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Economia

Perché i dazi di Trump minacciano l'industria dell'auto

Una possibile frenata degli acquisti di vetture straniere negli Usa, potrebbe avere conseguenze gravi per la stessa produzione americana

La guerra dei dazi in atto tra Usa ed Europa, o sarebbe più corretto dire, resto del mondo, potrebbe a breve investire uno dei beni la cui produzione risulta più globalizzata a livello mondiale: l’automobile.

Il presidente americano Donald Trump ha infatti esplicitamente minacciato, questa volta direttamente Bruxelles, di applicare dei dazi alle autovetture europee, dopo quelli già entrati in vigore su alluminio e acciaio.

Misure queste ultime che hanno portato a delle ritorsioni doganali da parte dell’Europa, che ora potrebbero inasprirsi nel caso anche il settore automotive venisse investito da questo scontro commerciale tra titani. Ma che cosa vuole fare Trump e quali conseguenze potrebbero avere sul settore automobilistico eventuali nuovi dazi?

Un salasso per i consumatori americani

È bene precisare subito che già attualmente, quando dall’Europa si esportano autovetture verso gli Usa viene applicato un dazio doganale del 2,5%. Ebbene, il numero uno della Casa Bianca ha minacciato di far lievitare questo valore fino al 20-25%.

Dunque per i tanti consumatori americani amanti delle vetture europee potrebbe arrivare un vero e proprio salasso. È stato stimato infatti che l’impatto di questi dazi, calcolando anche quelli che colpirebbero vetture provenienti da Cina, Corea e Giappone, sarebbe di circa 45 miliardi di dollari.

Questo significa che ogni automobilista statunitense potrebbe pagare circa 6.000 dollari in più per acquistare negli Usa una vettura straniera.

Mercato globalizzato

C’è un fattore però che Trump sembra aver sottovalutato in questa sua smania da fustigatore doganale. Come già detto infatti, l’automotive è uno dei settori industriali più globalizzati. Questo significa che già attualmente molte case costruttrici hanno stabilimenti sparsi un po’ in tutto il mondo.

E il caso più emblematico è quello della Bmw che ha un importante impianto produttivo in South Carolina, quindi proprio negli Usa, con il quale dà lavoro direttamente a 9mila americani, che salgono a 20-30mila con l'indotto.

Ebbene, se come preannunciato, l’Europa, ma anche Cina e Corea, dovessero rispondere a loro volta con nuovi dazi sulle vetture provenienti dagli States, l’idea di Trump di favorire il lavoro degli americani introducendo i dazi potrebbe diventare un boomerang.

E in parte sta già avvenendo, visto che proprio la Bmw ha deciso di spostare parte della produzione di propri Suv diretti in Cina, dallo stabilimento della South Carolina a un altro dislocato in Sudafrica, proprio per evitare la guerra dei dazi.

Il dialogante Marchionne

Chi in questa fase sembra aver assunto una posizione di compromesso e forse di dialogo con il presidente degli Stati Uniti è Sergio Marchionne.

L’amministratore di Fca infatti, ha dichiarato di comprendere tutto sommato la posizione assunta da Trump. Parlando dei dazi ha poi chiosato: “Non sono la fine del mondo. È un problema da gestire: tutto è gestibile".

Un commento che fa il paio con l’invito rivolto all’Unione europea a non rispondere in maniera indiscriminata alle minacce che arrivano da Washington, anche perché secondo Marchionne il flusso di vetture verso gli Usa non è uniforme in Europa: ad esempio l’Italia, ma anche la  Francia esportano molto meno rispetto alla Germania.

"Bisogna stare molto attenti a non esagerare nella risposta europea” ha avvertito quindi Marchionne. Che ha aggiunto: "Noi – riferendosi alla sua Fca - abbiamo un rapporto estremamente esplicito e aperto con la Casa Bianca. Lo abbiamo stabilito da un anno e mezzo. È gente che conosciamo bene: il discorso di come andrà a finire la battaglia dei dazi è sul tavolo, bisognerà capire, bisognerà stare molto attenti nelle risposte. Stiamo attenti".

Un avvertimento che chissà quanto decideranno di tenere in considerazione a Bruxelles. Staremo a vedere.

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Giuseppe Cordasco

Sono nato e cresciuto ad Aarau nel cuore della Svizzera tedesca, ma sono di fiere origini irpine. Amo quindi il Rösti e il Taurasi, ma anche l’Apfelwähe e il Fiano. Da anni vivo e lavoro a Roma, dove, prima di scrivere per Panorama.it, da giornalista economico ho collaborato con Economy, Affari e Finanza di Repubblica e Il Riformista.

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