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Ecco come Trump vuole colpire la Germania per "decapitare" l'Europa

Le recenti strategie di protezionismo puro degli Usa potrebbero far collassare l’Europa. E la Moneta Unica

Il dubbio è fondato: Donald Trump ha intrapreso una guerra economica contro la Germania o, colpendo la Germania, intende tagliare la testa all’Unione Europea? Trump non fa mai le cose in piccolo, quindi potremmo rispondere: entrambe. E non sbaglieremmo di molto.

Da una parte, infatti, l’amministrazione Usa ha deciso di applicare una politica di dazi verso l’Europa (leggi acciaio e alluminio, tradotto auto tedesche) simile a quella riservata a Pechino

Con una macro differenza però: la Cina è apertamente descritta da Washington come un nemico commerciale, mentre l’Europa è uno storico alleato transatlantico. Eppure il metodo Trump è il medesimo.

Da uomo pratico predilige accordi bilaterali a quelli collegiali: in altre parole preferisce litigare direttamente con Angela Merkel invece di litigare con Jean-Caude Juncker perché questi riferisca a Merkel.

Bersaglio "facile"

Il risultato è un innalzamento dei dazi che andrà a colpire il mercato delle auto tedesche in America, del valore attuale di 20-25 miliardi di dollari. Va anche detto che Trump applica un principio di reciprocità, cioè equipara i dazi.

Gli Usa avevano prima di lui un dazio del 2,5% sulle importazioni di auto straniere, contro il 10% europeo e addirittura il 25% cinese. E va detto che da Dio dell’Olimpo, e in economia l’Olimpo è Wall Street, gli Stati Uniti riserveranno la stessa ricetta protezionistica a Canada e Messico. Ma la differenza, e qui non serve un economista per registrarla, è tutta nel dinamismo delle differenti economie.

Stati Uniti e Cina, in crescita di Pil e di occupazione, possono ben digerire le politiche protezionistiche dei suoi leader forti; fa invece molta più fatica l’Europa in cauta crescita (nel 2017 + 2,5% il PIL in media, ma con l’Italia ultima inchiodata a 1,4%) che rischia terremoti politici, anche a fronte di una leadership debole a 28 teste.

Berlino cerca di reagire

Da una parte incassa la solidarietà concreta dell’Unione Europea, per cui sono in arrivo dazi in rappresaglia verso i prodotti americani. Si tratta però di una scorciatoia, perché le guerre commerciali, a differenza degli accordi, raramente portano risultati per entrambi i belligeranti.

Le mosse di Trump possono dare l’impressione di aver un obiettivo politico, vale a dire il ridimensionamento del peso tedesco all’interno della Ue, ma a ben guardare sempre in perimetro economico si rimane.

La forza delle esportazioni tedesche in America non era tutta nei bassi dazi doganali, ma anche (ecco la vera preoccupazione di Washington) in un Euro troppo debole rispetto al Dollaro.

Questa debolezza, ragionano alla Casa Bianca, ha finito per fare il gioco della Germania, rendendo la sua egemonia sul Vecchio Continente assoluta.

A questo punto gli interessi contrastanti con la Germania e la totale distanza ideologica, come il tema immigrazione dimostra, tra le due sponde dell’Atlantico rendono il mix dell’incomprensione perfetto.

Sovranismo amplificato

D’altronde, essendo The Donald il faro dei sovranisti, non può essere troppo preoccupato se un vento illiberale soffia sull’Europa disgregandone il disegno comunitario. Il vero obiettivo del Presidente Usa potrebbe essere quindi quello valutario. Scindere, anche nella percezione dei partner europei, l’idea che Unione Europea e unione monetaria siano la stessa cosa. Se questo principio dovesse riuscire a fare breccia i grandi proclami politici non servirebbero a nulla. Basterebbe la realtà.

Un’Europa più piccola e marginale, galassia di neo monete nazionali, che dovrà ricostruire il futuro partendo dai tanti errori commessi e affrontando il sovranismo imperante che la minaccia, sia dentro sia fuori i propri confini.

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