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Dopo la strage di Nizza: come organizzare la sicurezza

Davanti all'imprevedibilità della strategia dei fanatici jihadisti, i modelli a cui guardare sono quelli del controterrorismo israeliano e inglese

Che differenza fa se l’autore della strage di Nizza ha agito da solo o insieme ad altri che lo hanno aiutato nel compiere la strage? L’ordine - implicito o esplicito che sia - in ogni caso arriva direttamente da Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico, un’entità nata per ripristinare quel Califfato che sorse dopo la rivelazione di Maometto e che nel nuovo millennio si pone come scopo principale lo sterminio degli infedeli. Cioè, di tutti coloro che non seguono la Sharia, la legge islamica, e non abbracciano la loro ideologia.

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Che quell’ordine sia stato eseguito secondo una procedura prestabilita o che invece sia stato attuato per suggestione e spirito emulativo, il risultato non cambia. La strage, ancora una volta, ha sortito l’effetto sperato dagli appartenenti al Califfato.

Le linee guida della strategia jihadista
Per capire quanto sia grave la situazione, è indispensabile conoscere quello che Abu Mohammad Al Adnani, portavoce dello Stato Islamico, propagandava sui media già lo scorso maggio, quando ha impartito le linee guida della strategia jihadista da applicare in Europa:

“Monoteisti, ovunque siate cosa farete per aiutare i vostri fratelli dello Stato Islamico, attaccati da tutte le nazioni? Alzatevi e difendete il vostro stato, dovunque voi siate. Se potete uccidere un infedele americano o europeo – specialmente gli schifosi francesi – o un australiano o un canadese o un qualsiasi infedele, inclusi i cittadini delle nazioni che ci stanno facendo la guerra, allora abbiate fiducia in dio e uccidete in ogni modo. Uccidete il militare e il civile, sono la stessa cosa. Se non potete trovare un proiettile o una bomba, usate una pietra per rompergli la testa, o un coltello, o investitelo con l’automobile o gettatelo dall’alto, o strangolatelo oppure avvelenatelo […] Se i tiranni vi hanno sbarrato la porta per raggiungere lo Stato Islamico aprite la porta del Jihad in casa loro. Davvero apprezziamo di più un’azione piccola commessa da loro che un grande gesto qui, perché così è più efficace per noi e più dannoso per loro. Terrorizzate i crociati, notte e giorno, fino a che ciascuno non avrà paura del proprio vicino”.
 
Il controterrorismo israeliano e inglese
Cosa c’è da capire? È tutto tristemente chiaro e diretto da far rabbrividire. Nuove azioni stragiste erano state preannunciate tanto dallo Stato Islamico (i terroristi non mentono mai sulle loro intenzioni), quanto dal governo francese. “Ci saranno altri morti” aveva preconizzato Manuel Valls, premier di Francia già dopo Zaventem, e lo aveva ribadito all’indomani dell’audizione a porte chiuse all’Assemblea nazionale francese il 24 maggio, quando Patrick Calvar, direttore generale della DGSI (i servizi francesi per la sicurezza interna) si era detto “persuaso che lo Stato Islamico passerà alla fase delle autobomba” in Francia. E qualcosa di molto simile è successo, come se fosse un ineluttabile destino.

Gli israeliani conoscono bene la materia. Per loro, purtroppo, ogni giorno è potenzialmente a rischio, possibili stragi o attentati indiscriminati non rappresentano più una novità. Non va dimenticato che i palestinesi sono stati tra i primi artefici di questo modello di terrorismo a basso costo e ad altissimo tasso di “successo” in termini di orrore e vittime.

Una minaccia che prosegue tutt’oggi, ad esempio con l’Intifada dei coltelli. Così come i primi attentati suicidi risalgono agli inizi degli anni Ottanta in Libano, quando Hezbollah inaugurò una stagione di attacchi terroristici portati con la tecnica del “martirio”, ripresa poi nel conflitto Iran-Iraq e ormai divenuta punto di riferimento anche per il terrorismo sunnita-salafita.

