sviluppo europeo. Spesso infatti per ogni euro ricevuto da Bruxelles, le Regioni ne devono co-investire uno di tasca propria per finanziare progetti imprenditoriali. Tagliare queste spese dunque, vorrebbe dire, come accennato, non solo rinunciare  alle risorse comunitarie, ma spesso anche mortificare programmi di rilancio imprenditoriale.

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La situazione dunque è decisamente complicata, e sarà difficile oggi per la Conferenza delle Regioni guidata dal presidente Vasco Errani, trovare una quadratura del cerchio che comunque non abbia effetti deleteri sui cittadini.

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