Servizi pubblici: perché costano di più nonostante la bassa inflazione
Stefano Scarpiello / Imagoeconomica
Servizi pubblici: perché costano di più nonostante la bassa inflazione
Economia

Servizi pubblici: perché costano di più nonostante la bassa inflazione

I tagli ai trasferimenti agli enti locali hanno provocato nell'ultimo biennio un aumento delle tariffe del 9,5% per rifiuti, trasporto locale e sanità

È finita 10 a 1. Non c'è storia nella partita tra inflazione, che nel biennio 2013 – 2014 ha viaggiato all'1,4%, e tariffe per i servizi pubblici locali, che in media nello stesso periodo sono aumentati del 9,5%.

La fotografia è dell'Osservatorio "Prezzi e mercati" dell'Indis, istituto dell'Unioncamere specializzato in distribuzione e servizi, secondo cui l'aumento dei prezzi al consumo rimarrà ancorata sotto il mezzo punto percentuale di crescita anche nel 2015.

Di seguito i principali incrementi negli ultimi due anni.

Tariffe locali

A crescere sono principalmente i rifiuti (+18,2% tra il 2014 e il 2013), la sanità (+6,7%), il trasporto ferroviario regionale (+6,8%), il trasporto urbano (+6%) ed extra - urbano (+7,5%).

Non solo. Aumenti più contenuti, ma comunque ben al di sopra dell'inflazione, anche per i musei (+4,7%), auto pubbliche (+4,4%), istruzione secondaria e universitaria (+4,2%) e asili nido (+3,8%). 

Tariffe nazionali

L'aumento medio per le tariffe nazionali è del 5%, una percentuale comunque superiore all'inflazione di circa quattro volte. I maggiori incrementi si segnalano, in questo caso, nei servizi postali (+10,1%) e telefonici (9,9%) e nel pedaggio autostradale (+8,8%).

I medicinali sono in media aumentati del 2,8%, mentre sono cresciute al ritmo dell'inflazione il canone Rai (+1,4%) e a ritmi inferiori le tariffe per i trasporti ferroviari sulle lunghe tratte (+0,9%).

L'effetto dei tagli agli enti locali

Anche se Unioncamere non lo scrive, è abbastanza evidente che dietro l'aumento delle tariffe vi siano i tagli ai trasferimenti agli enti locali. Per garantire gli stessi servizi, infatti, Comuni e Regioni difficilmente riescono a bloccare i listini. La Cgil ha calcolato oltre 61 miliardi di euro di trasferimenti in meno dallo Stato agli enti locali tra il 2009 e il 2015, per effetto delle misure già prese.

La timida ripresa dei consumi

A livello generale l'Osservatorio dei prezzi di Unioncamere segnala un "timido risveglio dei consumi delle famiglie" verso fine anno: +0,3%. È l'effetto di un più robusto recupero degli acquisti dei beni durevoli (+2,9%), di una più contenuta ripresa dei servizi (+0,5%) e dei consumi alimentari (+0,4%).

La bassa inflazione e il minor timore di un ulteriore inasprimento dell’imposizione fiscale "possono aver quindi determinato scelte di acquisto, soprattutto di auto e di elettrodomestici, divenute, dopo due anni di contenimento delle spese, ormai inderogabili".

Non mancano però le insidie. Oltre alle tariffe, infatti, anche l'aumento dell'olio extravergine (+15% a seguito di una stagione disastrosa) e della pasta (+8% in conseguenza di un incremento del prezzo del grano duro) potrebbero incidere sui bilanci familiari.

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