Perciò, il governo di Gerusalemme, concordemente con la popolazione civile, ha da tempo subordinato le libertà dei cittadini al più importante principio della loro sicurezza. Non è bastato, certo. Come si possono fermare simili accadimenti, del resto? Ma la pressione sui terroristi e la consapevolezza e la determinazione delle forze di difesa israeliane hanno attenuato i rischi in una percentuale (quasi) accettabile. Con tutte le polemiche del caso.

Nel Regno Unito, le forze d’intelligence agiscono in maniera ancora diversa. Per impedire il ripetersi di simili fatti, dopo il 2005 l’intelligence di Londra ha compreso che il miglior metodo per stanare i terroristi prima che questi agiscano è adescarli prima che lo faccia qualcun altro.

Gli agenti segreti e sotto copertura di Sua Maestà agiscono così infiltrandosi tra le frange più estremiste della galassia jihadista inglese e, tendendo loro delle trappole (come simulare la ricerca di complici per la progettazione di un attentato), monitorano e poi arrestano i “potenziali terroristi” prima che questi si organizzino o decidano di agire autonomamente.

Per adesso, il sistema messo in piedi dall’MI5 ed MI6 - il servizio interno ed estero - sembra aver funzionato. Ma va detto che, insieme a quella israeliana, l’intelligence britannica è tra le più efficienti al mondo anche perché ha libertà di manovra e licenze tali che non trovano riscontri negli apparati degli altri paesi democratici.

La sicurezza francese sotto accusa
Il premier Manuel Valls è stato sin troppo onesto con il popolo francese (e, in un certo senso, gli fa onore) perché sa bene, così come gli israeliani, che quest’ondata di attacchi non finisce con Nizza e che, al momento, le forze di sicurezza francesi sono pressoché impotenti di fronte alla sfida: pur essendo ben informate, infatti, le forze di sicurezza non riescono a tradurre i dati raccolti sul campo in un’efficace prevenzione della minaccia.

Le forze speciali della polizia e l’intero apparato dell’intelligence sono persino finite sotto inchiesta parlamentare, accusate di scarsa coordinazione tra reparti. Le recenti conclusioni della Commissione Fenech-Pietrasanta sugli attentati del 2015 parlano della necessità di “creare un’unità unica in materia di terrorismo” e mettono indirettamente sotto accusa il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, padre di quella auspicata riforma degli apparati di sicurezza attuata nel 2014, che però non ha sortito l’effetto sperato. Anzi.

Così, oggi sono quello israeliano e inglese i modelli operativi a cui guardare per tentare di dare risposte più efficaci alla grave minaccia che incombe sull’Occidente, da quando gli islamisti di Al Baghdadi si sono insediati tra Siria e Iraq, propagandando con straordinaria efficacia una cultura del terrore e della morte che non conosce fine.

Adottare questi modelli, però, costringerà i governi d’Europa - come in parte già accaduto negli Stati Uniti - a rivedere le regole democratiche e a limitare le libertà alle quali siamo abituati.

È un argomento difficile da digerire e l’analisi si presta logicamente ad accuse di autoritarismo. Anche perché sul banco degli imputati c’è anzitutto il radicalismo islamico, una categoria che significa poco di per sé e che, se mal interpretata, è foriera di xenofobia e razzismo.

Ma è pur vero che non possiamo continuare a sentirci sotto minaccia costante del fanatismo religioso in una redazione di giornale come sulla spiaggia, in una sala concerti come sul lungomare, in un aeroporto come in un luogo di culto. Altrimenti, senza alcuna reazione ci troveremo a commentare all’infinito questa barbarie, fino a che non saremo assuefatti o, peggio, sottomessi a questa sottospecie d’ideologia.  

EPA/IAN LANGSDON
Una donna in preghiera davanti al luogo dell'attentato di Nizza - 15 luglio 2016
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