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(Ansa)
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Dal Mondo

Biden vuol portare il mondo al caos (e ci si lamentava di Trump)

Aver dato dell'assassino a Putin è una frase sbagliata, grave, senza senso che può avere conseguenze drammatiche. E scredita gli Stati Uniti

Vi avevano detto che, con Joe Biden, sarebbe tornato l'equilibrio alla Casa Bianca. Vi avevano detto che la competenza sarebbe stata ripristinata. Che il clima incendiario tipico di Donald Trump sarebbe stato mandato in soffitta. Che, soprattutto sul fronte internazionale, cooperazione e stabilità sarebbero finalmente rientrate nelle strategie dello studio ovale. Tutto questo vi avevano detto. Eppure, mercoledì scorso, quello stesso Biden – durante un'intervista televisiva – ha esplicitamente concordato nel definire il presidente russo, Vladimir Putin, un "assassino". Parole pesantissime, che hanno spinto Mosca a richiamare l'ambasciatore negli Stati Uniti per consultazioni.

Insomma, dopo neanche due mesi di presidenza, Biden rischia già una crisi diplomatica con la Russia. E una crisi non di poco conto. Utilizzare il termine "assassino" nelle relazioni internazionali ha delle conseguenze precise: con gli "assassini" difatti non può esserci trattativa o dialogo, ma soltanto uno stato di belligeranza e tensione. Insomma, uno stato di conflittualità e turbolenza, uno stato inesorabilmente foriero di instabilità. E' come definire "Hitler" un omologo: con Hitler non può esserci trattativa di sorta, ma solo guerra. Puoi tendere una mano a Rocket Man (come Trump definiva Kim Jong-un nel 2017), non certo a Hitler. L'episodio di Biden è in tal senso addirittura più grave della crisi del 1983, quando Ronald Reagan si rivolse all'Unione Sovietica, definendola l' "impero del male": nonostante si trattasse anche allora di un'espressione forte che tirava in ballo una categoria morale, quell'affermazione si inseriva comunque in una relazione tra Stati e non attaccava un singolo leader. Non risulta che Kennedy, Nixon o lo stesso Reagan abbiano del resto mai definito in pubblico "assassino" rispettivamente Krusciov, Breznev o Andropov. Anche nei momenti di maggiore turbolenza diplomatica è sempre necessario lasciare aperto un piccolo spiraglio per riannodare i fili: quella di Biden rischia invece di essere una sonora, irreversibile e definitiva porta in faccia.

Il punto adesso è capire: perché il presidente americano ha fatto una simile dichiarazione? E' stata una gaffe? Voleva essere una battuta estemporanea? Oppure si è trattato di una precisa scelta politica? Chiarezza, sotto questo aspetto, al momento ce n'è poca. Interpellata esplicitamente sul perché di quell'epiteto, la portavoce della Casa Bianca, Jens Psaki, ha totalmente glissato, lasciando ulteriori interrogativi sull'effettiva trasparenza dell'attuale amministrazione americana. Quindi, per ora, tutte le ipotesi restano sul tavolo. Biden è storicamente un notorio gaffeur, mentre – già dai tempi della campagna elettorale – ha mostrato talvolta momenti di scarsa lucidità. Potrebbe essersi anche trattato magari di una battuta (il che tuttavia contraddirebbe l'immagine di leader serio, competente e pacato, sovente attribuita all'attuale inquilino della Casa Bianca).

Ciononostante non è neppure del tutto escludibile che si tratti di una strategia. Al di là di un approccio duro contro Mosca (che Biden ha costantemente rivendicato), l'attuale amministrazione ha già fornito un esempio di strategia volta a screditare ed attaccare singoli leader stranieri con argomenti di tipo legale, per raggiungere obiettivi di natura politica (nella fattispecie un cambio della guardia ai vertici): ci riferiamo, in particolare, alla recente pubblicazione del rapporto dell'intelligence statunitense sull'omicidio Khashoggi, che aveva individuato nel principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, il principale responsabile. E' chiaro che, con questa strategia, l'obiettivo è quello di esercitare pressione sugli Stati presi di mira, favorendo possibilmente un regime change al loro interno. L'esatto opposto della linea di Trump che, pur essendo stato sovente dipinto come un incendiario, ha sempre considerato il rollback una fonte di instabilità internazionale.

Pertanto, se è questo il tipo di politica che Biden sta realmente portando avanti con Putin, il rischio concreto è la spinta della Russia verso il caos, secondo un modello che abbiamo già avuto modo di vedere in atto – pur mutatis mutandis – con le cosiddette "primavere arabe". Chi ha (ingenuamente) salutato l'arrivo di Biden come un toccasana per Bruxelles rischia ora di doversi quindi ricredere: in una simile crisi tra Washington e Mosca, l'Unione europea finirà prevedibilmente attanagliata nel mezzo e si ritroverà con margini di manovra sempre più limitati nei suoi rapporti con la Russia (dal fronte vaccinale a quello energetico).

Eppure quanto sta accadendo non deve stupire più di tanto. Perché era chiaro che una vittoria di Biden – per la sua storia personale, per i suoi legami politici e per le sue stesse affermazioni elettorali – avrebbe reso la politica estera americana più bellicosa. E' dai tempi della campagna elettorale che Biden promette una strategia internazionale basata sui valori: una strategia che sconfessasse il realismo amorale di Trump, colpevole di "farsela con i dittatori". Ma è proprio qui che sta il problema. A livello generale, come notato dal politologo John Mearsheimer, una politica estera di stampo etico non può che incrementare la conflittualità e la instabilità: è del resto proprio l'idea di esportare i valori occidentali che ha prodotto disastri come l'Iraq (con Bush jr) e la Libia (con Obama). Inoltre, assistiamo a un paradosso scendendo più nel dettaglio. Ma il Biden che accusa oggi Putin e bin Salman di essere degli assassini illiberali è lo stesso Biden che sta cercando di avviare una distensione con l'Iran khomeinista? Lo stesso Biden che fu vice di un presidente, Obama, il quale – nel 2016 – aprì alla Cuba castrista? Visto che parliamo di valori, un simile comportamento parrebbe "leggermente" ipocrita.


Trump, dal canto suo, avrà avuto tanti difetti e limiti. Tuttavia ha sempre cercato di muoversi all'interno di una linea realista, che rispettasse la sovranità degli Stati e che potesse instaurare un ordine internazionale basato sulla pragmatica coltivazione dei rispettivi interessi: un meccanismo, questo, che – come insegnava Nixon – avrebbe reso prevedibile il comportamento dei vari attori statali, contribuendo così a un incremento della stabilità globale. Perché qui il problema non è "difendere Putin". Il problema è che, negli schematismi fanatici e semplicistici che piacciono tanto alla società odierna, non si è più in grado di leggere la realtà in modo complesso, distinguendo i piani differenti: quello morale, quello politico, quello legale. Tre ambiti indubbiamente correlati, ma al contempo diversi. Non capirlo, significa essere degli ingenui. O, peggio, significa essere in malafede.

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